Percorso d’Autore: Francesco Marotta

TESTI DI FRANCESCO MAROTTA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Abitatori del tempo 

Immagina i poeti fatti soltanto di occhi
pupille deliranti
davanti a templi senza oracolo
equazioni di silenzio
che si dissanguano in luce di alfabeti muti.

Nulla che non sia deserto
dimora di vento che accoglie cristalli di sete
fiorisce in quelle lingue d’acqua
che assaltano giorni senza rive –

nulla che non sia segno e mistero
sillaba ridiventata carne
scopre tra i fossili di un canto senza redenzione
la voce che conduce oltre il naufragio
all’orizzonte indiviso di voli futuri.

(Da: Memoria delle meridiane, 1989, edito)

Orfeo coperto di sabbia

I

Tempo dilazionato – a schegge.

S’avanza sulle labbra
la parola che geme

nei segni che hai lasciato.

Tu
consapevole di spazi
febbrilmente bianchi

strappi dal corpo vivo
delle ore

la spina di sale

dei tuoi anni.

Curvo semini stelle
docili
a ogni luce.

Grida le hanno piagate.

Fitte d’ombra.

(Inebriata da reti
di assenza

precipita la voce

nel vuoto di inchiostri
senza traccia.

Disegna i confini del volto
con la luce

rovesciata

del ritorno.)

III

Queste dimore.

Dove la luce senza più
orizzonti

non crolla.

Le strade dietro i vetri
le immagini oblique.

Separate dall’ombra.

E le notti già respirate
da albe innaturali

– dalla luce violenta
di roghi di ghiaccio.

E’ meno lontana da noi

la morte

di queste vite che rosseggiano
come soli inconsapevoli
su paesaggi di erbe

accecate.

Alberi finti alle pareti.

Saziano la pupilla
irrorata dal grido di fiumi

morenti.

(Da: Il verbo dei silenzi, 1990, edito)

un altro giorno di sabbia senza impronte
scivola tra le dita, prende fuoco alla luce ostile
che instancabile danza dove più esile invecchia la luna –
la notte non ha più segreti
e i suoi doni rivelano al corpo
l’estraneo chiarore che avvicina ossa e ombre
in un abbraccio, un colore indefinibile che ama il freddo
come il mattino le rose cresciute sulla lingua –
il tempo che credevi privo di esistenza
compone la sua opera, conserva nel palmo
neve che profuma al tocco dell’aurora,
e intanto tu guardi il letto, il bianco del lenzuolo
aggrumarsi in macchie di calore, tendersi lacerarsi
fino a che il cielo si abbassa all’altezza dello sguardo

(il dolore naviga nella stanza
come una vela inquieta in uno stagno immobile,
cade dagli occhi, squama la pelle sul labbro
e la voce brucia, raggelata, come una stella
nei sogni del vento –
a casa, perdute nel lontano,
le mie carte parlano al silenzio parole che non conosco,
si affidano all’angelo amaro degli assenti
perché ancora un’eco rimanga – una lenta
nostalgia del mondo
mentre la morte gioca a nascondersi nei nidi del sole)

come l’ultimo angelo consumato dalla chiarità dell’aria
come il grido a cui la luce, sgomenta, si abbandona
la mia mano perde sangue dai pori
tra i tuoi capelli di donna, trascina le tue mammelle alle labbra
perché ancora il corpo bruci
sull’arco più alto dell’ultima eco – creatura
gravida di voli, di voce

(la sera trattiene nel suo acre profumo
l’inquieto vociare del fuoco – lo sento sgorgare
come acqua che si trascina
l’eterno immutabile incanto delle sue impronte di sete –
io attendo – la pupilla assonnata in ascolto
del prossimo lampo, udibile
levarsi di dio dal silenzio, guglia vertiginosa senza paesaggio
e senza notte,
senza)

