Bello, molto bello, molto meno bello. (Siria – adesso – Aisha Arnaout)

19 febbraio 2012

Come in un telegramma e poi di colpo:

Bello, molto bello

ascoltare in tv brandelli di poesia di una poetessa appena morta, dotata di Nobel e facilmente canonizzabile, lette da uno scrittore di punta in un programma tv di punta, all’ora di punta

e a fare poi impazzire le librerie con impennate di vendita improvvise e caratterizzate dalla forza commerciale dell’Effimero.

Leggi il seguito di questo post »


Pagine da Ricordare: L’ultima pagina de La coscienza di Zeno di I. Svevo (con file mp3 di Luca Tedeschi)

10 ottobre 2011

Inizia con questo post una collaborazione con l’attore Luca Tedeschi per la rubrica “Pagine da ricordare”. Il brano proposto sarà accompagnato dalla lettura di Luca Tedeschi in formato mp3, liberamente scaricabile.

Buona lettura e buon ascolto!

Luca-Tedeschi-Coscienza-di-Zeno.mp3

Il dottore, quando avrà ricevuta quest’ultima parte del mio manoscritto, dovrebbe restituirmelo tutto. Lo rifarei con chiarezza vera perché come potevo intendere la mia vita quando non ne conoscevo quest’ultimo periodo? Forse io vissi tanti anni solo per prepararmi ad esso! Naturalmente io non sono un ingenuo e scuso il dottore di vedere nella vita stessa una manifestazione di malattia. La vita somiglia un poco alla malattia come procede per crisi e lisi ed ha i giornalieri miglioramenti e peggioramenti. A differenza delle altre malattie la vita è sempre mortale. Non sopporta cure. Sarebbe come voler turare i buchi che abbiamo nel corpo credendoli delle ferite. Morremmo strangolati non appena curati. La vita attuale è inquinata alle radici. L’uomo s’è messo al posto degli alberi e delle bestie ed ha inquinata l’aria, ha impedito il libero spazio. Può avvenire di peggio. Il triste e attivo animale potrebbe scoprire e mettere al proprio servizio delle altre forze. V’è una minaccia di questo genere in aria. Ne seguirà una grande ricchezza… nel numero degli uomini. Ogni metro quadrato sarà occupato da un uomo. Chi ci guarirà dalla mancanza di aria e di spazio? Solamente al pensarci soffoco! Ma non è questo, non è questo soltanto. Qualunque sforzo di darci la salute è vano. Questa non può appartenere che alla bestia che conosce un solo progresso, quello del proprio organismo. Allorché la rondinella comprese che per essa non c’era altra possibile vita fuori dell’emigrazione, essa ingrossò il muscolo che muove le sue ali e che divenne la parte più considerevole del suo organismo. La talpa s’interrò e tutto il suo corpo si conformò al suo bisogno. Il cavallo s’ingrandì e trasformò il suo piede. Di alcuni animali non sappiamo il progresso, ma ci sarà stato e non avrà mai leso la loro salute. Ma l’occhialuto uomo, invece, inventa gli ordigni fuori del suo corpo e se c’è stata salute e nobiltà in chi li inventò, quasi sempre manca in chi li usa. Gli ordigni si comperano, si vendono e si rubano e l’uomo diventa sempre più furbo e più debole. Anzi si capisce che la sua furbizia cresce in proporzione della sua debolezza. I primi suoi ordigni parevano prolungazioni del suo braccio e non potevano essere efficaci che per la forza dello stesso, ma, oramai, l’ordigno non ha più alcuna relazione con l’arto. Ed è l’ordigno che crea la malattia con l’abbandono della legge che fu su tutta la terra la creatrice. La legge del più forte sparì e perdemmo la selezione salutare. Altro che psico-analisi ci vorrebbe: sotto la legge del possessore del maggior numero di ordigni prospereranno malattie e ammalati. Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.


