Pagine da ricordare: “Un weekend [non] postmoderno” (Lorenzo Mari)

Il 10 e l’11 dicembre si è svolto a Correggio il X Seminario Tondelli, un’occasione per giovani studenti, ricercatori e appassionati di riunirsi attorno alla figura e all’opera di Pier Vittorio Tondelli, mancato 19 anni fa e con ogni probabilità ancora mancante, nella cultura italiana sia locale che nazionale.

 

Un’estate dentro a un weekend, e un weekend che sintetizza, in sei, sette feste, disseminate in tutta Europa, il carattere di un’epoca. È in questa duplice ottica che il fatto di accostarsi al capitolo “L’estate romana”, collocato nelle prime pagine del Weekend postmoderno[1] – nella sezione degli Scenari italiani, che avrebbero dovuto essere riecheggiati anche dal primo sottotitolo dell’opera, Scenari dagli anni Ottanta, poi modificato in Cronache dagli anni Ottanta – significa fare i conti con una serie di discrasie temporali.

D’altro canto, è nelle crepe della linearità cronologica e logica che risiede, almeno in parte, il fascino della letteratura, e in particolare quella che è la capacità della scrittura letteraria, in quanto sostanza linguistica molteplice e proteiforme, di non restare ingessata troppo a lungo nelle costrizioni dello stereotipo.

Ancora in altre parole, rileggere “L’estate romana”[2], breve porzione di quel monstruum che è il Weekend tondelliano, significa poter tornare ad attaccare – decostruendole – le etichette che sono state troppo facilmente affibbiate all’opera di Pier Vittorio Tondelli, e in primo luogo quelle di ‘scrittore postmoderno’ e di ‘scrittore generazionale’.

Certamente, contro la definizione della scrittura tondelliana come ‘postmoderna’ depongono le particolari rotture linguistiche e culturali di Altri libertini, la presenza del corpo nel corpo della scrittura, le costruzioni romanzesche che non si fatica a definire ‘normalizzate’ di Rimini o di Camere separate, eccetera eccetera… Un po’ più difficile appare la critica all’etichetta di Tondelli ‘autore generazionale’, per uno scrittore che è stato effettivamente attivo nello spazio di poco più di un decennio, e che ha voluto dare una rappresentazione inclusiva e plurale di questa epoca proprio con il libro sotto analisi, il Weekend. (Anche se poi questa è un’opera che si qualifica già nel sottotitolo per essere un insieme di cronache dagli e non degli anni Ottanta, segnalando nello stesso tempo la prossimità e il distacco del punto di vista dell’autore.)

“L’Estate Romana” – ovvero la testimonianza che Tondelli dà della grande kermesse culturale e artistica voluta dal sindaco comunista della capitale Luigi Petroselli, con la direzione artistica dell’architetto Renato Nicolini, nel giugno-luglio del 1980 – è un brano di cronaca, di storia e certamente anche di letteratura che non appartiene di diritto agli anni Ottanta, ma, in funzione delle già citate discrasie temporali, e per una serie di ragioni culturali, tematiche e ideologiche annidate nel profondo del testo, si attesta su una posizione leggermente diversa, più inclusiva.

Gli elementi testuali che mi inducono a queste precisazioni emergono già nello stile con cui un Tondelli poco più che venticinquenne rende conto di un’esperienza di cui è partecipante, spettatore, ma anche anima in fuga. Tondelli scrive l’“Estate Romana”in una sorta di mèlange – irripetibile, con ogni probabilità – di stile giornalistico e di appassionati, più che estetizzanti, accessi lirici. Non avendo ancora iniziato a pieno ritmo[3] le collaborazioni con giornali e riviste che caratterizzeranno molti altri pezzi del Weekend, Tondelli dà spazio qui a un tono minore dell’esposizione, molto personale – si potrebbe quasi dire: molto ‘caratteristico’, se questa annotazione avesse poi senso –, che giustifica l’attribuzione del libro da parte di Fulvio Panzeri al genere del ‘romanzo critico’[4], sulla scia della definizione che ne aveva dato nel 1965 Alberto Arbasino in Grazie delle magnifiche rose:

