Vetrina dei poeti 7: Luca Artioli, “terza persona, -ae”.

26 maggio 2011

La Vetrina dei Poeti è contenta di poter ripubblicare qui alcuni testi del poeta mantovano Luca Artioli. Personalmente, mi sono già occupato di Artioli in una piccola recensione della recente silloge “Suture” (Fara, 2011) sul mio blog, alla quale rimando non solo per un approfondimento sul libro in questione, ma anche per i distinguo necessari nel mio approccio all’opera di un autore amico, che non è però, un “amico autore”. La nota critica che precede i testi mi si fa forzosamente breve, anche per questi motivi, ma non mi esime dal concentrare la mia attenzione, come fa anche Massimo Sannelli nella prefazione di “Suture”, sul testo “Terza persona”, che si può leggere anche qui di seguito, in quanto si tratta di un’ottima lirica “generazionale”, scritta da un giovane poeta, che è anche giovane tout court, per i giovani poeti, che sono anche, in toto, giovani. E la vetusta, ma importante, espressione – “testo generazionale” – è senza dubbio meritata.

Segnalo anche l’esperimento italo-inglese di Poethree, in uscita per la neonata casa editrice Thauma, che unisce la poesia di “Luca Artioli” alle consimili esperienze dei suoi (e miei) sodali nell’avventura dei Poeti del Sottosuolo, Andrea Garbin e Fabio Barcellandi, un valido esperimento di internazionalizzazione della poesia italiana, che intende andare aldilà dei provincialismi e dei campanilismi che la, e che ci, connotano.

Buona lettura. (l. m.)

 

Da Suture. La poesia come resilienza (Fara Editore, 2011)

 

NELL’ADDIO

Per la creatura del vento e dell’autunno

asfalto senza principio, parole scomode,

peso di spine

perché partiva come se non avesse mai

lasciato,

nell’addio della foglia o nel polso insaccato

della manica, partiva

senza curarsi troppo del gesto,

rapido fendente sulla gola

in periferia, oltre le luci, stanotte.

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Vetrina dei poeti 6: Francesco Terzago, “…nell’ombra: della gente…”

14 marzo 2011
Nel dono di questo inedito, per il quale Ginestra ringrazia sentitamente, Francesco Terzago mostra alcune caratteristiche salienti del suo lavoro: la passione per la forma poematica, oggi un po’ trascurata; una tendenza alla narrazione assimilabile più alla tradizione anglosassone novecentesca che a derive diariste o minimaliste; un’attenzione “civile” – qualunque cosa questo significhi… –
che rimanda a figurazioni dell’ultimo Franzin e a un
certo fauvismo espressivo di Simone Cattaneo. Modalità di espressione nuove, senza nuovismo, in quanto intrise di tradizione, per quanto eterodossa, e di intensità, che è l’unica vera erede di una sempre presunta e mai realizzabile
‘originalità’.
 
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Vetrina dei poeti 5: Gabriele Gabbia e “la terra franata dei nomi”

25 gennaio 2011

A una prima lettura, la poesia di Gabriele Gabbia sembra porsi in consapevole contraddizione con una posizione critica ben nota e variamente circolante, anche se quasi mai supportata da adeguati riscontri testuali. Tale posizione affermerebbe che la poesia delle ultime generazioni – e già l’accento sul “generazionale” colora di retorica il discorso, esibendone la vacuità… – è viziata, a priori e in modo generalizzato, da una dose eccessiva di intimismo e di soggettivismo lirico. Che vi è, in modo paradossalmente costante e urgente, in questi anni, un riflusso collettivo (sic) verso la “parola innamorata” degli anni Ottanta.

C’è anche chi, non sbagliando di molto il tiro, considera questa come una reazione passatista, o anche conservatrice, a modi di sperimentazione che hanno inciso profondamente nel linguaggio della poesia – con l’effetto, tuttavia, di perdere parallelamente una certa presa sugli altri linguaggi disponibili nella società e nella realtà.

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Laura Accerboni – Attorno a ciò che non è stato.

15 gennaio 2011

Laura Accerboni, Attorno a ciò che non è stato, Edizione del Leone, Settembre 2010

Già il titolo potrebbe trarci in inganno, accompagnarci nello sconforto più doloroso e profondo, tipico delle stagioni fredde, dei cieli minacciosi, rigonfi di nubi, rabbuiati. Si rivela, invece, un testo denso e di elevata energia. Dunque, proprio da questa prospettiva bisogna accingersi alla lettura dei testi.

Si sale come per caso
sospesi e credibili
in tutte le parti.
O forse
si scende
come si può
in ruoli non certi.
O ancora
Semplicemente
si rimane
in attesa
di migliori spiegazioni.

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Vetrina dei poeti 4: Daniele Poletti, “Senza paura mangiare non è vergogna”.

12 gennaio 2011

La Ginestra ha finora ospitato molte voci di chiara pronuncia civile (ultimo, ma non ultimo Luca Ariano, nel post precedente), legate ad una forza politica, sociale ed economica del referente che cerca di trascendere la “fine delle semantiche certe” inaugurata già molto tempo fa da ampi settori della poesia contemporanea, non solo italiana.

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Vetrina 3: Stelvio Di Spigno, “La nudità”

3 gennaio 2011

La prima cosa che colpisce de La nudità di Stelvio Di Spigno è la ricerca di un metro che sappia rendere una musica che si barcamena tra un ritmo classico e l’apertura verso un ignoto, un ritmo da codificare, che riapre il discorso di una nuova metrica che contenga versi già ampiamente sperimentati ma che si strutturi nel suo darsi, nel suo sconfinare apparente nella prosa.

In questa stessa costruzione Di Spigno prende coscienza della limitatezza della parola, del suo significante che finisce per non vestire il significato di altra veste se non quella fonetica: “perché niente in fondo si sa dire”, “Per questo la parola è notturna”, “dai nomi portati tutti falsamente”, “ma dopo è difficile parlarne”, “preghiere di truffa / e parole di mercato” e della nudità che è insieme destino dell’io poetante, essenza, bellezza in sé ma, anche e soprattutto, esposizione al dolore – “per poi lasciarmi fare di tutto sotto il sole” – e alla sofferenza della sottrazione. Bisogna uscire dal “non so chi sono” frutto di scavo interiore, di cammini impervi per giungere spesso a risultati scontati o confutabili dalla prima nota del pensiero, e addentrarsi negli schemi predefiniti del “troppo bello non essere se stessi”, “volevo essere lui, volevo essere lei”, “voglia di annullarsi per essere obbedienti” e tacitare quel tarlo interiore che ci propone un mondo che non possiamo capire e neanche ignorare.

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Vetrina 2: Anna Ruotolo, “Secondi luce”

12 dicembre 2010

Nella misura in cui la parola poetica si confronta con la sua fonte principale – il respiro – il ritmo della lirica si assume anche il compito di spezzare la linea della temporalità, così com’è comunemente percepita, per fornire prospettive diverse sull’esperienza umana e le sue condizioni. È così che il tempo fisico e biologico ambisce a farsi storico, politico e psicologico, ed è allo stesso modo che gli anni luce della scienza possono diventare Secondi luce nel titolo dell’opera prima di Anna Ruotolo (prefazione di Elio Grasso, Lietocolle, 2009) – con uno slancio metaforico non privo di arguzia, né di un tentativo sornione di complicità con un lettore che sia empatico e attento.

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