Por lo visto es posible decir que no. / Francesco Accattoli, “La neve nel bicchiere” (Fara, Rimini, 2011)

Due coincidenze non sono sufficienti per costruire la cronaca di un ritorno, ma l’appunto è comunque degno di nota: in almeno due testi molto recenti, che ho avuto modo di incontrare nello spazio di meno di una settimana, ha fatto capolino, insistentemente, un grande poeta, generalmente trascurato dalle antologie e dagli annali: Remo Pagnanelli (Macerata, 1955-1987).

Se le pagine critiche di Andrea Gibellini (L’elastico emotivo, Incontri Editrice, 2011) rendono conto soprattutto del Pagnanelli di Musica da viaggio (Antonio Olmi Editore, Macerata, 1984), posizionandolo in un canone critico personale, ma non soggettivo, che ha l’effetto di ricollocare Pagnanelli direttamente tra i “fratelli maggiori” del Novecento, la poesia di Francesco Accattoli (La neve nel bicchiere, Fara, 2011), di cui mi occupo qui, lasciando la raccolta di saggi di Gibellini per letture future, cerca invece un confronto integrale, spesso – mi pare – esistenziale, con la figura del poeta maceratese.

Non si tratta semplicemente di in un incontro tra conterranei, allo scopo di esprimere un qualche tipo di vicinanza sanguigna, o addirittura di esaltare radici culturali comuni, bensì del tentativo di una ri-modulazione continua della propria visione poetica in formazione, a partire da un dialogo aperto e privo di ogni tipo di ansia dell’influenza con le opere della tradizione, anche quando “minore”. Si tratta, in buona sostanza, di scambio vero, che riscatta lo “strumento inservibile, inerme” della poesia di Pagnanelli (secondo la definizione che ne ha dato Massimo Gezzi) per farne di nuovo materia poetica viva.

Nella prefazione ad Accattoli, Renata Morresi richiama giustamente i Punti per una improbabile etica-poetica, pubblicati da Pagnanelli sulla Collina nel giugno 1987, e che si possono leggere qui (insieme a Poesia e Tempo, Verso, 1988), perché a quei punti Accattoli pare spesso attenersi scrupolosamente, e a volte ne propone versioni diverse, complesse e decisamente aggiornate.

“[…]Distinguo nel corpo della poesia, della lingua della poesia, due attitudini mentali, quella della meraviglia e quella del rigore, consapevole che queste “tensioni” si fondono nel fare.” Le due direttrici si fondono già nelle prime parole del libro, ovvero nel titolo, che rimanda sì alla neve – momento di stupore, per il bambino che è in molti di noi – ma contingentandola nell’ordine artificiale delle cose, il bicchiere.

In altre parole, la bellezza finisce per aderire ai limiti imposti da una disciplina che, prima che metrica, è l’esito di un’istanza etica ben precisa, evocata qui e là (“non accenderò una poesia della negazione”; “…possa io vivere in vere parole / l’adunarsi di lumi e di lune / attorno ai tavoli dei caffè…”; “noi mangiamo pane, e già stiamo bene”), senza per questo farsi disciplina asfissiante, castrante.

Non vi è, né vi può essere, ortodossia ideologica, in un tempo di sciatto postmodernismo politico (vedi la Filastrocca comunista e postelettorale), né, per altro verso, ci si può affidare fideisticamente, o religiosamente, a un rigido assetto valoriale. È così, per esempio, che una poesia come C’è nero e nero riesce ad evocare con delicatezza e complessità di sguardo temi etici, che sono stati generalmente trattati con faciloneria e manicheismo.

Alla base vi è, limpido e chiaro, anche se non specificato sotto il segno di alcuna bandiera, un “progetto di rifondazione civile” (Pagnanelli), o comunque si scopre, per usare le parole di Jaime Gil de Biedma, che por lo visto es posible decir no.

Dal no, che è dissenso, ma che, come si è visto, non si bea della negazione in quanto tale, si può far partire quella rivolta morale che può sostenere tutta un’impresa poetica, e politica. Con la misura equilibrata e a un tempo paradossale, naturalmente, della neve nel bicchiere.

