26 marzo 2012

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Bello, molto bello, molto meno bello. (Siria – adesso – Aisha Arnaout)

19 febbraio 2012

Come in un telegramma e poi di colpo:

Bello, molto bello

ascoltare in tv brandelli di poesia di una poetessa appena morta, dotata di Nobel e facilmente canonizzabile, lette da uno scrittore di punta in un programma tv di punta, all’ora di punta

e a fare poi impazzire le librerie con impennate di vendita improvvise e caratterizzate dalla forza commerciale dell’Effimero.

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L’odore amaro delle felci di Giulio Maffii (Premio Sandro Penna inediti 2011)

25 ottobre 2011

Autore: Albertomos

Per gentile concessione dell’Autore, proponiamo in anteprima alcuni testi tratti dalla raccolta L’odore amaro delle felcidi Giulio Maffii, vincitrice della XXIII edizione del premio “Sandro Penna”, sezione inediti.

Nel titolo della silloge di Giulio Maffii (L’odore amaro delle felci) riecheggia la sinestesia pascoliana della prima quartina di Novembre, “l’odorino amaro senti nel cuore” e il riferimento al poeta di San Mauro non è affatto casuale. La teoria del “particolare” pascoliano, insieme con quella montaliana dell’ “oggetto”, rivivono nell’elegante trama di questa raccolta di versi. Anche parte del lessico arriva a Maffii attraverso la lente pascoliana e l’aspro disincanto montaliano, ma ciò che fa di questa raccolta un lavoro decisamente innovativo è un ritmo fluido, incalzante, a volte sincopato, raramente aspro e pausato. In questo ritmo risiede il fascino di questa poesia decisamente post-montaliana, allineata ai tempi odierni, tutta giocata tra disincanto e tentativo di non perdere le coordinate di un’esistenza che si sente spesso anonima e svilita (Non sono il migliore / non sono il peggiore / siamo tutti minimi / tra vento e tremore / io tu gli anonimi).
Non è certo di coscienza che manca L’odore amaro delle felci, nasce anzi da una precisa constatazione della realtà, filtrata dai versi straordinari di Margherita Guidacci – ai cui versi Maffii lascia l’apertura dell’opera -, dalla certezza di essere circondati dai Telchini (demoni che avevano dimora a Rodi prima del diluvio e che, presentendo l’arrivo del cataclisma, si allontanarono dall’isola greca per disperdersi nel mondo). I telchini erano inventori, artisti e maghi che avevano una potenza malefica nello sguardo, avevano il potere di controllare la pioggia e di mutare a piacere il proprio aspetto. Ma il loro controllo del pianeta non sarà mai completo, afferma Maffii: “Mi salvo lontano dalla gloria / delle cose effimere / mi salvo nella storia / delle piccole cose”.
Sono dunque i Telchini i consapevoli distruttori di ogni palpito del sentire umano ma possono essere evitato dalla profonda, anche se apparentemente minima, coscienza di vivere.

e.c

da: L’odore amaro delle felci di Giulio Maffii

ASCOLTANDO LE LORO INFORMI

Ascoltando le loro informi parole
scopro quanto è umano
un  monotono rumore
il ronzio e poi il fruscio
delle pagine delle cose
lasciate sole in qualche maceria
tra memoria e memoria
Il lato fragile di una mente aperta
così diceva Berta la maestra
non si avvede della tormenta
del veleno che ti serra le vene
Non sono il migliore
non sono il peggiore
siamo tutti minimi
tra vento e tremore
io tu gli anonimi

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Pagine da Ricordare: L’ultima pagina de La coscienza di Zeno di I. Svevo (con file mp3 di Luca Tedeschi)

10 ottobre 2011

Inizia con questo post una collaborazione con l’attore Luca Tedeschi per la rubrica “Pagine da ricordare”. Il brano proposto sarà accompagnato dalla lettura di Luca Tedeschi in formato mp3, liberamente scaricabile.

Buona lettura e buon ascolto!

