Bello, molto bello, molto meno bello. (Siria – adesso – Aisha Arnaout)

19 febbraio 2012

Come in un telegramma e poi di colpo:

Bello, molto bello

ascoltare in tv brandelli di poesia di una poetessa appena morta, dotata di Nobel e facilmente canonizzabile, lette da uno scrittore di punta in un programma tv di punta, all’ora di punta

e a fare poi impazzire le librerie con impennate di vendita improvvise e caratterizzate dalla forza commerciale dell’Effimero.

Leggi il seguito di questo post »

Annunci

“Il cielo di Itaca” di Gabriella Bianchi

18 giugno 2011

“Il cielo di Itaca” di Gabriella Bianchi

di Vittoria Bartolucci

Sin dalla prima lettura dell’ultima raccolta di Gabriella Bianchi, “Il cielo di Itaca”, ho provato la sensazione che essa costituisca essenzialmente il diario di una solitudine, diario che una profonda sensibilità e un linguaggio molto originale hanno trasformato in una pagina di autentica poesia. Naturalmente, essendo io da tempo amica dell’autrice, se da una parte ho scoperto quale fascino eserciti il tessuto di immagini, di suoni, di stati d’animo, di echi dal presente o dal passato, dal reale o dal fantastico che “abitano” o, meglio, si agitano in tale raccolta, dall’altra ho provato un profondo senso di tristezza e il desiderio di analizzarne i versi, con la speranza, forse, di poter dimostrare l’infondatezza della mia sensazione.

In realtà, però, non è certo quello di chi vi trova motivo di consolazione e compagnia lo sguardo che oggi Gabriella rivolge alla natura, una delle protagoniste di tutti i suoi libri, e questo non solo quando vi coglie testimonianze del fatto che l’uomo attenta ogni giorno alla sua integrità e alla sua bellezza ma anche quando descrive fenomeni che, pur assumendo valenze diverse a seconda dei suoi stati d’animo o dei ricordi che risvegliano, si verificano da sempre con modalità simili nell’alternarsi delle stagioni. E così, se trova sconsolante il fatto che “gli alberi” non possano “dormire/ nei boschi arrugginiti di rottami” o che “la primavera” arrivi in un “vuoto di rondini”, che gli uomini “perduti/ nel peccato della distrazione” non si accorgano dei muti segnali, inviati loro dai “sillabari d’ottobre”, o del “tremito degli agnelli” che stanno per essere uccisi, è d’altra parte inevitabile per lei scoprire come, in una giornata qualunque (che per qualche ragione appare più triste delle altre), contro i “sipari di nebbia” “gli alberi” possano sembrare all’improvviso delle “lische” e la vista del “drappo viola” del cielo “tessuto di fulmini” durante un temporale o quella di un “cielo compatto/ come una lavagna/ falciato dalle rondini”, in una mattina d’aprile, possano dare un senso di oppressione mai provato prima. Solo a tratti, invece, in questa raccolta, il rapporto tra chi scrive e la natura sembra recuperato: da un volo della fantasia, ad esempio (“La neve apre le porte/ a un paese di folletti e carillons”), da un ricordo riemerso dall’infanzia (“Il vento corre come un ragazzo/ d’improvviso s’impenna e cade”), da una piacevole esperienza sensoriale (“Nel folto messale di giugno/ il lago è una chitarra acquatica”).

Leggi il seguito di questo post »


Ivano Mugnaini, Il Tempo Salvato, Blu di Prussia, 2010

20 febbraio 2011

E’ davvero “Il Tempo Salvato”  dell’amore e della poesia, ciò che rinvia la lettura del testo di Ivano Mugnaini: “ La chiamasti amore, lei, Sibilla, la poesia, la poesia, carne soffice, molle nelle mani sopra gabbie di tendini…”//.  La conferma che i testi, a partire dalla sezione “Tra la poesia e la vita”, sono tutte poesie dell’amore visto – sentito – espresso,  come ben afferma  Luigi Fontanella nella prefazione,  in netta e rapida evoluzione o sequenza.