Pagine da ricordare: Gian Pietro Lucini, La piccola Kelidonio (1914)

11 aprile 2011

Gian Pietro Lucini

da La piccola Kelidonio (1914) –  I. Philiscos a Mnasika

Quella giovane birba di Seso ha risposto ieri alle sollecitazioni di Geron, vecchia bertuccia spelata che non si accorge di divenire di giorno in giorno sempre più ripugnante, come meglio non si poteva.

Tutti che l’abbiamo udito, abbiamo riso, applaudendolo della opportunità delle parole e della buona grazia e squisita colla quale egli le ha pronunciate.

Pensa che Geron, col suo fare solito da babbeo arricchito gli si era posto davanti tra lo sciocco e il pretenzioso a fargli i complimenti sulla fortuna d’aver per amica la più fresca delle nostre giovanette, Akkis, che tu conoscerai almeno per udita perché sempre il nome di lei, come una dolcezza ed un profumo ricorre sulle labra della nostra Glycera. Ed il vecchio facendo risuonare la scarsella ripiena di monete e col promettergli un polledro bajo di fresco comperato da un mercante persiano in rovina, (ottimo polledro leggero al corso e mansueto) lo voleva ridurre al baratto. Senza dire di più colli occhietti cisposi che gli brillavano sotto le palpebre basse e grinzose, come una brace mal spenta sotto il coperchio sdruscito di un vecchio fornello, lo accarezzava sulle spalle, gli si faceva accosto battendogli le coscie e lo tentava in mille modi.

Stuccatosi Seso dell’armeggio lungo e burlesco, finse di acconsentire accontentandolo e gli rispose: «E bene, Geron, io ti voglio regalare la mia amica: e questa è quella che sto per descriverti, e tu puoi chiamarla pure Akkis come vuoi e se ti piace. Costei non ha poppe spropositate e cascanti; non è punto vecchia; non è insolente e non si inebria; non è sudiciona e sa quanto le convenga dal libro d’Elephantis: ha in fine la bellezza insolita e speciale di vedere da un occhio solo, il destro, rosso ed abbruciacchiato mentre il sinistro è nero e senza luce, sbarrato come l’antro del Ciclope. Aggiungi un’altra grazia preclara: i suoi piedi senza dita sono fessi come quelli della capra; se la vedessi danzare, assomiglia ad una faunetta male addomesticata; ed è la femina che ti conviene, è della tua stessa famiglia, o Geron, caprone mal rigovernato».

E Seso gli voltò le spalle, lasciandolo confuso colle mani nodose che palpeggiavano ancora la sua inutile scarsella gonfia, così col sorriso tra il sì e il no, che il vecchio non sapeva come nascondere o mutare. Poi s’avvide che tutto il crocchio lo prendeva a burla; borbottò qualche parola, schivò i più prossimi, allontanandoli coi gomiti come un villano nei giorni di fiera tra la folla urlante, e saltabeccando, mezzo zoppo s’allontanò a guisa di un rospaccio, minacciando.

Ciò ti scrivo, o Mnasika, perché ti serva nelle tue conversazioni ed adoperi una ben tornita insolenza, memore di Seso, che non ti spiacque, a quanto dicono, quand’era imberbe. Ricordami a Glycera e sta bene.


Pagina da ricordare (e non dimenticare): Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina di Olympe de Gouges

7 marzo 2011

Olympe de Gouges (Montauban, 7 maggio 1748 – Parigi, 3 novembre 1793)

Per informazioni sulla biografia di Olympe de Gouges si rimanda a Wikipedia.