Luca-Tedeschi-Coscienza-di-Zeno.mp3

Il dottore, quando avrà ricevuta quest’ultima parte del mio manoscritto, dovrebbe restituirmelo tutto. Lo rifarei con chiarezza vera perché come potevo intendere la mia vita quando non ne conoscevo quest’ultimo periodo? Forse io vissi tanti anni solo per prepararmi ad esso! Naturalmente io non sono un ingenuo e scuso il dottore di vedere nella vita stessa una manifestazione di malattia. La vita somiglia un poco alla malattia come procede per crisi e lisi ed ha i giornalieri miglioramenti e peggioramenti. A differenza delle altre malattie la vita è sempre mortale. Non sopporta cure. Sarebbe come voler turare i buchi che abbiamo nel corpo credendoli delle ferite. Morremmo strangolati non appena curati. La vita attuale è inquinata alle radici. L’uomo s’è messo al posto degli alberi e delle bestie ed ha inquinata l’aria, ha impedito il libero spazio. Può avvenire di peggio. Il triste e attivo animale potrebbe scoprire e mettere al proprio servizio delle altre forze. V’è una minaccia di questo genere in aria. Ne seguirà una grande ricchezza… nel numero degli uomini. Ogni metro quadrato sarà occupato da un uomo. Chi ci guarirà dalla mancanza di aria e di spazio? Solamente al pensarci soffoco! Ma non è questo, non è questo soltanto. Qualunque sforzo di darci la salute è vano. Questa non può appartenere che alla bestia che conosce un solo progresso, quello del proprio organismo. Allorché la rondinella comprese che per essa non c’era altra possibile vita fuori dell’emigrazione, essa ingrossò il muscolo che muove le sue ali e che divenne la parte più considerevole del suo organismo. La talpa s’interrò e tutto il suo corpo si conformò al suo bisogno. Il cavallo s’ingrandì e trasformò il suo piede. Di alcuni animali non sappiamo il progresso, ma ci sarà stato e non avrà mai leso la loro salute. Ma l’occhialuto uomo, invece, inventa gli ordigni fuori del suo corpo e se c’è stata salute e nobiltà in chi li inventò, quasi sempre manca in chi li usa. Gli ordigni si comperano, si vendono e si rubano e l’uomo diventa sempre più furbo e più debole. Anzi si capisce che la sua furbizia cresce in proporzione della sua debolezza. I primi suoi ordigni parevano prolungazioni del suo braccio e non potevano essere efficaci che per la forza dello stesso, ma, oramai, l’ordigno non ha più alcuna relazione con l’arto. Ed è l’ordigno che crea la malattia con l’abbandono della legge che fu su tutta la terra la creatrice. La legge del più forte sparì e perdemmo la selezione salutare. Altro che psico-analisi ci vorrebbe: sotto la legge del possessore del maggior numero di ordigni prospereranno malattie e ammalati. Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.


Cento righe per la magliana di Alfredo Sorani

3 ottobre 2011

Ci sono luoghi o sensazioni che rimangono nell’anima per sempre, come l’odore dei limoni, i pergolati che chiudono
le ferrovie prima delle stazioni, i grandi viali che dividono le città o i tigli che l’afrore segnano delle estati verso sud
su certi consorzi umani che, a volte, la memoria rigenera dal fondo delle strade che conoscemmo e nei sogni
che tornano come un ricordo velato e innaturale.
Vincenzo non ama la magliana, non è certo un posto per viverci, per vedere passare l’estati e gli inverni,
i mattini che non annunciano niente, le sere che si succedono con il vuoto degli storni che non danno pace,
le auto dispiegate in cerca d’una salvezza o di un golgota da passare o da fermarcisi per sempre.
Abita in via dell’Impruneta che si discosta appena dalla grande arteria che attraversa da est a ovest
tutto il quartiere ove pulsa il siero disciolto in emazie di dolore e di noia nell’ansia che si ostina nelle auto, nei
corpi di fango ch si muovono obliquamente nell’aria soffocante di certe sere che annunciano l’estate, finisce
dopo un esito di casermoni dove non durano i cortili e le corti fatiscenti alle alzate che chiudono l’ansa
del tevere sonnolento e malarico, ove una pista ciclabile cerca una dignità, un decoro che muore a sterpaglie,
canne sgretolate dove orinano uomini e cani e ne segna un confine irrevocabile fino alla roma-fiumicino,
che taglia il fiume e traccia una linea di cemento prima dei campi aperti e del complesso dello sheraton
con gli occlusi percorsi del golf e le sue buche così perfette e inattendibili, per chi vive da quest’altra parte;
dal viadotto si potevano osservare la grande cupola dei santi Pietro e Paolo, come un monito così in alto
con il suo marmo bianco a scavare la distanza da quel luogo dall’altra parte del fiume, dove le case conservavano
una pace che è solo quella dei ricchi, c’era una continuità nelle villette basse, un ordine così compunto
che solo gli uomini avevano voluto e parevano così distanti e inanimate da sembrare le dimore degli immortali.
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Risultati della XXIII edizione del Premio Nazionale di poesia “Sandro Penna”

30 settembre 2011

Domenica 2 ottobre 2011 si svolgerà alle ore 17.00 presso il Teatro Comunale “Accademia degli Avvaloranti” di Città della Pieve la cerimonia di premiazione della XXIII° edizione del Premio Nazionale di Poesia “Sandro Penna”, promosso dall’Amministrazione Comunale di Città della Pieve e dal Centro Culturale “Pablo Neruda”.