(Da: L’arte dimenticata di morire, 2004, inedito)

per soglie d’increato
vanificando accenti conosciuti,
per margini brinati
di mondi lontanati
all’apparire – dove non serve
nominare ad ogni passo
il prodigio che trascorre
in mobili immagini di evento,
epifanie di lumi
rovesciati in ombre
quando già credi
di stringere il mistero,
contemplarne il volto,
tradurre le pupille in segni
e voci: –

tu dialoga con lo stupore
che non conserva tracce,
con la stella che dissigilla
un senso che non dura,
con l’assenza che si desta
in palpiti migranti fatti verbo,
al verbo estranei per legge
d’indicibile esperienza –
per osservare la vita
nello specchio albale
di una luce
pensata prima d’ogni dire,
prima del silenzio

l’insonnia dimora
sopra schegge di voce trasparenti
che l’istinto chiama luce,
scrigno di presenze –
aspre più del nome
che cancella
al tocco della mano,
un dono di forme
accumulate nei vuoti
che il giorno spazza di volti,
attraversando ciò che resta
di ali solari, di maree
affiorate da petali di passato,
mentre la stanza muove
verso l’urlo verde
di primavere nascoste,
di albe tagliate con lame d’oro: –

mappe lucenti della resa
che piega la bocca
per fulminazione di bave,
ossidi alcolici
dalla combustione dolente
di una più conoscibile morte

chiare epoche
deposte in libri sacri di sapere,
trascurabili ombre
nello specchio migrante delle sabbie,
lampade discrete di apparenze
al cui riverbero tacciono
attese non ancora scritte,
esorcizzati dolori
di tempi compiuti
per inevitabile moto di ferite,
squarci dal labbro all’occhio,
dalla pupilla alla parola,
pagati in anticipi di futuro
capovolto –

dimore segrete
dove si nomina il giorno
per signoria monotona di lampi,
di istanti mai accaduti
e già piegati, sfatti,
prima che un grido di candela
li disperda – luce che sa
la voce senza durata,
immobile del buio

(Da: Per soglie d’increato, 2006, edito)

Ars poetica

note per improvvisate metafore
vagando tra storie che sfumano in acque di eventi interdetti
tumescenza per troppo furore
passando in rassegna
ectoplasmi di neve
e si fugge
solo intuibile l’ubiquità di certi bagliori
adiacenze di tregua nel buco del culo del mondo
dove le foglie reclamano spazio
ai cieli consunti in deliri di tenebre acerbe
ingiunzione a stremare l’interno
la vita vissuta per interposta persona
che pende
riprende lo slancio
s’avvita nel vortice di minute torsioni
intenzioni di stile
emozioni
l’età che ritratta umbratili vuoti
eiacula ritmi di sensi straziati
l’immagine si fissa nel gioco
la luna che ha sete avvicenda rumori
tu dici del verbo dovrebbe segnare l’inizio e alla fine
ultimarsi nel gergo
controllare sintassi di simboli
epigrafici grumi di fango
orme di esistere ai margini
comunione di sguardi tra sangue e altro sangue
e forse incede
resiste
ci sarà qualche gesto un solco più fondo
un fiore nell’implume materia
la sutura di un grido
un accento di luce scampato a fluenze
di lacrime
e
merce

Fino all’ultima sillaba dei giorni

scrivere è un destino covato dall’ombra delle ore
la spina amorosa di chi non lascia niente alle sue spalle
perché essere cenere, sostanza di vento
è inciso da sempre a lettere di fuoco
nelle pupille dei segni che dipinge – un canzoniere
infimo, un breviario di passi senza orma
tracima sillabe d’innocenza e memoriali d’alga
dalla brocca silente che il labbro disseta,
quando parole malate d’aria si staccano dal ramo
precipitano nell’impercettibile abisso
tra due zolle –
scrivere è un’ora covata dal destino
la spina che costringe il corpo in reticoli d’albe in piena notte
e punge fruga ricuce orli slabbrati lacera la carne
fino a che sanguinano anche i sogni,
fino a che l’immagine fiorisce in echi di sorgente
gli alfabeti rappresi dentro un grido

(sono queste le voci che mancano a una pietra
per sentirsi un arco lanciato verso il cielo,
sono questi gli accenti
che scortano il seme alla sua tomba di luce – al precipizio ardente
dove la morte è presagio di stagioni,
oracolo dei frutti e del ricordo)

