“Il cielo di Itaca” di Gabriella Bianchi

“Il cielo di Itaca” di Gabriella Bianchi

di Vittoria Bartolucci

Sin dalla prima lettura dell’ultima raccolta di Gabriella Bianchi, “Il cielo di Itaca”, ho provato la sensazione che essa costituisca essenzialmente il diario di una solitudine, diario che una profonda sensibilità e un linguaggio molto originale hanno trasformato in una pagina di autentica poesia. Naturalmente, essendo io da tempo amica dell’autrice, se da una parte ho scoperto quale fascino eserciti il tessuto di immagini, di suoni, di stati d’animo, di echi dal presente o dal passato, dal reale o dal fantastico che “abitano” o, meglio, si agitano in tale raccolta, dall’altra ho provato un profondo senso di tristezza e il desiderio di analizzarne i versi, con la speranza, forse, di poter dimostrare l’infondatezza della mia sensazione.

In realtà, però, non è certo quello di chi vi trova motivo di consolazione e compagnia lo sguardo che oggi Gabriella rivolge alla natura, una delle protagoniste di tutti i suoi libri, e questo non solo quando vi coglie testimonianze del fatto che l’uomo attenta ogni giorno alla sua integrità e alla sua bellezza ma anche quando descrive fenomeni che, pur assumendo valenze diverse a seconda dei suoi stati d’animo o dei ricordi che risvegliano, si verificano da sempre con modalità simili nell’alternarsi delle stagioni. E così, se trova sconsolante il fatto che “gli alberi” non possano “dormire/ nei boschi arrugginiti di rottami” o che “la primavera” arrivi in un “vuoto di rondini”, che gli uomini “perduti/ nel peccato della distrazione” non si accorgano dei muti segnali, inviati loro dai “sillabari d’ottobre”, o del “tremito degli agnelli” che stanno per essere uccisi, è d’altra parte inevitabile per lei scoprire come, in una giornata qualunque (che per qualche ragione appare più triste delle altre), contro i “sipari di nebbia” “gli alberi” possano sembrare all’improvviso delle “lische” e la vista del “drappo viola” del cielo “tessuto di fulmini” durante un temporale o quella di un “cielo compatto/ come una lavagna/ falciato dalle rondini”, in una mattina d’aprile, possano dare un senso di oppressione mai provato prima. Solo a tratti, invece, in questa raccolta, il rapporto tra chi scrive e la natura sembra recuperato: da un volo della fantasia, ad esempio (“La neve apre le porte/ a un paese di folletti e carillons”), da un ricordo riemerso dall’infanzia (“Il vento corre come un ragazzo/ d’improvviso s’impenna e cade”), da una piacevole esperienza sensoriale (“Nel folto messale di giugno/ il lago è una chitarra acquatica”).

D’altra parte, parlano di solitudine anche i versi di Gabriella ispirati ai luoghi dell’esistere: la sua casa (in cui penetra “la bestemmia degli umani”), il suo giardino (“una bidonville di sassi /e plastica”), il suo quartiere (“suburra/ maleodorante e atroce”), la sua città (la “sporca Perugia”) con gli ospedali, le farmacie, i supermercati, le banche, il traffico (“le auto in lenta fila”), le fabbriche, il chiuso dei conventi (su cui “Ruotano i corvi”).. .E ne parlano i versi abitati da esseri umani che la poetessa sente tanto lontani da lei per il loro modo di vivere, l’egoismo, l’ipocrisia (“i dottori/ incompetenti” diventati assassini, “I ladri di bambini”) o di fronte alla cui sofferenza si sente così impotente, quasi inesistente (“I monaci birmani fatti a pezzi”, “I poveri” che “trascorrono in esilio/tutta la vita”), ma anche da uomini e donne che appaiono come inconsistenti “sinopie”, “gente senza volto” che “ha esaurito ogni storia” e con cui è impossibile, quindi, il dialogo (e non è certo di grande sollievo il fatto che di tanto in tanto pensieri diversi – “una timida gioia di vivere/ punge i vetri” dopo il passaggio dei dottori nel corridoio di una clinica, “Un soffio di brezza/ sulla fronte/ e mi sento ancora viva/ nel recinto dei pubblici giardini” – attraversino per qualche istante la sua mente).