“ROMANZO CRITICO: organizzando i materiali (non teorizzazioni ipotetiche, ma testimonianze su spettacoli innegabilmente avvenuti, su una scena o nelle sue vicinanze, nel contesto culturale e sociale del Teatro) secondo la struttura significativa del Viaggio di Scoperta archetipo e costante, come un’iniziazione formativa […]”[5]

Per apprezzare la sostanza e la qualità di questo viaggio di scoperta, è forse necessario per noi poter seguire il testo passo passo, o quasi. L’attacco è giornalistico, ma di un ‘non-giornalista’, per la precisione di un ‘non-ancora giornalista’[6], che sta assumendo la posa di un genere letterario preciso, senza esserne per questo assoggettato (e infatti giunge presto l’auto-smentita, attraverso la dichiarazione di non-contemporaneità e di non-attualità, cioè, di nuovo, di presa di distanza sentimentale e critica). Tondelli ci consegna “Tanti piccoli e sparsi flash per raccontarvi, ora che ormai l’autunno incombe, questa ultima e breve Estate Romana…”.

Ma più che al carro di Tespi, al grande carrozzone itinerante, Tondelli s’interessa al popolo che lo segue, cercando di affiatarsi “con quel disgregato pubblico giovanile che ogni sera, davanti alla pianta della città, puntava l’indice a occhi chiusi e diceva: “Okay, stasera la sorte ci porta tutti quanti proprio… qui!”.

Straordinario passo, a mio avviso, è questo appena citato, in quanto nella massa di persone, profumi e colori che è il popolo degli indiani metropolitani si possono già scorgere i semi del riflusso degli anni Ottanta. E Tondelli approfitta della situazione, cercando subito una storia a parte, quella che si riflette nell’aneddoto di un anonimo “qualcuno” che “in serata, voleva starsene tranquillo e fare il separatista”. La decisione di staccarsi dalla massa, in orrore all’uomo-massa, anche quando ha il volto dell’indiano metropolitano, cede spazio a uno spaccato lirico di grande spessore, che vorrei riportare qui per intero. All’anonimo separatista, dunque, “…poteva capitare anche questo: sniffare l’aria, sempre più a ritmo serrato, e dilatare le narici e chiedersi pensoso: “Ma qui c’è proprio puzza di rosse?” Allora il cane sciolto si alzava e prendeva a slumare il selciato, finché non s’accorgeva di pozzanghere d’acqua schiumosa e rossastra, e allora va lì, s’inumidisce il dito, lo porta al naso e sbotta: “Oibò, ma queste son proprio rose!” Così si avvia nauseato a un’altra piazza, si siede, s’accende la sigaretta, ma storce il naso perché, accidenti, c’è un odore strano nell’aria, un odore secco, un odore… sì, pungente…. esatto, pungente come aghi di pino freschi. Ma certo, qui è tutto un pino silvestre che par di stare in un’abetaia; e in un angolo calma calma l’acquetta verdolina occhieggia impassibile, così che il nostro eroe, capito il trucco, si avvicina, fa il suo bravo esame al liquido e conclude disperato: “Ci fanno il bagnoschiuma a tutta la città.” E allora erra e vaga, ma sempre aromi di cedro, di violetta, di lavanda, persino un po’ di lime dei Caraibi. Ogni piazza, la sua bella insaponata.”