.   

E cosa possiamo augurarci, se non lasciarci piacevole attrarre, con  immediatezza da tentazioni gentilmente romantiche? No. Tutto ciò qui non è concesso, non assolutamente rappresentato. Non è di questo che il poeta intende parlarci: “Corri amore/prendi una tee- shirt e un’arancia/incontriamoci in un albergo di provincia…/” “ Non è più concesso, o almeno opportuno, lasciare spazio al rimpianto”.  Tuttavia è necessario procedere per gradi vari,  pagina dopo pagina,  ad ogni a capo del verso, contatto con la parola, il suo mistero. La tensione, ben celata, ambisce a un dialogo, ai visi che erano sogno, brivido che sconquassava la schiena, speranza, pazzia. Guardare ora la foglia che cade sul tratto di via che hai di fronte, prendere tutto il sole che c’è.  Inoltrarsi nei diversi luoghi di contatto, fisici e geografici, protagonisti tra presente e memoria: ” L’aria del Lungarno scorre tra tempo e memoria. Neppure il traffico la soffoca cappio di lamiere scorre e non la sfiora.  

 

Potrebbe certamente trattarsi di un moderno canzoniere in versi e credo che lo sia. Non a caso l’amore, è espresso come valore unico, ed  irrinunciabile. Lo stesso autore non ne fa mistero alcuno :“Malgrado le difficoltà della mia vicenda, malgrado  i disagi, i dubbi e le angosce, malgrado il desiderio di uscirne fuori, dentro di me non smetto di affermare l’amore come un valore. di (Roland Barthes)

Andirivieni di pensieri,  descrizioni apparentemente semplici e lineari  aprono solchi profondi. Altro aspetto  che  condivido è il “candore”  disarmante di chi racconta, si dispone,  con tutta  la propria inadeguatezza,  di fronte al mistero, all’alterità del mondo. Con “il giusto peso” delle parole scelte: “Dare, ora, alle parole/il giusto peso, è tutto/ciò che abbiamo, scegliere/ cosa dire senza oscillare…”

Alla ricerca di qualcosa dentro che non si adatta, non si adegua, continua a pulsare per moto proprio ad ammalarsi, a guarire, con impulso autonomo. Scorre la vita a dispetto di te, di noi, porta su lidi secchi e inattesi.

Certamente la poesia potrà dare sollievo se lasciamo che il testo trovi, il cammino, l’oggetto, il messaggio, che trovi la sua strada. Per se stessa il senso, per chi  l’ama.    

Lina Salvi

Qualcosa dentro

Qualcosa dentro non si adatta,

non si adegua, continua a pulsare

per moto proprio, ad ammalarsi, a guarire,

con impulso autonomo. Scorre la vita

a dispetto di te, ti porta su lidi

secchi, inattesi, proprio nell’attimo in cui

senti che niente muta il niente  che,  lento,

divora.

    Ma qualcosa non si attaglia,

non si allinea. Sfiora la superficie

un pensiero, perla di luce scivola

via con un volto stranito, sognando il tonfo,

il crepitio dello schianto, il profilo

dello scoglio. O un prato

dove la distanza è

il salto di un fosso, di slancio,

ad occhi chiusi; l’attimo in cui la mente

diventa riflesso di sole, sorriso profondo

del cuore.

 


D’AVVENTURE, D’ARMI, D’AMORI E DI FILOSOFIE IO CANTO …

15 gennaio 2011

D’AVVENTURE, D’ARMI, D’AMORI E DI FILOSOFIE  IO CANTO … [1]

di Valerio Bruschini

1) Giano dei Montemarte è il protagonista del libro scritto da Maurizio Magnani: “ Il Signore di Collazzone”, [2] di cui il sottotitolo offre un’avvincente sintesi: Romanzo d’avventure, d’armi, d’amori e di filosofie di un ghibellino libertario del XIII secolo.