Si tratta quindi di una solitudine imposta dall’impossibilità di accettare e, al tempo stesso, di opporsi a fatti che condizionano o hanno condizionato la vita dell’autrice o a cui nessun essere umano può sottrarsi, dalla difficoltà di relazionarsi con gli altri a causa di dolorose esperienze passate o recenti. E proprio ad alcune di queste si ispirano molte delle quartine della raccolta. A proposito del padre da tempo scomparso, infatti, Gabriella confida alla poetessa E. Dickinson: “Anch’io, Emily,/ non andrei mai oltre il giardino / di mio padre”, mentre, alla “madre”, persa da poco, dice di pensarla nella sua “solitudine nuova”. Ma è forse soprattutto un altro (come deduciamo anche sfogliando le precedenti raccolte) il vero motivo di quella specie di “confino” a cui a tratti si direbbe che la sua vita sia stata a un certo punto condannata: si tratta di un “amore” diventato “guerra/ odio sterile” “dopo l’illusione/ del miele eterno” e di cui sfogliando il libro si scoprono sempre nuove tessere.

Un amore che sembra a tratti aver generato una cesura persino tra chi scrive e se stessa se la sorprendiamo a dire: “Sono una stanza vuota/ una finestra aperta/ sull’abisso”, “Oggi i pensieri/ ruotano dispersi”, “Il canto delle sirene è spento”, “Devo piegarmi come un foglio/ scritto in una stanza brulla/ di sospiri e d’affetti”. Un amore che la rende simile, inoltre, agli “angeli” che di tanto in tanto fanno la loro comparsa nei “cieli” della raccolta: “angeli feriti dagli umani”, o in fuga “con vesti lacere”, “angeli” che come “le nuvole fingono di esserci”…

Di contro, numerose sono le testimonianze di un’assidua frequentazione tra Gabriella e la Poesia, frequentazione fatta di momenti alterni: momenti in cui l’una si abbandona all’altra come a un’ancora di salvezza o caratterizzati dal dubbio che ciò non abbia senso (“Non so perché scrivo/ non so per chi scrivo”), momenti in cui la prima si sente come scissa tra “il profumo” della seconda e “la grata del presente” o in cui può affermare: “Abito due mondi/ ma non è strano/ passare la vita a cercare/ la chiave di volta”.

Ed è proprio tale ricerca, forse, all’origine di questa raccolta, ricerca che in fin dei conti altro non è che l’esplicitazione del desiderio di chi scrive di provare a interrompere almeno per un po’ e, attraverso il rapporto con l’eventuale lettore, la propria solitudine.

Quanto a me, questa breve nota e, insieme, i tre disegni attraverso i quali ho cercato di tradurre in immagini i silenzi, le lontananze, il dolce e l’amaro, che “abitano” le poesie di Gabriella, presenti ne “Il cielo di Itaca”, altro non sono che la riprova del fatto che, nel viaggio intrapreso per raggiungere chi le leggerà, un giorno io e loro ci siamo incontrate.

                                                                                                                       Vittoria Bartolucci

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One Response to “Il cielo di Itaca” di Gabriella Bianchi

  1. arteletteratura ha detto:

    Ciao e complimenti per il bel blog. Sono arteletteratura e volevo chiederti se ti va di iscriverti al mio web-ring http://ilcircolodellearti.myblog.it/ , un luogo di scambio di idee, dove si parla di cultura in generale e letteratura. Mi farebbe davvero piacere se ti iscrivessi. Fammi sapere, a presto!

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