DICHIARAZIONE DEI DIRITTI DELLA DONNA E DELLA CITTADINA (1791)

Uomo, sei capace d’essere giusto ? È una donna che ti pone la domanda ; tu non la priverai almeno di questo diritto. Dimmi? Chi ti ha concesso la suprema autorità di opprimere il mio sesso? La tua forza? Il tuo ingegno? Osserva il creatore nella sua saggezza ; scorri la natura in tutta la sua grandezza, di cui tu sembri volerti raffrontare, e dammi, se hai il coraggio, l’esempio di questo tirannico potere. Risali agli animali, consulta gli elementi, studia i vegetali, getta infine uno sguardo su tutte le modificazioni della materia organizzata; e rendi a te l’evidenza quando te ne offro i mezzi; cerca, indaga e distingui, se puoi, i sessi nell’amministrazione della natura. Dappertutto tu li troverai confusi, dappertutto essi cooperano in un insieme armonioso a questo capolavoro immortale. Solo l’uomo s’è affastellato un principio di questa eccezione. Bizzarro, cieco, gonfio di scienza e degenerato, in questo secolo illuminato e di sagacità, nell’ignoranza più stupida, vuole comandare da despota su un sesso che ha ricevuto tutte le facoltà intellettuali; pretende di godere della rivoluzione, e reclama i suoi diritti all’uguaglianza, per non dire niente di più.

Leggi il seguito di questo post »


Pagine da ricordare: Indifferenti di Antonio Gramsci

21 febbraio 2011

Indifferenti[1]

di Antonio Gramsci

Odio gli indifferenti: Credo come Federico Hebbel che «vivere vuol dire essere partigiani». Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e partigiano. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L’indifferenza è il peso morto della storia. È la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall’impresa eroica.

L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costrutti; è la materia bruta che si ribella all’intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano, quanto all’ indifferenza, all’assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell’ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un’epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell’ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non, sia che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch’io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.

Leggi il seguito di questo post »


Pagine da Ricordare: Persio, Satire (Guai se la irrita una bietola plebea)

3 febbraio 2011

Guai se la irrita una bietola plebea

Aulo Persio Flacco, Satire, III

 

 

 

“Sempre la solita storia? già il chiaro mattino

entra dalle finestre e allarga con la luce le strette fessure,

e continui a russare quanto basti a smaltire il robusto

Falerno, mentre la quinta linea è toccata dall’ombra.

Ehi, che fai? Già da un pezzo la canicola infuriata cuoce

le messi inaridite e ogni gregge è al riparo d’un ampio olmo”,

dice uno degli amici. “Davvero? è cosi? presto,

qualcuno! Nessuno?” Gli si gonfia la vitrea bile:

“Mi sento scoppiare” grida quasi ragliassero gli armenti

d’Arcadia. Subito brandisce un libro, una rasata pergamena

di doppio colore, la carta, il nodoso astile.

Leggi il seguito di questo post »


Pagine da ricordare: Svetonio, Vita dei Cesari

19 gennaio 2011

Caio Svetonio Tranquillo, Vite dei Cesari, libro IV, Caligola

Se la prese coi poeti e anche con i giuristi

 

34 Con livore e cattiveria, non inferiori alla superbia e alla crudeltà, se la prese con quasi tutti gli uomini del suo tempo. Le statue dei personaggi illustri, che Augusto aveva fatto trasportare dalla piazza del Campidoglio, divenuta ormai troppo stretta, al Campo di Marte, furono abbattute per suo ordine e fatte a pezzi in modo che, più tardi non fu più possibile restaurarle con le loro iscrizioni intere; per il futuro vietò di erigere, in un luogo qualsiasi, la statua o l’immagine di chiunque fosse ancora vivo, senza il suo parere e il suo ordine. Pensò perfino di distruggere i poemi di Omero dicendo: « Perché non potrei fare come Platone che li ha banditi dalla sua repubblica? » Ma poco mancò che facesse togliere da tutte le biblioteche gli scritti e i ritratti di Virgilio e di Tito Livio, perché rimproverava a uno di non avere nessun ingegno e di essere ignorante, all’altro di essere uno storico prolisso e inesatto. Se la prese anche con i giuristi, quasi avesse l’intenzione di abolire la loro scienza e spesso affermò: « Per Ercole, farò in modo che non possano dare nessuna risposta a prescindere da me! »

Leggi il seguito di questo post »