Si tratta di una performance olfattiva di John Cage, ma di questo Tondelli c’informa solo qualche riga dopo. E, appena può, torna sul pezzo, virando, dopo la parentesi poetica, verso una più chiara impostazione filosofica e critica: a Roma, infatti, si stanno susseguendo infatti “alcune serate di brivido, una in particolare di terrore e di rabbia”. Causa di questo sommovimento è l’omicidio, da parte dei vigili urbani – allora armati – della ventunenne Alberta Battistelli, “rea soltanto di non aver rispettato l’isola pedonale.” A poco più di tre anni dagli assassini, politicizzati e comunque innegabilmente politici, nella primavera del Settantasette, di Giorgiana Masi, a Roma, e di Francesco Lorusso, a Bologna, “il fatto” agli occhi di Tondelli, allora studente del DAMS di Bologna, uno dei centri universitari più importanti della contestazione, “non ha nessuna spiegazione possibile se non il disprezzo, il razzismo e la prevaricazione nei confronti del diverso.” Il programma dell’estate romana, tuttavia, non viene interrotto, perché già trent’anni fa, e nella sensibilità, si noti, di una giunta del Pci, the show must go on. Tondelli rileva questa contraddizione, la soffre: “Quello che lascia perplessi, oltre all’efferatezza dell’esecuzione, è che dalla stessa giunta arrivino, nel medesimo tempo, segnali di gaiezza, convivialità e divertimento, mischiati a segnali di repressione, intimidazione e morte. In quelle sere, partecipando ai vari riti dell’Estate Romana, avevamo in pieno questo sapore schizoide in bocca…”. È una schizofrenia interna alla sinistra, un psicodramma le cui mosse Tondelli coglie benissimo: lo spettacolo deve continuare “alla faccia dei volantinaggi dei giovani proletari che chiedevano non mondanità ma blocco degli sfratti, degli autonomi che chiedevano la libertà di Oreste Scalzone, gravissimo in carcere, dei creativi che chiedevano più soldi per le loro iniziative e più distribuzione dei finanziamenti comunali ai gruppi autogestiti, dei radicali che stigmatizzavano la gita in barca sul Tevere come viaggio nelle fogne”. Si tratta, in altre parole, di una giunta del Pci che nega spazio e legittimità alle richieste della sinistra extraparlamentare. Lo fa in nome dello spettacolo, in una replica delle situazioni paradossali che si verificavano spesso, già allora, nei festival cinematografici: “se qualcuno aveva da recriminare non s’incatenava al Campidoglio, ma cercava di boicottare uno spettacolo in cartellone”. Tondelli ne trae una conclusione consolatoria, e comunque culturalmente molto rilevante: se tutto il politico e l’impolitico si svolge entro i confini dell’Estate Romana e dei suoi spettacoli, questo non è altro che il “sintomo (…) che la gran festa, nel bene e nel male, è stata la vera agorà dell’Urbe.”

Agorà che è poi la piazza in cui i giovani dei movimenti arrivano spesso alle mani con i neofascisti, in un rigurgito di Settantasette fuori tempo massimo. Tondelli descrive anche questo e, per farlo, sceglie di non partecipare, fisicamente, agli scontri. “Noi” scrive “che eravamo un po’ di lato a berci Guinness naturalmente, non capiamo tanto bene le urla, le grida, i sottanoni al vento delle veterofemministe e le imprecazioni in romanesco: “Li mortacci” e “La tu’ zia”…” Tondelli, in realtà, capisce benissimo quali sotto- e contro-culture giovanili sono in campo e a margine di questo piccolo intermezzo di scontri politici, e impolitici, di adolescenti, trae questa conclusione, che è anche un giudizio critico militante: “…il canto del bardo è sempre il grido rivoluzionario dell’oppresso o il lamento, struggentemente assorto, dell’emarginato. Altro che Odino[7]!”

Ma, prima di tutto, l’agorà, dal punto di vista di Tondelli, è dedicata al secondo festival poetico internazionale di Roma, erede dei tre giorni sulla spiaggia di Castelporziano del 1979. Dell’evento dell’estate precedente, Tondelli ricorda la gran bagarre di “minestroni creativi, poesie spontanee e marginali e dagli abissi, cedimento dei palchi, streaking, canti indiani, contestazioni più o meno violente, presenze dei santoni della beat generation”, giudicando tutto sommato in modo positivo il fatto che “in quei giorni, alcune migliaia di giovani e di intellettuali di ogni razza e tribù convissero su una spiaggia e attorno a un palco per celebrare il rito della poesia.”