La giuria, composta da Enrico Cerquiglini, Roberto Deidier, Davide Nota, Elio Pecora, Walter Pedullà e Bruno Quaranta, ha assegnato i seguenti premi:

Sezione poesia edita:

Vincitore: Daniela Attanasio, Il ritorno all’isola,Torino, Nino Aragno Editore, 2010.

Segnalati:
Francesco Accattoli, La neve nel bicchiere, FaraEditore, Rimini, 2011;
Silvano Agosti, Nel ventre pigro della notte, Edizioni l’Immagine, Roma, 2010;
Anna Boninsegni,  AnnAlfabeti, unaluna, Gubbio, 2010;
Loris Ferri – Stefano Sanchini, Corrispondenze ai margini dell’Occidente, stellefilanti, Cremona, 2011;
Giovanni Occhipinti, Corale con trittico,(2008-2009), Salvatore Scascia Editore, Caltanissetta-Roma, 2010.

Sezione poesia inedita:

Vincitore: Giulio Maffii per la raccolta L’odore amaro delle felci.

Segnalati:
Marco Annicchiarico, per la raccolta Fiori viola;
Gabriella Bianchi, per la raccolta Quaderno di frontiera;
Domenico Lombardini per la raccolta Lacune.

Premi:
All’opera edita vincitrice è assegnata la somma di €. 2.000,00 (duemila).
L’opera inedita vincitrice della sezione inedita sarà pubblicata da una casa editrice scelta dagli organizzatori del premio.
Ai poeti segnalati verranno consegnati attestati in pergamena.
Durante la cerimonia verrà presentato il libro di Lina Salvi, vincitore del Premio – Sezione Poesia Inedita 2010, Dialogando con C.S., Firenze, Edizioni della Meridiana, 2011.

Città della Pieve, 28 settembre 2011


Poesia e fotografia sostenibile? Concorso “Effetto Farfalla”! (scad. 11/11/2011)

22 agosto 2011

Vir-us & Versinvena

invitano alla partecipazione

tutti coloro che praticano la scrittura poetica, l’arte della fotografia e l’amore per la natura mediante la produzione di un elaborato poetico e/o uno scatto fotografico che si ispiri al tema dell’ambiente, dell’amore per la Terra e degli stili di vita sostenibili, come segue:

per la sezione poesia: 1 testo inedito, per un massimo 30 versi (comprese spaziature interne ai versi e titolo)

per la sezione fotografia: 1 istantanea, anche se pubblicata, della quale l’autore detenga i diritti di pubblicazione

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“Il cielo di Itaca” di Gabriella Bianchi

18 giugno 2011

“Il cielo di Itaca” di Gabriella Bianchi

di Vittoria Bartolucci

Sin dalla prima lettura dell’ultima raccolta di Gabriella Bianchi, “Il cielo di Itaca”, ho provato la sensazione che essa costituisca essenzialmente il diario di una solitudine, diario che una profonda sensibilità e un linguaggio molto originale hanno trasformato in una pagina di autentica poesia. Naturalmente, essendo io da tempo amica dell’autrice, se da una parte ho scoperto quale fascino eserciti il tessuto di immagini, di suoni, di stati d’animo, di echi dal presente o dal passato, dal reale o dal fantastico che “abitano” o, meglio, si agitano in tale raccolta, dall’altra ho provato un profondo senso di tristezza e il desiderio di analizzarne i versi, con la speranza, forse, di poter dimostrare l’infondatezza della mia sensazione.