Le avventure del giovane iniziano nel 1220, quando, a diciotto anni, è costretto a fuggire dal borgo natio, dopo averlo strenuamente difeso, messo a ferro e fuoco dalle milizie di Todi nel corso di una delle innumerevoli, piccole, ma comunque sanguinose, guerre, che, nel Duecento, scandiscono la storia dell’Umbria, così come delle altre regioni d’Italia.

Leggi il seguito di questo post »


Vetrina dei poeti 4: Daniele Poletti, “Senza paura mangiare non è vergogna”.

12 gennaio 2011

La Ginestra ha finora ospitato molte voci di chiara pronuncia civile (ultimo, ma non ultimo Luca Ariano, nel post precedente), legate ad una forza politica, sociale ed economica del referente che cerca di trascendere la “fine delle semantiche certe” inaugurata già molto tempo fa da ampi settori della poesia contemporanea, non solo italiana.

Leggi il seguito di questo post »


Pagine da ricordare: “Un weekend [non] postmoderno” (Lorenzo Mari)

21 dicembre 2010

Il 10 e l’11 dicembre si è svolto a Correggio il X Seminario Tondelli, un’occasione per giovani studenti, ricercatori e appassionati di riunirsi attorno alla figura e all’opera di Pier Vittorio Tondelli, mancato 19 anni fa e con ogni probabilità ancora mancante, nella cultura italiana sia locale che nazionale.

 

Un’estate dentro a un weekend, e un weekend che sintetizza, in sei, sette feste, disseminate in tutta Europa, il carattere di un’epoca. È in questa duplice ottica che il fatto di accostarsi al capitolo “L’estate romana”, collocato nelle prime pagine del Weekend postmoderno[1] – nella sezione degli Scenari italiani, che avrebbero dovuto essere riecheggiati anche dal primo sottotitolo dell’opera, Scenari dagli anni Ottanta, poi modificato in Cronache dagli anni Ottanta – significa fare i conti con una serie di discrasie temporali.

D’altro canto, è nelle crepe della linearità cronologica e logica che risiede, almeno in parte, il fascino della letteratura, e in particolare quella che è la capacità della scrittura letteraria, in quanto sostanza linguistica molteplice e proteiforme, di non restare ingessata troppo a lungo nelle costrizioni dello stereotipo.

Ancora in altre parole, rileggere “L’estate romana”[2], breve porzione di quel monstruum che è il Weekend tondelliano, significa poter tornare ad attaccare – decostruendole – le etichette che sono state troppo facilmente affibbiate all’opera di Pier Vittorio Tondelli, e in primo luogo quelle di ‘scrittore postmoderno’ e di ‘scrittore generazionale’.

Leggi il seguito di questo post »


La poesia dell’ultimo decennio di Gabriella Bianchi

19 dicembre 2010

di Gabriella Bianchi

Il grande Luciano Erba, recentemente scomparso, ha definito  la poesia, nel corso di un’intervista del 2003,  come “la grande assente”, asserendo che quello dei poeti sembra ormai un mondo a parte, quasi scomparso dai quotidiani, emarginato dalle case editrici, del tutto ignorato da Tv e riviste patinate. Ma dopo il fast food dell’ideologia, Erba vede una via per una rinascita nel ritorno ai grandi temi, al mito, al sacro, andando controcorrente.

Dopo una poesia che nel Novecento, popolato di grandi figure, è stata definita da Mario Luzi , intervistato da Roberto Mussapi,  “senz’anima e senza desiderio” (fatta eccezione per Pound e Rilke), ci chiediamo, provando a tracciare un profilo e un  affrettato consuntivo del primo decennio del Duemila, quali fermenti facciano vivere la poesia di questi anni.

Leggi il seguito di questo post »