Nella sua valutazione, non c’è il fatalismo del regista Andrea Andermann, che aveva filmato un documentario su Castelporziano intitolato significativamente Castelporziano. Ostia dei poeti. Andermann aveva utilizzato come una, assai discutibile, chiave di lettura per tutto l’evento il crollo finale del palcoscenico, il naufragio della cosiddetta “nave dei poeti”. Simone Carella, regista del terzo e ultimo festival internazionale di poesia di Roma, giudicò – correttamente, a mio avviso – questa scelta come  un’ammissione di colpa un po’ ossessiva, ai limiti del masochismo. Nei fatti, il palco montato sulla spiaggia romana – qui brevemente rievocata, in chiara antitesi con il non-luogo postmoderno delle spiagge di Rimini, che per Tondelli, come si sa, furono il vero “crono-non-topo” della sua contemporaneità – ebbe davvero un cedimento strutturale alla fine della manifestazione, ma questo non fu causato esclusivamente dalle troppe presenze che vi si erano accavallate. Soprattutto, poi, il crollo alla fine della manifestazione aveva avuto un’importanza simbolica presso tutti quei poeti e critici che avevano ritenuto Castelporziano un fallimento, perché troppo pop, o troppo caciarona. La caciara c’era stata, questo è inutile negarlo: oltre ai poeti, era approdata al palco anche buona parte del pubblico, con lo scopo di rivendicare per sé il luogo della poesia e, prima ancora, il luogo della possibilità di parola. Tra questi ultimi, il furore carnevalesco che si esplicitava nel rovesciamento dei ruoli andava di pari passo con la necessità di guadagnarsi le luci della ribalta, luogo sempre foriero di grossolane semplificazioni, come quelle dei poeti improvvisati a colpi di “cioè” e di parlate popolari volutamente stilizzate o quelle di chi portava una ragazzina disabile sul palco per esprimere ‘vera poesia’, contrapponendo questa esperienza dolorosa, eppure crudelmente strumentalizzata, alle ‘mistificazioni’ iper-letterarie di un Giuseppe Conte o di un Cesare Viviani[8]. Si trattò, più che altro, di gesti e parole inconsulti, e inattesi, per quanto riguardava il plotone dei poeti, tanto che indussero più d’uno alla ritirata o, viceversa, alla difesa personale, al lancio di invettive contro il pubblico. Decisamente amareggiato si mostrò, per esempio, Dario Bellezza, urlando al microfono: “Voi odiate la poesia!”. Ma, decontestualizzata, anche la reazione di Bellezza appare poco più che una risposta debole, e personalmente interessata: il popolo che chiede il microfono per fare poesia, pur riducendola a cialtronata ed esibizionismo, vuole ridefinire, in qualche modo, anche l’immagine della poesia circolante all’epoca in Italia, e confermata da molti dei poeti accorsi.

Memore anche di questi esordi, nel 1980 il festival trasloca, e da Castelporziano si sposta a Piazza di Siena, nei pressi di Villa Borghese. L’atmosfera stessa è cambiata: non c’è più un pubblico moltitudinario e re-attivo e, come osserva acutamente Tondelli, “a quella spettacolarità quotidiana che si alzava il mattino presto, anzi, nemmeno se andava a dormire, si è sostituito un dopocena letterario o, per essere precisi, un dessert culturale a sorpresa”.

La formula-dessert è destinata ad essere riproposta nei decenni a venire in ogni festival e festivalino: basta leggere come, già nell’occasione di Piazza di Siena, il comune di Roma e l’associazione Beat 72, capitanata da Franco Cordelli, già animatrice di Castelporziano, vi abbiano “infilato non solo letture pubbliche di poesia, ma pure incontri di astrofisica, concerti di musica indiana, spettacoli con Benigni, Tognazzi, Villaggio, per approdare infine, il 31 luglio, a ciò cui tutto approda, cioè l’Alighieri Dante: il team Leo e Perla che eseguirà, oilalà, il trentatreesimo canto dell’Inferno.” Togli Leo e Perla e leggi Benigni, Sermonti, Servillo.