(Da: Hairesis, 2007, e-book)

ti cammina sul braccio
la tenebrosa
sapienza di
chi regge lumi
al mattino, ti
acceca
il risucchio dell’olio
che sciama in vapore e
incendia il tuo
occhio
che spunta in un prato, dal

le gronde di un foglio
dove transitano stelle e
voragini, il profilo distante
di una voce
intravista per caso
si perde tra l’inchiostro e
la pelle, in
certa se
dire il distacco o
annegare negli specchi
del cielo, infinito
rantolo azzurro

ci sono versi scritti
con gli occhi, li
riconosci quando
tornano in superficie
spaiati in
sincronie di vuoto
e all’albero
toccano in sorte
che si fermò alla tua soglia
chiedendo ritagli di lacrime
un nome da respirare
crescendo
fino al prossimo cielo, domani

brucerà a una
fiamma di neve, e lo spazio
del suo ultimo grido sarà
l’orizzonte tra
palpebra e
palpebra
che si restringe nel
l’orbita di fiori di
sale

riesce più il sale a
dire la verità del
la luce, quando il suo
nome è un’eco, un’
impronta su
un foglio di via, come
avviene tra il fuoco e
una vela
arenata in onde di brace
o allevando porfidi d’acqua
per la sete di
segni
illeggibili, cresciuti
in punta di dita, anche ieri

fa giorno da un
grumo di secoli, sottrae
domande ai ricordi e
si pensa, già in odore
di sabbie, risalire i tuoi
occhi fino all’aria
che brucia, ora
tace, l’inverno è
un pantano di fumo, tu
comincia a guardare il
rivo di pioggia
che ti esce sangue dai
pori

secrezioni di un male
che si abita viscere e
sangue, un viaggiare degli anni
su una corda che ha
consistenza di eco, e resiste
con l’arte sottile che
ora stringe, ora allenta, ora
brucia e rinsalda, scolora
riprende, intrisa di umori
notturni, di piume strappate al
l’ala fetale, al ritmo dei giorni
al sesso, a un amplesso
dissennato e coeso, in uno
con quello che avanza, che
resta e si oblia, si veste
ancora di vita, nessun foglio

contiene a misura il
flusso dell’ultima acqua
il riflusso, il deflusso del seme
la cura che evoca mani
d’angoscia, e il tuo volto
bambino che strappa alla notte
una stilla, una benda inzuppata
di luce, di alcol, di fame
la promessa che dice il
ricamo pungente di altre
albe sugli occhi

frana anche l’attesa e
l’ora spalanca tiepide
quieti d’abisso, lo spazio che
cede a un graffio d’anima, al
pallore di ombre di plastica e
ossa, immagini a picco
sfarinate nel piatto, un
pasto di sere già muffe, il
ventoso continuo di luci e
rombi che gonfiano l’aria
trapassano in dissolvenza
le strade ad altezza
di voce, i liquami di vite
arenate ai margini di un grido
filamenti, radici, qualcosa
che arriva alla porta e
vapora sull’uscio
in forma di respiro, un saluto
un sorriso stentato, tu ora

dormi, io raccolgo la
sabbia dai vetri, la polvere
rossa che rinasce nel palmo
a ogni colpo di spugna, un varco
carnale che tracima alfabeti
parole per dire riconoscimi
sono tua madre, sono
l’acqua che
grandina sete nel
l’arsura dei giorni, la risposta
che scivola via dal
le labbra in forma di rogo

(Da: Impronte sull’acqua, 2008, edito)

in equilibrio di colore e distrazione
conserva segni in un forse di miscugli
sillabici il resoconto di un ramo l’ipotesi
di immagini dove presente e senso
versano lacrime agli occhi così
ritorna alla scienza diseguale del volo
l’angelo che spiuma
desideri di carne di danza
il presagio
di un nevaio che brilla dolore
sul confine tra cielo e memoria
ad altezza remota di lingua