Inoltre, Gil de Biedma non è solo un punto di riferimento letterario, massimamente anomalo in una cultura poetica italiana generalmente provinciale, o comunque avvezza a praticare la poesia angloamericana o francese piuttosto che quella di lingua spagnola. È epigrafe e simbolo ideale per la seconda sezione del libro, Terre del mio corpo, dove l’occhio e il corpo del poeta esplorano geografie iberiche – che, peraltro, risultano essere molto di moda, oggi. In ogni caso, così facendo, Accattoli si mantiene rigorosamente fuori dalla mitologia del “fuori dall’Italia, fuori dall’Italia!” cui queste allusioni potrebbero benissimo puntare, in un poeta, e in un giovane, poco più che trentenne. Insomma, non c’è qui il piagnisteo dell’”esilio” (che in realtà si possono permettere ormai ben pochi giovani, al giorno d’oggi…), ma la volontà di assumere geografie inedite nel proprio corpo, affrontandole carnalmente, perché “…ritengo che la poesia sia sempre comunicazione e martyrion (testimonianza e sacrificio), parola che regge il peso della sconfitta sostanziale nell’impotenza d’una solvibilità pratica del cambiamento (e qui ammetto il magistero avantestuale di Fortini).”.

Perché solo moltiplicando le distanze critiche e arricchendo di altre voci il proprio bagaglio si potrà giungere a nuovi scenari (morali, estetici e politici) di parola. Per lottare contro il silenzio della poesia e nello stesso tempo tornare alla propria terra madre – perdòn, tierra madre.

 

Il silenzio della poesia

Dai quattro angoli di quattro piazze di questa terra

un silenzio quadrato

un solido platonico che ora si smussa nel torpore.

E corre ingombrato dai neon,

dalle porporine, dalle teste di plastilina,

dalla vigilia di quest’altro secolo.

Che verrà, e noi saremo ancora barricati

e misteriosi. Poeti sciancati, sgangherati, sgominati

dal più ruvido pentimento: aver lasciato nel silenzio

la più grande delle occasioni.

Balenavano i rossi delle bandiere; le schiere, in fotografia,

battevano le dita in pugno e fiere; ma dai nostri miasmi

intellettuali si leverà solo un ricordare.

Noi non eravamo sessantotto, sbeccati di sampietrini,

furbi e innamorati, veloci più dei sentieri;

non eravamo nemmeno settantotto, con le lingue impastate

dal continuo denunciare. Così fu, su quei binari, il silenzio.

E tutto ora ci conduce ad un crampo

alle ginocchia, ad una sedia. Al muro, alle nostre spalle.

Così vogliono farci sapere che non vendiamo, vogliono farci dire

bravo a chi meglio si nasconde, a chi scrive di ore assolte

e di valigie e di violette.

Dai quattro angoli di quattro piazze di questa terra

una strofa, secca verità,

assomiglia a un ghirigoro senza padre,

al silenzio più crudele dentro al cuore.

Terra madre #2

Là ci sono case posteggiate

e ci batte la pioggia, scolano le grondaie,

gli spioventi, i portoni anneriscono

nella coltre degli autocarri. Anima strappata

quella terra cui non bastano le strade

e non si vedono nemmeno, neanche  a guardare

da sopra la collina. S’indovina da Quintino Sella

il mio paese, volto grasso senza faccia,

una riga traccia il treno e resta appena il suono

e la polvere del ferro sull’acciaio. Maggio poi

arriva come tutto è stabilito: le case nuove,

le vecchie scuole, i quadri storti nel tinello,

la tacca che sorregge la crepa alla parete.

Crescono i muretti, le scalette e le voliere

quotidiane, le corriere di passaggio sono

strette dai balconi. Gridano i capomastri

e i muratori, c’è terra molle sui crinali,

e fate i figli, dannazione, non vedete l’armonia

d’un parco di cemento ogni cinque palazzoni?

Così salendo, si squaderna l’altra sponda

dove i campi odorano di vacca, dove

ce n’è di fossi da riempire. E noi invece

si sta pronti coi tavolacci in mano,

a maledire l’acqua alta sul marciapiede.

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One Response to Por lo visto es posible decir que no. / Francesco Accattoli, “La neve nel bicchiere” (Fara, Rimini, 2011)

  1. […] Lo si nota in uno dei testi a mio parere più riusciti della raccolta, che qui ripropongo integralmente, perché sono parole che, prima ancora di costituire un valido spunto per una riflessione critica e per una querelle poetica (quale quella ripresa da Sannelli nella sua introduzione), che ho sentito autentiche e quanto mai aderenti ai tempi (ricordando testi analoghi e contemporanei di un altro ‘fariano’, Francesco Accattoli, di cui ho parlato qui): […]

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