Tondelli ritorna, subito dopo, all’abitudine di chiosare – con animo critico, ma anche con indubbie qualità profetiche: “Risulta evidente che non si potrà, durante queste giornate, parlare di ciò che si muove sul piazzale della poesia, fissare percorsi, riciclare scuole, indirizzi e codici postali, ma soltanto raccontare di come oggi, in questo momento, anche la poesia sia investita da un furore carnevalesco e, quindi, anch’essa partecipi, con modi suoi, a un più generale progetto di “spettacolarizzazione del lavoro culturale”.” Il carnevale dei freak e degli indiani è già diventato fiera, luogo di marketing.

Tondelli ascolta tutto, tutti, e si ferma a interloquire con Giuseppe Conte, Mario Baudino, Valentino Zeichen. Ha parole di ammirazione per i “sonori” Adriano Spatola – “Poeta d’avanguardia? Cabarettista? Attore? Lestofante? No. Semplicemente Adriano Spatola.” – e Arrigo Lora-Totino, l’ultimo grande lettore di testi futuristi. Anche Lora-Totino, come Bellezza e altri poeti di Castelporziano, è oggetto di una feroce contestazione, reo com’è di perpetrare l’eredità letteraria futurista, e quindi vittima di una nuova barbara semplificazione: “Il pubblico non gradisce e non capisce e bombarda con bucce d’anguria, e quando l’eco proiettile raggiunge il poeta e si spacca sul suo corpo con il rosso dell’anguria che schizza e le gocce d’acqua che brillano in controluce, è davvero un coup de théâtre. Tutti applaudono e cercano il bis, cosicché sembra che si stia facendo il tiro al piccione e non ascoltando il più grande esperto di poesia fonetica, il miglior declamatore della poesia delle avanguardie storiche.”

Per un attimo Tondelli sembra concordare con Giuseppe Conte e il suo bisogno, certamente un po’ snob, di un pubblico più ristretto e attento, ma anche, inevitabilmente, più addentro al sistema letterario tradizionale: “Dovevate essere a Correggio un anno fa, a sentirlo, una ventina di persone, e lui che s’agitava e rombava e arrancava ogni parola come se fosse una massa fisica, davvero okay (e ci fece ascoltare persino una registrazione radiofonica, l’unica, della voce di Antonin Artaud)..:” Ma poi conclude, con un moto nostalgico, che è moto di riavvicinamento a una collettività più che di rimpianto per il passato: “Va bè, le contestazioni non hanno mai ammazzato nessuno.” Peggio fanno, sembra dire tra le righe Tondelli, che si avvicina alla conclusione, i “soliti freak che cantano, declamano e gesticolano le pagine dei loro diari o, peggio, quelle brevi frasi smozzicate che, per quasi tutto il decennio appena passato, si sono messe addosso il nome di “poesia”.”

Tralasciando il lungo paragrafo sulla gastronomia creativa – altro sintomo della stagione incipiente del Marketing, contraddetto da uno squarcio lirico su “due ragazzi bellissimi e quindicenni” che spacciano sangria in Piazza Farnese, senza preoccuparsi di trarne larghi profitti (“Mo c’avemo già guadagnato!”) – si può arrivare direttamente al paragrafo finale, nel quale si tirano le somme, questa volta da un punto di vista esistenziale e lirico, più che critico, di questa Estate Romana, una delle ultime ad essere stata progettata e finanziata da Roma “Comune democratico”: “E lì appunto, nei cinque o sei luoghi deputati agli spettacoli, tra un cabaret, un esercizio minimal e una performance elettronica ci si trascinava stancamente, discorrendo di tutto ciò che comunemente si dice in un foyer d’avanguardia.” Non manca un ultimo accenno alla comunità disgregata che, non più popolo, è già pubblico: “Ci si rincontra, ma in molti, ahimè, c’è l’occhio stanco e il parlato intrigato: per fortuna il vento romano, annunciando l’autunno, infila tutti sugli autobus. Per fortuna, anche quest’estate è finita.”

Discrasie, si diceva: l’esperienza dell’Estate Romana si conclude nel tempo, ma non nell’immaginario – né in quello personale, di Tondelli, né in quello collettivo, almeno per quanto riguarda, nello specifico, le manifestazioni artistiche sul territorio. O per il “sapore schizoide” che continuano a lasciare in bocca.

