Laura Accerboni – Attorno a ciò che non è stato.

Laura Accerboni, Attorno a ciò che non è stato, Edizione del Leone, Settembre 2010

Già il titolo potrebbe trarci in inganno, accompagnarci nello sconforto più doloroso e profondo, tipico delle stagioni fredde, dei cieli minacciosi, rigonfi di nubi, rabbuiati. Si rivela, invece, un testo denso e di elevata energia. Dunque, proprio da questa prospettiva bisogna accingersi alla lettura dei testi.

Si sale come per caso
sospesi e credibili
in tutte le parti.
O forse
si scende
come si può
in ruoli non certi.
O ancora
Semplicemente
si rimane
in attesa
di migliori spiegazioni.

Che la poesia, la sua frequentazione rappresentino pur sempre per il poeta, l’esilio, tensione immaginifica, sovvertimento della realtà, il suo tentativo di indagarla, rappresentarla, nella sua falsità o verità, poco importa. E’ importante, il coraggio della ricerca, l’andare di quel sé verso nuovi mondi , e nuove geometrie esistenziali, acerbe, insperate. Qui, la scrittura apre sovente varchi di luce, assalti al cielo, nuovi grammi di illusione e luce di memoria. Disporre trame perfette e saldamente inchiodate alle dinamiche vitali proprie e non. Si parte con dati tangibili, una moglie (primo soggetto in scena),una stazione senza treni, un dispensario farmaceutico, rimasto a secco, privo della sua stessa ragion d’esistere. Siamo sull’orlo del precipizio, alle prese con voragini e capogiri incontrollabili: “Uomo tipo uno, destra/corpo/che sono donna/e non si vede/corpo che si lima/contro il muro/uomini a destra. E via, finalmente un approdo a cui ancorare tutta la sapienza, l’umana esperienza, tutta quella di cui siamo capaci.

Tu sai cosa significa
avere la schiena
inchiodata
da lunghe braccia
e non sapere che sono le tue.
Le nostre tempie
stanno sedute ad aspettare
e noi su loro.
C’è un dio
a spiarci
dalla prima finestra
che affaccia
al perdono.
Attendiamo
che si volti
tornerà più tardi
a piangere
nel portone.
Il vero è la gioia, -cosi è definito dalla stessa autrice. E dunque pur se introdotti in piccoli caos esistenziali, possiamo invocare un verdetto , nel nome della verità, tersa in ogni verso, in ogni a capo, accoglierlo.

Se quest’angolo scuro
perdesse memoria di sé
se questo volto assediato
rinunciasse
al primo dei suoi nomi
se questo piano familiare
di difesa
trovasse in casa
l’ordine
dell’esplosione
allora avrei forse da dire:
“imputato si alzi”
e sarei già in piedi.

Fortunatamente si risale, consci della difficoltà, in bilico sull’orlo del precipizio, saldamente ancorati all’ultima bocca, che urla e fischia, ad una vasca da bagno a cui fissare le mani. Ci si riconosce. Il libro sembra essere tutto teso ad affermare ciò che soventemente è negato, a ricercare presenze, laddove il vuoto incombe, il suo esatto contrario. Ricercarne l’ equivalente. Provare a radiografare un rumore, premonizione, presentimento, e restituirlo; la poesia dovrebbe denunciare lo scandalo, di un mondo senza poesia. (L.S.)

Ci si riconosce
all’improvviso
senza alcuna spiegazione
e ci si saluta
in quello che resta
dei vivi.
Poi ognuno
lo ricorda:
il ripetersi dei gesti,
i quotidiani nomi
non valgono in assenza.

Da questo volto
non si vede
neanche un nome
e non è il vuoto
che segna l’appello
alle assenze,
la sembianza
che copre e confonde
i presenti.
Da questo volto
non si vede neanche
chi sarebbe dovuto essere,
o solo per sbaglio,
chi non sarebbe potuto restare.

“Uomo tipo uno, destra”
corpo
che sono donna
e non si vede
corpo che si lima
contro il muro,
muro di uomini a destra.
Plastica di corpi
più vivi e lucidi
plastica di pose
e di carezze
-Mia cara la tua testa!-
Teste dentro
casse di metallo
teste dai pensieri di donna.
Donna.
Corpo, “uomo tipo uno, destra”.

Sono finite
le gocce
e i calmanti,
finite le analisi del cranio
e la misura del ventre.
Dovevamo stare più attenti
coprire il volto
fino al mento
che fuori fa freddo
e coprire,
coprire tutta la stanza
e tenerci in movimento.

Sono nubi scure
a fermarsi
davanti al volto
così mi preparo
a piovere
e batto
batto sul tavolo
di casa
e tutto intorno.

Lo avevano detto
che non si vive
per sempre,
ci avevano avvertiti
nell’unico linguaggio
che cura la vita.
Non possiamo appellarci
a niente,
neanche al veleno
che si ingurgita
di giorno
per addormentare
i bambini.
O forse
malati di altra malattia
potremmo chiedere
un rinvio,
un prestito,
per abituarci all’idea
che di morte non si muore
se non in vita.

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