*

paesaggi che alle palpebre tendono ombre
e distanze a volte un passo che irrompe
nel viluppo a sfrondare la norma
la linea di bianco imposta
dall’ennesimo inverno eppure
si potrebbe affidare l’oltraggio a grammatiche
docili ogni senso al destino e svanire
al suono che la preda sbalza dal sonno
verso una morte in punta di rima

*

dove macerano tracce e l’abisso
è radice di ore lo scarto svelato
tra il crepuscolo e un’assenza
disattesa di voci dove scopri
sgraziato e distratto
tutto il credito di una piccola morte
l’orizzonte che regge la scia
di astri vanescenti e la tua mano
che ne traghetta il lutto
verso il largo

*

alla curva del vento
slarga foglie e rotaie l’assenza di cielo
e labbra a distesa dall’altra parte
dell’acqua si pensa un paesaggio
grande quanto una mano lungo
fino a sfiorare i capelli con la dolcezza
verde della sabbia si pensa la terra
divisa in pagine leggere e uno sguardo
luminoso di bambina
piantato tra le zolle come una spina
come una sillaba
come un’attesa

(Da: Esilio di voce, 2009, inedito)

Francesco Marotta è nato a Nocera Inferiore (SA) l’11 marzo 1954. Ha compiuto studi classici e si è laureato in Filosofia e in Lettere Moderne. Vive in provincia di Milano, dove insegna Filosofia e Storia nei Licei. Ha tradotto Bachmann, Bonnefoy, Char, Celan, Jabès, Sachs. Suoi testi sono apparsi, fra le altre, nelle riviste: “Il Segnale”, “Dismisura”, “Anterem”, “Convergenze”. Tra le sue pubblicazioni in versi, Le Guide del Tramonto (Firenze, 1986); Memoria delle Meridiane (Brindisi, 1988); Giorni come pietre (Ragusa, 1989); Alfabeti di Esilio (Torino, 1990); Il Verbo dei Silenzi (Venezia, 1991); Postludium (Verona, 2003, Premio “L. Montano”, sezione inediti); Per soglie d’increato (Bologna, 2006); Hairesis (Milano, Edizioni Cepollaro, 2007); Impronte sull’acqua (Sasso Marconi, 2008, Premio “R. Giorgi”). In antologie ha pubblicato le sillogi Creature di rogo (1995), e Notizie della Fenice (1996).

Gestisce lo spazio web http://rebstein.wordpress.com/

 

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un altro giorno di sabbia senza impronte

scivola tra le dita, prende fuoco alla luce ostile

che instancabile danza dove più esile invecchia la luna –

la notte non ha più segreti

e i suoi doni rivelano al corpo

l’estraneo chiarore che avvicina ossa e ombre

in un abbraccio, un colore indefinibile che ama il freddo

come il mattino le rose cresciute sulla lingua –

il tempo che credevi privo di esistenza

compone la sua opera, conserva nel palmo

neve che profuma al tocco dell’aurora,

e intanto tu guardi il letto, il bianco del lenzuolo

aggrumarsi in macchie di calore, tendersi lacerarsi

fino a che il cielo si abbassa all’altezza dello sguardo

(il dolore naviga nella stanza

come una vela inquieta in uno stagno immobile,

cade dagli occhi, squama la pelle sul labbro

e la voce brucia, raggelata, come una stella

nei sogni del vento –

a casa, perdute nel lontano,

le mie carte parlano al silenzio parole che non conosco,

si affidano all’angelo amaro degli assenti

perché ancora un’eco rimanga – una lenta

nostalgia del mondo

mentre la morte gioca a nascondersi nei nidi del sole)

come l’ultimo angelo consumato dalla chiarità dell’aria

come il grido a cui la luce, sgomenta, si abbandona

la mia mano perde sangue dai pori

tra i tuoi capelli di donna, trascina le tue mammelle alle labbra

perché ancora il corpo bruci

sull’arco più alto dell’ultima eco – creatura

gravida di voli, di voce

(la sera trattiene nel suo acre profumo

l’inquieto vociare del fuoco – lo sento sgorgare

come acqua che si trascina

l’eterno immutabile incanto delle sue impronte di sete –

io attendo – la pupilla assonnata in ascolto

del prossimo lampo, udibile

levarsi di dio dal silenzio, guglia vertiginosa senza paesaggio

e senza notte,

senza)