È in questo secondo frangente che ricordare l’Estate Romana dal punto di vista di Tondelli e del Weekend Postmoderno significa concentrarsi, come l’autore fa, sulle giornate poetiche di Piazza di Siena, considerate il fulcro di un programma festivaliero ante litteram. E pare giusto tornare a quella descrizione, valutandola nel pieno della sua articolazione, per capire cosa ne è dei festival letterari e poetici di oggi e di domani, quali possano essere le azioni culturali più efficaci sul territorio, per il territorio.

In contrapposizione con il Festival di Castelporziano, del quale Tondelli non ricorda, diversamente da Andermann, Giuseppe Conte e altri, il crollo finale del palco, la manifestazione poetica di Piazza di Siena si presenta non tanto come un successo di poesia, di qualità della poesia, o di pubblico, ma come un vivace momento di transizione tra il furore carnevalesco della spiaggia romana e il dopocena letterario o la riunione accademica, cioè la forma nella quale si concretizzerà il festival romano nel 1981. Il popolo che aveva seguito, ma anche ostacolato, i poeti di Castelporziano c’è ancora, e rispunta nel finale, prendendosi ancora una volta la scena. Il contrasto tra ciò che i “soliti freak” intendono per poesia e le proposte poetiche dei Conte e degli Arrigo Lora-Totino diventa così evidente, illuminando le semplificazioni pre-barbariche dei primi e l’élitarismo non sempre giustificabile dei secondi. Ma il pubblico della poesia, che non è pubblico-e-basta, “pubblico per eventi”, e quindi non coincide per forza di cose con quello analizzato con scetticismo da Berardinelli e Cordelli già nel 1975[9], c’è ancora, ed è un dato importante. L’appoggio istituzionale è ancora forte, anche se con ricadute schizofreniche, o comunque – se si vuole usare altro stile da quello, personalissimo, di Tondelli – con esiti paradossali, ambigui, contraddittori. La giunta democratica di Roma è disposta a dare panem et circenses alla cittadinanza, ma non si esime dall’utilizzare con malafede questa iniziativa, volta, in origine, a riempire di contenuti e proposte le altrimenti scarne, desolanti giornate estive della Capitale. Atteggiamento pienamente postmoderno, si potrà dire, ma che continua a stridere, in ogni caso, con la condotta postmoderna e, in aggiunta, filistea delle istituzioni di oggi, capaci di de-finanziare un importante festival poetico, graziato da esiti di ricerca notevoli, come l’Absolute [young] Poetry di Monfalcone a favore di progetti culturali meno lungimiranti e meno intensi. Per usare le parole di uno degli organizzatori, Lello Voce, che ha scritto di Politiche culturali nel numero di novembre di alfabeta2:

“In vista di elezioni comunali, basta una serata nella quale in teatro ci siano 200 paganti invece di 400 per rendere quell’evento un peso, a cui preferire piuttosto dieci appuntamenti con autori locali, magari schiettamente mediocri, ma con tanti amici tutti residenti e votanti. D’altra parte, nella prospettiva di un Governo regionale, le cifre che un evento di poesia e musica di ricerca può mettere sul tavolo sono comunque poca cosa, rispetto a quanto può offrire una sarabanda di volti televisivi variamente assortita.”

Tornare alle piccole letture, sparse sul territorio, come auspicavano Giuseppe Conte e, in fondo, anche Tondelli, è giusto, ma non quando queste diventano strumento di potere, e sono usate da parte di istituzioni che si mettono la poesia all’occhiello, ma, in definitiva, non sanno che farsene. Meglio allora le letture improvvisate nei non-luoghi che punteggiano il territorio, o meglio, il non-territorio, anche se sono organizzate da poeti con una militanza diversa, e criticamente minore, rispetto ai Conte e agli Zeichen. Anche se, come direbbe Tondelli, si tratta dei soliti freak. I soliti freak, spesso, vanno felicemente allo sbaraglio.

