La poesia dell’ultimo decennio di Gabriella Bianchi

di Gabriella Bianchi

Il grande Luciano Erba, recentemente scomparso, ha definito  la poesia, nel corso di un’intervista del 2003,  come “la grande assente”, asserendo che quello dei poeti sembra ormai un mondo a parte, quasi scomparso dai quotidiani, emarginato dalle case editrici, del tutto ignorato da Tv e riviste patinate. Ma dopo il fast food dell’ideologia, Erba vede una via per una rinascita nel ritorno ai grandi temi, al mito, al sacro, andando controcorrente.

Dopo una poesia che nel Novecento, popolato di grandi figure, è stata definita da Mario Luzi , intervistato da Roberto Mussapi,  “senz’anima e senza desiderio” (fatta eccezione per Pound e Rilke), ci chiediamo, provando a tracciare un profilo e un  affrettato consuntivo del primo decennio del Duemila, quali fermenti facciano vivere la poesia di questi anni.

Valerio Magrelli, in sintonia con Luciano Erba, insiste sul ritorno ai classici. Dai greci a Dostoevskij, i cosiddetti “classici” sembrano culturalmente passati di moda. Ma così, secondo Magrelli,  possiamo sceglierli più liberamente  e vederli come fonti di passione e curiosità, soprattutto per i giovani.

E’ stato detto da Ferrucio Parazzoli che gli scrittori non sono più mitici. Dunque la letteratura si sta spegnendo? L’incapacità di rischiare rende gli autori contemporanei (poeti compresi) prigionieri del minimalismo. Già Camus ne “Il mito di Sisifo” era stato profeta consapevole della resa al nichilismo di massa. La letteratura cammina ancora sulla scia di tale nichilismo (“niente ha abbastanza senso per avere un senso”).

Oggi il mondo della poesia ha un’altissima densità di poeti ma pochissimi lettori, tranne gli addetti ai lavori. La prima affermazione è incoraggiante, perché chi costruisce versi intende tracciare un percorso ideologico da condividere con il lettore. Il secondo dato di fatto induce invece a un riscontro pessimistico, perché evidentemente la poesia prodotta non è ricca di nutrimento.

Il mio parere è che la poesia di questo decennio è troppa in quantità, e quindi disorientante, e forse, mi si perdoni l’ipotesi, è  ripetitiva o priva di genialità.

Il grande Gadda diceva che è necessario liberarsi dalla tirannide dell’io, e questo concetto ben si adatta alla prosa. Ma si può concepire una poesia senza l’io?

Credendo nel potere salvifico della poesia non solo ad uso personale ma anche (soprattutto) rivolto a un risveglio delle coscienze, allertate e quindi in grado di respingere la pressione oppiacea della mediocritas e dei media, non posso dire di aver trovato aiuto nella poesia di questo decennio, ma di aver dovuto pescare in profondità più indietro nel tempo. Eppure parliamo di poesia ben confezionata, curata e di qualità. Trovo che alla poesia dell’ultimo decennio manchi un quid che è ancora nebuloso, forse le manca quel fuoco sacro che è in grado di far vedere oltre le tenebre del qualunquismo. Forse le manca la genialità dei due ultimi grandi osservatori della psiche e del sociale: Sandro Penna e Pier Paolo Pasolini. Forse è sommersa, come noi,  dagli eccessi cartacei sia propri che giornalistici e librari, dato che viviamo in un’epoca in cui calciatori,  attricette e fotografi danno alle stampe pseudo-libri.

Credo, mi si perdoni l’idea balzana, che l’indigestione di cellulosa nuoccia alla poesia. Alcuni soldati partiti per il fronte nella Seconda Guerra Mondiale avevano nello zaino Ossi di seppia. Forse dovremmo chiedere a un soldato in partenza per l’Afganistan quale libro di poesia recente inserirebbe nel bagaglio. Consapevole che il suo viaggio potrebbe essere di sola andata,  chissà che non dia una risposta illuminante.