(Da: L’arte dimenticata di morire, 2004, inedito)

un altro giorno di sabbia senza impronte

scivola tra le dita, prende fuoco alla luce ostile

che instancabile danza dove più esile invecchia la luna –

la notte non ha più segreti

e i suoi doni rivelano al corpo

l’estraneo chiarore che avvicina ossa e ombre

in un abbraccio, un colore indefinibile che ama il freddo

come il mattino le rose cresciute sulla lingua –

il tempo che credevi privo di esistenza

compone la sua opera, conserva nel palmo

neve che profuma al tocco dell’aurora,

e intanto tu guardi il letto, il bianco del lenzuolo

aggrumarsi in macchie di calore, tendersi lacerarsi

fino a che il cielo si abbassa all’altezza dello sguardo

(il dolore naviga nella stanza

come una vela inquieta in uno stagno immobile,

cade dagli occhi, squama la pelle sul labbro

e la voce brucia, raggelata, come una stella

nei sogni del vento –

a casa, perdute nel lontano,

le mie carte parlano al silenzio parole che non conosco,

si affidano all’angelo amaro degli assenti

perché ancora un’eco rimanga – una lenta

nostalgia del mondo

mentre la morte gioca a nascondersi nei nidi del sole)

come l’ultimo angelo consumato dalla chiarità dell’aria

come il grido a cui la luce, sgomenta, si abbandona

la mia mano perde sangue dai pori

tra i tuoi capelli di donna, trascina le tue mammelle alle labbra

perché ancora il corpo bruci

sull’arco più alto dell’ultima eco – creatura

gravida di voli, di voce

(la sera trattiene nel suo acre profumo

l’inquieto vociare del fuoco – lo sento sgorgare

come acqua che si trascina

l’eterno immutabile incanto delle sue impronte di sete –

io attendo – la pupilla assonnata in ascolto

del prossimo lampo, udibile

levarsi di dio dal silenzio, guglia vertiginosa senza paesaggio

e senza notte,

senza)

(Da: L’arte dimenticata di morire, 2004, inedito)

un altro giorno di sabbia senza impronte

scivola tra le dita, prende fuoco alla luce ostile

che instancabile danza dove più esile invecchia la luna –

la notte non ha più segreti

e i suoi doni rivelano al corpo

l’estraneo chiarore che avvicina ossa e ombre

in un abbraccio, un colore indefinibile che ama il freddo

come il mattino le rose cresciute sulla lingua –

il tempo che credevi privo di esistenza

compone la sua opera, conserva nel palmo

neve che profuma al tocco dell’aurora,

e intanto tu guardi il letto, il bianco del lenzuolo

aggrumarsi in macchie di calore, tendersi lacerarsi

fino a che il cielo si abbassa all’altezza dello sguardo

(il dolore naviga nella stanza

come una vela inquieta in uno stagno immobile,

cade dagli occhi, squama la pelle sul labbro

e la voce brucia, raggelata, come una stella

nei sogni del vento –

a casa, perdute nel lontano,

le mie carte parlano al silenzio parole che non conosco,

si affidano all’angelo amaro degli assenti

perché ancora un’eco rimanga – una lenta

nostalgia del mondo

mentre la morte gioca a nascondersi nei nidi del sole)

come l’ultimo angelo consumato dalla chiarità dell’aria

come il grido a cui la luce, sgomenta, si abbandona

la mia mano perde sangue dai pori

tra i tuoi capelli di donna, trascina le tue mammelle alle labbra

perché ancora il corpo bruci

sull’arco più alto dell’ultima eco – creatura

gravida di voli, di voce

(la sera trattiene nel suo acre profumo

l’inquieto vociare del fuoco – lo sento sgorgare

come acqua che si trascina

l’eterno immutabile incanto delle sue impronte di sete –

io attendo – la pupilla assonnata in ascolto

del prossimo lampo, udibile

levarsi di dio dal silenzio, guglia vertiginosa senza paesaggio

e senza notte,

senza)

(Da: L’arte dimenticata di morire, 2004, inedito)

Immagina i poeti fatti soltanto di occhi

pupille deliranti

davanti a templi senza oracolo

equazioni di silenzio

che si dissanguano in luce di alfabeti muti.