Un altro punto a loro favore, probabilmente, è questo: negli spettacoli fricchettoni non si uccidono animali. La boutade è presto spiegata: nel corso del Weekend Postmoderno, Tondelli si spende in un lungo commento allo spettacolo Genet a Tangeri, messo in scena dai Magazzini Criminali al Festival del Teatro di Santarcangelo del 1985. Nel corso della pièce, viene sgozzato un cavallo dagli operai del mattatoio di Riccione (abbattimento, per la cronaca, comunque già stabilito in precedenza), scatenando un fiume di polemiche sui giornali. Tondelli scrive un lungo pezzo sul Corriere della Sera per difendere lo spettacolo dei Magazzini Criminali, che, ai suoi occhi, è una performance pienamente riuscita e che anzi rappresenta l’avanguardia teatrale degli anni Ottanta – un’opera, si direbbe, se non si fosse discettato qui di discrasie temporali, “al passo con i tempi”. Visto da un’altra angolazione, Tondelli arriva, nel 1985, a tastare con mano come i meccanismi del marketing culturale privilegino spesso gli aspetti scandalistici e più direttamente, ma anche più morbosamente, polemici di un evento artistico, distorcendone contenuti e prospettive. La scrittura di questo pezzo di Tondelli è contenuta ed asciutta, pienamente “giornalistica”[10], ma appare chiara, dopo questa digressione su Castelporziano e Piazza di Siena, la nostalgia dell’autore per eventi nei quali il furore carnevalesco era percepito da tutto, o quasi tutto, il pubblico, il popolo della poesia, come tale.

Per tornare, infine, all’opera di Tondelli, “L’Estate Romana” si rivela un passo importante nell’architettura del Weekend Postmoderno: incluso nella sezione degli Scenari– che avrebbero dovuto comparire anche nel sottotitolo globale dell’opera – è un quadro assai articolato – a dispetto dei “tanti piccoli flash”, che promette in apertura (ma, lo si ricordi, dall’ottica di un “non-ancora-giornalista”) – di un’epoca che si sta chiudendo e che nel contempo apre la strada agli anni Ottanta e alla loro cultura. Il Weekend sarà poi un ampio reportage da e su questo decennio, ma l’impronta che si dà con “L’Estate Romana” è quella di un osservatore che sa prendere una giusta distanza sentimentale e critica (occasionalmente, di critica militante) in quanto è consapevole di ciò che è venuto prima e si è rapidamente dissolto, o, per dirla con Tondelli, “disgregato”. Gli anni Ottanta non si configurano, dunque, soltanto come gli anni del riflusso, a causa dell’eredità di violenza e terrorismo degli anni Settanta – come ci ricorda spesso, e giustamente, Enrico Palandri[11] – ma anche il momento storico in cui si afferma una concezione del lavoro culturale molto diversa dalla precedente, che lavora secondo le regole del marketing, secondo la logica della società dello spettacolo e della mediatizzazione degli eventi, perdendo la capacità trasgressiva, dunque – nel migliore dei casi – innovativa, del carnevale indiano che l’ha preceduta e, in modo indiretto e inconsapevole, anticipata. Questo sguardo al presente come al passato – che ha inevitabili ricadute sul futuro, su quello che può essere oggi un festival internazionale di poesia, per esempio, o un evento culturale in genere – pare essere l’inevitabile conseguenza di una scrittura matura, sulla quale è inutile fare una filologia cronologica (“Tondelli è postmoderno, Tondelli è generazionale”) per dare spazio a una compiuta filologia dell’anacronismo. E capire cosa sta succedendo qui, ora, organizzando l’analisi culturale “secondo la struttura significativa del Viaggio di Scoperta archetipo e costante” nuove “testimonianze su spettacoli innegabilmente avvenuti, su una scena o nelle sue vicinanze, nel contesto culturale e sociale del Teatro” – dando vita, in altre parole, a un nuovo romanzo critico.


[1] L’edizione utilizzata nel testo è uscita nel 1998, per i Grandi Tascabili della Bompiani, a otto anni dalla prima pubblicazione (1990).