In realtà, però, non è certo quello di chi vi trova motivo di consolazione e compagnia lo sguardo che oggi Gabriella rivolge alla natura, una delle protagoniste di tutti i suoi libri, e questo non solo quando vi coglie testimonianze del fatto che l’uomo attenta ogni giorno alla sua integrità e alla sua bellezza ma anche quando descrive fenomeni che, pur assumendo valenze diverse a seconda dei suoi stati d’animo o dei ricordi che risvegliano, si verificano da sempre con modalità simili nell’alternarsi delle stagioni. E così, se trova sconsolante il fatto che “gli alberi” non possano “dormire/ nei boschi arrugginiti di rottami” o che “la primavera” arrivi in un “vuoto di rondini”, che gli uomini “perduti/ nel peccato della distrazione” non si accorgano dei muti segnali, inviati loro dai “sillabari d’ottobre”, o del “tremito degli agnelli” che stanno per essere uccisi, è d’altra parte inevitabile per lei scoprire come, in una giornata qualunque (che per qualche ragione appare più triste delle altre), contro i “sipari di nebbia” “gli alberi” possano sembrare all’improvviso delle “lische” e la vista del “drappo viola” del cielo “tessuto di fulmini” durante un temporale o quella di un “cielo compatto/ come una lavagna/ falciato dalle rondini”, in una mattina d’aprile, possano dare un senso di oppressione mai provato prima. Solo a tratti, invece, in questa raccolta, il rapporto tra chi scrive e la natura sembra recuperato: da un volo della fantasia, ad esempio (“La neve apre le porte/ a un paese di folletti e carillons”), da un ricordo riemerso dall’infanzia (“Il vento corre come un ragazzo/ d’improvviso s’impenna e cade”), da una piacevole esperienza sensoriale (“Nel folto messale di giugno/ il lago è una chitarra acquatica”).

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Azioni poetiche: vorrei essere tagliente come un eccomi (Golena San Massimo, Padova, 19 giugno)

13 giugno 2011

Azioni poetiche si svolgerà domenica 19 giugno dalle 15.00 alle 22.00.

Nella cornice della Golena San Massimo (via San Massimo 137, Padova) sarà installato un totem a sei facce, ciascuna alta 2 metri e larga 1,5. Durante la giornata il totem sarà graffitato dall’associazione Kantiere Misto e da Ivan. I lavori realizzati da Kantiere Misto saranno la rappresentazione, attraverso gli strumenti della street-art, di alcune poesie di Fabio Franzin, Matteo Fantuzzi e Francesco Terzago. I tre poeti parteciperanno all’evento con un reading dei loro testi. La serata si chiuderà con un concerto del gruppo Sadi Carnot.

Le associazioni ASU, LogOut e Kantiere Misto propongono un evento per promuovere e discutere le frequenti interazioni che avvengono tra le due seguenti forme di espressione artistica: la poesia e il graffitismo (graffiti-writing).

[L’iniziativa è patrocinata dall’Università degli Studi di Padova e dal Comune di Padova.]

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Vetrina dei poeti 7: Luca Artioli, “terza persona, -ae”.

26 Maggio 2011

La Vetrina dei Poeti è contenta di poter ripubblicare qui alcuni testi del poeta mantovano Luca Artioli. Personalmente, mi sono già occupato di Artioli in una piccola recensione della recente silloge “Suture” (Fara, 2011) sul mio blog, alla quale rimando non solo per un approfondimento sul libro in questione, ma anche per i distinguo necessari nel mio approccio all’opera di un autore amico, che non è però, un “amico autore”. La nota critica che precede i testi mi si fa forzosamente breve, anche per questi motivi, ma non mi esime dal concentrare la mia attenzione, come fa anche Massimo Sannelli nella prefazione di “Suture”, sul testo “Terza persona”, che si può leggere anche qui di seguito, in quanto si tratta di un’ottima lirica “generazionale”, scritta da un giovane poeta, che è anche giovane tout court, per i giovani poeti, che sono anche, in toto, giovani. E la vetusta, ma importante, espressione – “testo generazionale” – è senza dubbio meritata.

Segnalo anche l’esperimento italo-inglese di Poethree, in uscita per la neonata casa editrice Thauma, che unisce la poesia di “Luca Artioli” alle consimili esperienze dei suoi (e miei) sodali nell’avventura dei Poeti del Sottosuolo, Andrea Garbin e Fabio Barcellandi, un valido esperimento di internazionalizzazione della poesia italiana, che intende andare aldilà dei provincialismi e dei campanilismi che la, e che ci, connotano.

Buona lettura. (l. m.)

 

Da Suture. La poesia come resilienza (Fara Editore, 2011)

 

NELL’ADDIO

Per la creatura del vento e dell’autunno

asfalto senza principio, parole scomode,

peso di spine

perché partiva come se non avesse mai

lasciato,

nell’addio della foglia o nel polso insaccato

della manica, partiva

senza curarsi troppo del gesto,

rapido fendente sulla gola

in periferia, oltre le luci, stanotte.

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