Nulla che non sia deserto

dimora di vento che accoglie cristalli di sete

fiorisce in quelle lingue d’acqua

che assaltano giorni senza rive –

nulla che non sia segno e mistero

sillaba ridiventata carne

scopre tra i fossili di un canto senza redenzione

la voce che conduce oltre il naufragio

all’orizzonte indiviso di voli futuri.

(Da: Memoria delle meridiane, 1989, edito)

Orfeo coperto di sabbia

I

Tempo dilazionato – a schegge.

S’avanza sulle labbra

la parola che geme

nei segni che hai lasciato.

Tu

consapevole di spazi

febbrilmente bianchi

strappi dal corpo vivo

delle ore

la spina di sale

dei tuoi anni.

Curvo semini stelle

docili

a ogni luce.

Grida le hanno piagate.

Fitte d’ombra.

(Inebriata da reti

di assenza

precipita la voce

nel vuoto di inchiostri

senza traccia.

Disegna i confini del volto

con la luce

rovesciata

del ritorno.)

III

Queste dimore.

Dove la luce senza più

orizzonti

non crolla.

Le strade dietro i vetri

le immagini oblique.

Separate dall’ombra.

E le notti già respirate

da albe innaturali

– dalla luce violenta

di roghi di ghiaccio.

E’ meno lontana da noi

la morte

di queste vite che rosseggiano

come soli inconsapevoli

su paesaggi di erbe

accecate.

Alberi finti alle pareti.

Saziano la pupilla

irrorata dal grido di fiumi

morenti.

(Da: Il verbo dei silenzi, 1990, edito)

un altro giorno di sabbia senza impronte

scivola tra le dita, prende fuoco alla luce ostile

che instancabile danza dove più esile invecchia la luna –

la notte non ha più segreti

e i suoi doni rivelano al corpo

l’estraneo chiarore che avvicina ossa e ombre

in un abbraccio, un colore indefinibile che ama il freddo

come il mattino le rose cresciute sulla lingua –

il tempo che credevi privo di esistenza

compone la sua opera, conserva nel palmo

neve che profuma al tocco dell’aurora,

e intanto tu guardi il letto, il bianco del lenzuolo

aggrumarsi in macchie di calore, tendersi lacerarsi

fino a che il cielo si abbassa all’altezza dello sguardo

(il dolore naviga nella stanza

come una vela inquieta in uno stagno immobile,

cade dagli occhi, squama la pelle sul labbro

e la voce brucia, raggelata, come una stella

nei sogni del vento –

a casa, perdute nel lontano,

le mie carte parlano al silenzio parole che non conosco,

si affidano all’angelo amaro degli assenti

perché ancora un’eco rimanga – una lenta

nostalgia del mondo

mentre la morte gioca a nascondersi nei nidi del sole)

come l’ultimo angelo consumato dalla chiarità dell’aria

come il grido a cui la luce, sgomenta, si abbandona

la mia mano perde sangue dai pori

tra i tuoi capelli di donna, trascina le tue mammelle alle labbra

perché ancora il corpo bruci

sull’arco più alto dell’ultima eco – creatura

gravida di voli, di voce

(la sera trattiene nel suo acre profumo

l’inquieto vociare del fuoco – lo sento sgorgare

come acqua che si trascina

l’eterno immutabile incanto delle sue impronte di sete –

io attendo – la pupilla assonnata in ascolto

del prossimo lampo, udibile

levarsi di dio dal silenzio, guglia vertiginosa senza paesaggio

e senza notte,

senza)