[2] P. V. Tondelli, op. cit., 1998, pagg. 36-47.

[3] Tondelli inizia a collaborare con Il Resto del Carlino nel febbraio 1980 con l’articolo “Warriors a Correggio”, che precede “L’estate romana” sia cronologicamente – di qualche mese – che nella struttura del Weekend Postmoderno (1998, pagg. 32-36), ma questo scarto temporale è minimo e, con tutta probabilità, non ha ancora indotto l’autore a misurarsi in modo integrale con la scrittura giornalistica – id est, il cosiddetto Manuale di Stile.

[4] Cfr. F. Panzeri, “Appunti per un romanzo critico”, appendice a P.V. Tondelli, op. cit., 1998 (1990), pagg. 597-602.

[5] A. Arbasino, Grazie delle magnifiche rose, Feltrinelli, Milano, 1965. Utilizzo qui la citazione già impiegata dalla dott.ssa Silvia Di Fresco nella sua comunicazione al Seminario Tondelliano del 14 dicembre 2001, “Un Weekend Postmoderno di Pier Vittorio Tondelli come romanzo: un’ipotesi critica” (reperibile in internet all’indirizzo: http://minerva2.reggionet.it/pvt/allegati/DiFresco.PDF, ultimo accesso effettuato il 08/12/2010).

[6] V. nota 3.

[7] Il riferimento di Tondelli a Odino e, attraverso questa figura, a una controcultura orientata a destra, e tuttavia mancante di solidi appigli critici e artistici, è giustificato da un paragrafo di poco precedente – paragrafo che, per una miglior comprensione dell’accenno fatto, riporto qui: “ […] restando alla musica celtica, niente scoccia di più della strumentalizzazione che i giovani di destra ne stanno facendo in nome dei logori schemi del superuomo e della virilità e del bardo e, appunto, dell’ “Odino, Odino!!!”, arrivando a coinvolgere, nella sfida alla corruzione del presente, nella guerra all’evoluzione e alla presunta decadenza dei valori (gli uomini non sono più uomini, la musica non è più musica, l’onore non è più onore) lo stesso J.R.R. Tolkien e la sua cosmogonia di elfi, fate, cavalieri, orchetti, come sta succedendo, fra croci celtiche e rune e fasci littori, nei campi Hobbit della “destra alternativa al sistema”.” (1998, 39)

[8] Riportiamo la cronaca degli avvenimenti così come sono stati ricordati, tra gli altri, da Renzo Paris in un articolo per Liberazione, apparso in data 11 luglio 2006. L’articolo fu pubblicato in occasione della pubblicazione dell’annuario Poesia 2006 di Castelvecchi a cura di Paolo Febbraro e Giorgio Manacorda, nel quale si dedicava ampio spazio al materiale d’epoca, e anche a qualche riflessione un po’ più recente, sul ‘fenomeno-Castelporziano’.

[9] A. Berardinelli e F. Cordelli, Il pubblico della poesia, Lerici, Cosenza, 1975.

[10] Nel Weekend Postmoderno (pagg. 236-242) sono riportate, in una forma ampliata e grandemente rimaneggiata rispetto alla pubblicazione avvenuta su una famosa terza pagina del Corriere della Sera, le interviste che Tondelli ebbe con tre componenti del gruppo teatrale dei Magazzini Criminali, ovvero Federico Tiezzi, Marion D’Amburgo e Sandro Lombardi.

[11] Cfr. Palandri E. e Spadaro A., “Dialogo su Tondelli”, Bollettino ‘900, 2001, n. 1 (reperibile online all’indirizzo: http://www3.unibo.it/boll900/numeri/2001-i, ultimo accesso effettuato il 08/12/2010.)

 

 

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One Response to Pagine da ricordare: “Un weekend [non] postmoderno” (Lorenzo Mari)

  1. gugl ha detto:

    ne feci riferimento anch’io, qualche anno fa.
    http://golfedombre.blogspot.com/2006/08/festival-di-poesia.html

    grazie per il link
    ciao!

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