Bello, molto bello, molto meno bello. (Siria – adesso – Aisha Arnaout)

Come in un telegramma e poi di colpo:

Bello, molto bello

ascoltare in tv brandelli di poesia di una poetessa appena morta, dotata di Nobel e facilmente canonizzabile, lette da uno scrittore di punta in un programma tv di punta, all’ora di punta

e a fare poi impazzire le librerie con impennate di vendita improvvise e caratterizzate dalla forza commerciale dell’Effimero.

Bello, molto meno bello

ascoltare le parole, e l’appello alla mobilitazione, per una poetessa colombiana, Angye Gaona, trafficante di parole sgradite al regime politico colombiano e non tanto trafficante di droga, come recitano le accuse.

Bello, molto meno bello, molto meno bello

capire cosa sta succedendo in Siria, e costruirsi un’opinione che non faccia il gioco del sangue.

E poi è inverosimile

ascoltare parole di poeti siriani, per iniziare il tragitto della comprensione.

(Meglio i giornali?)

Bello, molto meno bello, molto meno bello

Inverosimile

Ma di una potenza decisiva.

Nelle stesse parole

Si può incominciare – per esempio – da Aisha Arnaout

e poi si legga

e poi se ne parli, auspicabilmente:

con diversi aggettivi

e

diversamente.

AISHA ARNAOUT

In silenzio visse

In silenzio morì

(1)

In silenzio

Visse

In silenzio

Morì

inutile figa

dissero, dopo averlo saputo

Io

caddi in ginocchio

davanti alla sua salma

La spogliai

del sudario

con le mie unghie

scrissi sulla lapide

Qualcosa

(2)

Si mise la camicia, prese l’ombrello

Senza fare parola

Neppure io parlai.

Dopo che se ne fu andato

Mi misi davanti allo specchio

Mi squarciai la lingua

Per vedere se vi fossero intrappolate parole

Ma non vidi che muscoli e vene.

Mi rammendai la lingua

E scoppiai a ridere

-il riso non è parola

Poi mandai in frantumi lo specchio

Da allora

Frantumo specchi invano

Cercandone uno

Che non rispecchi

Più, uno specchio

Che mandi me in frantumi.

(3)

Mi inquieta

che l’acqua non abbia colore

che l’aria non abbia sapore

che l’imene

non abbia lacrime.

La tenerezza delle spine

il loro perpetuo rinnovarsi

Mi ferisce:

il nitrito di bestie estinte

nel mio sangue

L’urlo dei demoni

morti sotto gli alberi

di sponde remote.

Poso i miei palmi ruvidi

sul piede di un uomo

un estraneo che passa

E benedico i miei figli

partoriti nel  vento

che penetra il tempo.

(4)

La tartaruga sollevando la testa robusta

sputò. L’uomo

come tartaruga, definizione

imperfetta

E rido

esalando fumo e bestie.

Poiché

sono abolita

davanti agli abissi

del desiderio,

scherzo

sbadiglio davanti agli specchi.

Poiché desidero essere

una sfida maggiore

più penetrante di una radiografia

più scivolosa

che

il mercurio riscaldato

mi dissolvo.

(5)

Mi trasportò un’ala

Mi ruppe un artiglio

Mi sbocconcellò un becco

Gli occhi che si chiudono per me

mi denudano.

Ma i raggi ultravioletti di un cuore

non ce la fanno a decompormi.

Sono tempesta in movimento

e balzo verso la morte.

Come minerale e polvere

penetro il calore

eppure

Maledizione è la mia carne

Una maledizione che si riduce

a colla

e cenere.

(6)

Dalle mie tenebre

raccolsi gemme di luce di stelle

Le sistemai

nella sua scarpa

Lui disse:

Non le merito

Era stato sopraffatto dalla sconfitta

Bruciava mordeva

i suoi rimpianti.