(Da: L’arte dimenticata di morire, 2004, inedito)

per soglie d’increato

vanificando accenti conosciuti,

per margini brinati

di mondi lontanati

all’apparire – dove non serve

nominare ad ogni passo

il prodigio che trascorre

in mobili immagini di evento,

epifanie di lumi

rovesciati in ombre

quando già credi

di stringere il mistero,

contemplarne il volto,

tradurre le pupille in segni

e voci: –

tu dialoga con lo stupore

che non conserva tracce,

con la stella che dissigilla

un senso che non dura,

con l’assenza che si desta

in palpiti migranti fatti verbo,

al verbo estranei per legge

d’indicibile esperienza –

per osservare la vita

nello specchio albale

di una luce

pensata prima d’ogni dire,

prima del silenzio

l’insonnia dimora

sopra schegge di voce trasparenti

che l’istinto chiama luce,

scrigno di presenze –

aspre più del nome

che cancella

al tocco della mano,

un dono di forme

accumulate nei vuoti

che il giorno spazza di volti,

attraversando ciò che resta

di ali solari, di maree

affiorate da petali di passato,

mentre la stanza muove

verso l’urlo verde

di primavere nascoste,

di albe tagliate con lame d’oro: –

mappe lucenti della resa

che piega la bocca

per fulminazione di bave,

ossidi alcolici

dalla combustione dolente

di una più conoscibile morte

chiare epoche

deposte in libri sacri di sapere,

trascurabili ombre

nello specchio migrante delle sabbie,

lampade discrete di apparenze

al cui riverbero tacciono

attese non ancora scritte,

esorcizzati dolori

di tempi compiuti

per inevitabile moto di ferite,

squarci dal labbro all’occhio,

dalla pupilla alla parola,

pagati in anticipi di futuro

capovolto –

dimore segrete

dove si nomina il giorno

per signoria monotona di lampi,

di istanti mai accaduti

e già piegati, sfatti,

prima che un grido di candela

li disperda – luce che sa

la voce senza durata,

immobile del buio

(Da: Per soglie d’increato, 2006, edito)

Ars poetica

note per improvvisate metafore

vagando tra storie che sfumano in acque di eventi interdetti

tumescenza per troppo furore

passando in rassegna

ectoplasmi di neve

e si fugge

solo intuibile l’ubiquità di certi bagliori

adiacenze di tregua nel buco del culo del mondo

dove le foglie reclamano spazio

ai cieli consunti in deliri di tenebre acerbe

ingiunzione a stremare l’interno

la vita vissuta per interposta persona

che pende

riprende lo slancio

s’avvita nel vortice di minute torsioni

intenzioni di stile

emozioni

l’età che ritratta umbratili vuoti

eiacula ritmi di sensi straziati

l’immagine si fissa nel gioco

la luna che ha sete avvicenda rumori

tu dici del verbo dovrebbe segnare l’inizio e alla fine

ultimarsi nel gergo

controllare sintassi di simboli

epigrafici grumi di fango

orme di esistere ai margini

comunione di sguardi tra sangue e altro sangue

e forse incede

resiste

ci sarà qualche gesto un solco più fondo

un fiore nell’implume materia

la sutura di un grido

un accento di luce scampato a fluenze

di lacrime

e

merce

Fino all’ultima sillaba dei giorni

scrivere è un destino covato dall’ombra delle ore

la spina amorosa di chi non lascia niente alle sue spalle

perché essere cenere, sostanza di vento

è inciso da sempre a lettere di fuoco

nelle pupille dei segni che dipinge – un canzoniere

infimo, un breviario di passi senza orma

tracima sillabe d’innocenza e memoriali d’alga

dalla brocca silente che il labbro disseta,

quando parole malate d’aria si staccano dal ramo

precipitano nell’impercettibile abisso

tra due zolle –

scrivere è un’ora covata dal destino

la spina che costringe il corpo in reticoli d’albe in piena notte

e punge fruga ricuce orli slabbrati lacera la carne

fino a che sanguinano anche i sogni,

fino a che l’immagine fiorisce in echi di sorgente

gli alfabeti rappresi dentro un grido

(sono queste le voci che mancano a una pietra

per sentirsi un arco lanciato verso il cielo,

sono questi gli accenti

che scortano il seme alla sua tomba di luce – al precipizio ardente

dove la morte è presagio di stagioni,

oracolo dei frutti e del ricordo)

