Vetrina dei poeti 6: Francesco Terzago, “…nell’ombra: della gente…”

Nel dono di questo inedito, per il quale Ginestra ringrazia sentitamente, Francesco Terzago mostra alcune caratteristiche salienti del suo lavoro: la passione per la forma poematica, oggi un po’ trascurata; una tendenza alla narrazione assimilabile più alla tradizione anglosassone novecentesca che a derive diariste o minimaliste; un’attenzione “civile” – qualunque cosa questo significhi… –
che rimanda a figurazioni dell’ultimo Franzin e a un
certo fauvismo espressivo di Simone Cattaneo. Modalità di espressione nuove, senza nuovismo, in quanto intrise di tradizione, per quanto eterodossa, e di intensità, che è l’unica vera erede di una sempre presunta e mai realizzabile
‘originalità’.
 
Quando la porta elettrica
si è chiusa alle mie spalle ho messo il pollice
sul quadrato luminoso. Come la voce registrata
mi aveva detto che dovevo fare. Messo il pollice
sul quadrato luminoso la voce registrata
mi ha detto di guardare nello schermo;
uno schermo grosso come un francobollo.
Anche in questo caso mi sono dimostrato
obbediente – ho guardato dentro a questo francobollo.
La mia faccia ne è emersa dopo poco, è venuta su
nel buio verde. Quella non era la mia faccia;
o forse, a guardarla bene era proprio lei,
ma qualcosa se ne era andato. Anche l’amico
che era con me – ha dovuto fare quelle stesse cose,
seguire le indicazioni di una voce registrata.
Gli annegati increspano il pelo dell’acqua
con il loro naso. Il loro naso è una piccola vela.
Quando ero bambino mi divertivo a pescare
le larve delle libellule. Le pescavo in una larga fontana
di cemento. In questa larga fontana di cemento,
nelle giornate in cui cedono i rammendi delle nuvole
e su tutto si sparge la luce in una crema giallastra
le piccole vele degli annegati disegnano, lente,
dei cerchi. Da bambino pescavo le larve
delle libellule perché non volevo
che potessero compiere la loro metamorfosi,
che potessero così volarsene via, oltre gli alberi,
lontano da me, oltre le recinzioni taglienti,
più su dei tralicci e delle chiome dell’albero
del tulipano, e più su ancora.
Mi sono avvicinato allo sportello,
mentre il mio amico se ne stava seduto,
alle sue spalle c’era un poster,
dentro a questo poster si vedeva un prato
verde dentifricio e una famigliola Ralph Lauren
seduta sull’erba. Nelle mani portate al cielo
avevano tutti parecchie banconote, anche
la più piccola di quattro o cinque anni;
parecchie banconote tutte stropicciate,
tutta la famiglia sorrideva, i più piccoli
stavano in mezzo e i genitori ai due lati,
i sorrisi facevano così un unico grande sorriso.
Poi è arrivato l’uomo senza braccia,
l’uomo senza braccia e senza mani. La prima porta
si è aperta davanti a lui senza che vi fossero problemi,
richiudendosi dietro di lui – immediatamente.
La voce registrata gli ha detto di fare
quelle stesse cose che noi avevamo già fatto:
di mettere un dito sopra il quadrato luminoso.
Ma lui non aveva un dito da mettere
sopra a quel quadrato luminoso.
Una delle sportelliste ha guardato
verso l’uomo senza braccia e senza mani,
ha guardato oltre alla cabina la coda di gente
che si stava formando. Ha sorriso – all’uomo d’affari
che le stava davanti e gli ha detto di scusarla,
di darle un momento, la sportellista si è alzata
ed è andata là, dall’uomo chiuso tra una soglia
e un’altra soglia, dall’uomo che non riusciva
a obbedire. Su, dico a lei, è già successo altre volte.
Faccia in fretta che ho da lavorare. Non so lei…
Faccia in fretta. Faccia così. Apra la bocca.
Tiri fuori la lingua, ci metta la lingua al posto
del dito. Lì, ci metta la lingua. Dove c’è la lucetta.
Va bene, vede – vede che è una cosa del tutto semplice.
Faccia in fretta, che ho da lavorare. Tanto lei,
è quello che firma con la bocca, – e non c’è
alcun problema, basta essere pratici. Quando
la sportellista è tornata al suo posto si è
giustamente scusata con tutti noi. Abbiamo risposto
che non c’era problema. Il mio turno è arrivato
e ho fatto tutto quello che dovevo fare. Poi
siamo usciti e dopo poco è uscito anche l’uomo
senza braccia – e senza mani. Lui si è infilato
in quel vicolo, infondo sotto ai glicini. Vicino
alla trattoria dall’insegna gialla, sparendo piano
nell’ombra: della gente. Noi abbiamo preso
un’altra volta, un’altra strada.
 
Francesco Terzago (Verbania, 1986) vive a Padova dove lavora e studia.
Alcuni suoi componimenti sono apparsi sul numero 44 de “Le Voci della Luna”, su “Ibrid@menti” e su Poetarum Silva; è tra i firmatari di una riflessione uscita su Nazione Indiana riguardante una Nuova poesia civile. Ha partecipato all’ultima edizione di “LuoghiDiVersi”; aderisce al progetto “UltraNovecento” patrocinato dalla rivista ALI. In questo momento si sta occupando di Azione poetica. Francesco è redattore di AbsoluteVille e del sito Poesia2.0. Cura un blog personale: http://vermena.blogspot.com/.
Ha collaborato come redattore con Disney Italia e si è occupato di redazione d’impresa e di comunicazione politica e istituzionale.
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5 Responses to Vetrina dei poeti 6: Francesco Terzago, “…nell’ombra: della gente…”

  1. gabriele ha detto:

    Già sì, Noi, Noi “sparendo piano nell’ombra: della gente. Noi abbiamo preso un’altra volta, un’altra strada”.

    Qunate volte Ci è successo?! Quante…

    Nessuno, credo, potrà negarlo.

    Bravo Francesco.
    Il tuo luminosissimo poema, carico d’ombre, ci restituisce la Nostra.
    Ingigantita dalla minuziosità incisiva delle Tue parole.
    Dal loro nitore.

    Ed è vita.
    Di vita una vampa.

    Gabriele Gabbia

  2. renzomarillo ha detto:

    Grazie mille Gabriele, è importante riconoscersi nella poesia anche proveniendo da istanze e esperienze diverse… Lorenzo

  3. Francesco Terzago ha detto:

    Grazie Gabriele. Grazie.

  4. Tommaso ha detto:

    Mi ha ricordato molto le poesie di Carver. Personalmente preferisco poesie più corte ed enigmatiche, però mi è piaciuta molto la parte sulle larve delle libellule e tutte le note paesaggistiche.

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