Gabriella Bianchi

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3 Responses to La poesia dell’ultimo decennio di Gabriella Bianchi

  1. renzomarillo ha detto:

    E’ così. E al tempo stesso no.
    Non sono d’accordo con Luzi: in giro c’è molta anima – persino troppa – e ancora molto desiderio. Il problema è la sua comunicazione, anche extra-testuale.
    Non sono d’accordo con Magrelli: la risposta non sono i classici, e al tempo stesso non trovo disdicevole risalire addietro per leggere cose che trasmettano e che interessino più dei contemporanei.
    Non sono d’accordo con Parazzoli: chi oggi non conosce Lucarelli, Wu Ming, Saviano?
    Sono d’accordo invece con Camus, in quanto il nichilismo è una forza con cui fare i conti, senza che per questo debba indurre all’indifferenza nichilista, che è altro. Eccetera eccetera.
    Oppure: la poesia degli ultimi decenni si è allontanata dal pubblico? E’ vero. Ma anche il pubblico si è allontanato dalla poesia. Ricongiungere i poli, senza indulgere nel soggettivismo dell’artista o nei gusti della massa (quali, poi?), è cosa buona e giusta, ma non necessaria (mai sentito un pittore lamentarsi di Kandinskij, e miriadi di poeti o supposti tali, invece, maledicono Sanguineti: deformazione professionale? problemi dell’io poetante?).
    E comunque. Io non riempirei di poesia gli zaini dei soldati, mai. Poetico (politico) sarebbe svuotare gli zaini dei soldati, e i soldati di funzione.
    E quindi non c’è solo il sacro fuoco della poesia e il genio, ma anche scelte di campo precise e consapevoli, basta vedere il ritorno, anche se molto difficoltoso, della poesia civile. Qualcosa si muove, non frega a molti, ma facciamolo crescere…

  2. Assolutamente d’accordo con le tesi pessimistiche. La poesia sta morendo, certamente non i grandi classici che resistono solo ed esclusivamente perché imposti nelle scuole.
    Una statistica parla di 1.300.000 poesie scritte e se paragonata alle vendite dei libri la cosa appare quasi comica.
    La poesia di oggi è l’io all’ennesima potenza, come a dire ; io scrivo e non ho bisogno di leggere nessuno.
    Scusate ma di questi dibattiti ne ho letti molti in rete ma poi le cose restano come sono.
    In due giorni ho comprato otto libri di poesia e vi assicuro che trovarli sugli scaffali non è facile.
    L’editoria se ne frega, la gente se ne frega, e ripeto molti ma molti poeti se ne fregano.
    Purtroppo questa è la realtà. Spero che nasca un movimento che riesca ad invertire questa tendenza, anche perché tempo un paio di anni e le soubrette e i comici scriveranno anche di poesia, sarebbe il nichilismo allo stato puro.
    Un saluto e auguri. Seguirò eventuali risposte.

  3. renzomarillo ha detto:

    Grazie dell’intensa replica, Gianluca (e, a proposito, grazie Gabriella delle riflessioni da cui tutto è scaturito!!).
    Chiarisco il mio commento: anch’io sono pessimista sulle sorti delle poesia, e per esserlo mi basta guardare in modo semplice e realista alle cose come stanno.
    Le statistiche apportate mi sembrano vere… O comunque non sbagliano di molto.
    Detto questo, però, si è detto qualcosa che su blog siti e libri (dal Pubblico della Poesia di Berardinelli e Cordelli in poi) si va lamentando ormai da decenni. E la discussione non fa avanzare nè retrocedere la funzione sociale del poeta e della poesia, è anch’essa irrilevante.
    Come dicevo, non è solo questione del narcisismo del poeta. Narciso può essere anche chi lamenta, da una posizione falsamente imparziale, la morte della poesia (“proprio ora che io…”).
    E non è questione di vendite di libri, almeno in prima istanza. Anche se i poeti comprassero libri dai poeti, la poesia circolerebbe solo tra gli addetti ai lavori, come peraltro già fa. (Guadagnandosi, tra l’altra, lettori più attenti di quelli di certa narrativa che, invece, pare vendere almeno un po’ di più.)
    Ci sono, piuttosto, le difficoltà strutturali della scrittura poetica nell’approcciarsi alle lacune della cultura nazionale e internazionale. In parole povere, la poesia non parla a chi la legge o l’ascolta, e chi l’ascolta se ne fotte (ma non solo perchè la poesia è brutta e non gli parla).
    Il nichilismo puro, tanto per virare al pessimismo in exitu, è già con noi, se annoveriamo tra gli autori di poesia, per il solo fatto di averla scritta e pubblicata, Licio Gelli, Sandro Bondi e Nichi Vendola.

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