Ritornai nella mia stanza

Avvistando la morte in ogni crepa

Mi stesi nella pioggia che si sollevava

dal suolo,

Mi stirai i piedi

Sprofondai i denti

nel sogno strappato,

Aspettai

Il Secondo Avvento

(7)

Sempre in stato cosciente

Sono e non sono

non sempre, nel sogno

O sono o

non sono.

Da dietro la tenda

lo vedo.

Eccolo che aspetta

il tozzo di pane

che possiedo

ma che mi rifiuto di

dargli.

Ognuno di noi

sta in piedi su una sponda.

Un qualche dio dormiente che cerca vendetta

si smosse

mi trasportò

su onde assenti

e come un pesce

mi pose nella sua bocca.

(8)

Inarcai il corpo

Come il porcospino davanti al cane che abbaia

La sete di ali migranti

mi accarezzano le curve

trascendono il tocco della pelle

bucando i pori

Pensai

Domani diverrò

Uccello

Domani

e la metamorfosi

era già qui.

Mi vidi indietro

balzai in avanti

come un ranocchio, continuai a saltellare tutta notte

Mentre infine

ero incollata al suolo

mi chiedevo cosa ne fosse stato

delle mie ali

domani

le aggiusto

pensai

e mi addormentai.

In sogno

mi vidi

porcospino

ranocchio

blatta.

Lui era un uccello senza ali.

(9)

Prima dell’amputazione

dell’arto fatato

chiamerò la donna

formica

come l’uomo

fu chiamato

testuggine.

Non importa quanto vasta

possa essere la differenza

è  stato accettato

perché entrambi si sono osservati

come tempeste indomite.

Oggi

Aprendo gli occhi

sono folgorata.

Dopo tutto questo tempo

Dopo tutto il tempo

Tutto è bianco

Completamente bianco

perfino le mie carte.

(10)

dal punto più infimo e buio

dove ero stata impietosamente schiacciata

urlai,

Co… lasciami in pace!

Lui era dietro

un muro che mi sentiva

e avanzò penetrando

nella pietra.

Mi prese la mano:

mi portò senza che lo vedessi

fuori le mura

eravamo insieme. All’improvviso

sparì.

In quel momento

e proprio lì

e per la prima volta

lo vidi.

Stavolta urlai

-Ritorna!

Ma continuò ad avanzare

senza nemmeno voltarsi.

Lasciata sola fuori

dalle mura

mi sporsi dalla roccia

per proteggermi.

(11)

Cercai l’assenza di parola

in tua presenza

la trovai

ma non trovai

nome da darle.

Finsi la tua assenza

per

trovarle nome.

Il nome del vento è vento

il nome dell’amore è amore

il mio nome sono io

questo sentimento ha sostanza

ma…

Una notte  lo feci ubriacare

gli cercai nelle tasche

trovai un pezzetto di carta.

per leggerlo accesi la luce

e si bruciò.

(12)

Diranno che imito i poeti

Ma in verità, nemmeno per sogno,

non ho intenzioni preconcette.

Perché ho letto libri che son rimasti chiusi

Ho dormito nelle ore di luce

in sale d‘aspetto.

Ho scribacchiato qualcosa con l’ultima punta di matita

Passarono giudizio

Cancellò tutto

Per rettificare

In seguito dissero,

Non imitò

Nessuno

Non scrisse

Affatto

 

Tradotto dall’arabo all’inglese da Kamal Boullata dall’inglese all’italiano da Pina Piccolo

Nata a Damasco nel 1946, Aisha Arnaout vive a Parigi dal 1978. Poeta e autrice di romanzi, scrive in francese ed arabo. Le sue poesie sono state tradotte in numerose lingue. Tra i suoi libri: Eau et Cendre, Fragments d’Eau, La Fontaine (insieme con Alain Gorius) e La Traversée du Blanc.

http://www.jehat.com/Jehaat/en/Poets/AishaArnaout.htm

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