(Da: Hairesis, 2007, e-book)

ti cammina sul braccio
la tenebrosa
sapienza di
chi regge lumi
al mattino, ti
acceca
il risucchio dell’olio
che sciama in vapore e
incendia il tuo
occhio
che spunta in un prato, dal
le gronde di un foglio
dove transitano stelle e
voragini, il profilo distante
di una voce
intravista per caso
si perde tra l’inchiostro e
la pelle, in
certa se
dire il distacco o
annegare negli specchi
del cielo, infinito
rantolo azzurro

ci sono versi scritti
con gli occhi, li
riconosci quando
tornano in superficie
spaiati in
sincronie di vuoto
e all’albero
toccano in sorte
che si fermò alla tua soglia
chiedendo ritagli di lacrime
un nome da respirare
crescendo
fino al prossimo cielo, domani
brucerà a una
fiamma di neve, e lo spazio
del suo ultimo grido sarà
l’orizzonte tra
palpebra e
palpebra
che si restringe nel
l’orbita di fiori di
sale

riesce più il sale a
dire la verità del
la luce, quando il suo
nome è un’eco, un’
impronta su
un foglio di via, come
avviene tra il fuoco e
una vela
arenata in onde di brace
o allevando porfidi d’acqua
per la sete di
segni
illeggibili, cresciuti
in punta di dita, anche ieri
fa giorno da un
grumo di secoli, sottrae
domande ai ricordi e
si pensa, già in odore
di sabbie, risalire i tuoi
occhi fino all’aria
che brucia, ora
tace, l’inverno è
un pantano di fumo, tu
comincia a guardare il
rivo di pioggia
che ti esce sangue dai
pori

secrezioni di un male
che si abita viscere e
sangue, un viaggiare degli anni
su una corda che ha
consistenza di eco, e resiste
con l’arte sottile che
ora stringe, ora allenta, ora
brucia e rinsalda, scolora
riprende, intrisa di umori
notturni, di piume strappate al
l’ala fetale, al ritmo dei giorni
al sesso, a un amplesso
dissennato e coeso, in uno
con quello che avanza, che
resta e si oblia, si veste
ancora di vita, nessun foglio
contiene a misura il
flusso dell’ultima acqua
il riflusso, il deflusso del seme
la cura che evoca mani
d’angoscia, e il tuo volto
bambino che strappa alla notte
una stilla, una benda inzuppata
di luce, di alcol, di fame
la promessa che dice il
ricamo pungente di altre
albe sugli occhi

frana anche l’attesa e
l’ora spalanca tiepide
quieti d’abisso, lo spazio che
cede a un graffio d’anima, al
pallore di ombre di plastica e
ossa, immagini a picco
sfarinate nel piatto, un
pasto di sere già muffe, il
ventoso continuo di luci e
rombi che gonfiano l’aria
trapassano in dissolvenza
le strade ad altezza
di voce, i liquami di vite
arenate ai margini di un grido
filamenti, radici, qualcosa
che arriva alla porta e
vapora sull’uscio
in forma di respiro, un saluto
un sorriso stentato, tu ora
dormi, io raccolgo la
sabbia dai vetri, la polvere
rossa che rinasce nel palmo
a ogni colpo di spugna, un varco
carnale che tracima alfabeti
parole per dire riconoscimi
sono tua madre, sono
l’acqua che
grandina sete nel
l’arsura dei giorni, la risposta
che scivola via dal
le labbra in forma di rogo

(Da: Impronte sull’acqua, 2008, edito)

in equilibrio di colore e distrazione
conserva segni in un forse di miscugli
sillabici il resoconto di un ramo l’ipotesi
di immagini dove presente e senso
versano lacrime agli occhi così
ritorna alla scienza diseguale del volo
l’angelo che spiuma
desideri di carne di danza
il presagio
di un nevaio che brilla dolore
sul confine tra cielo e memoria
ad altezza remota di lingua

*

paesaggi che alle palpebre tendono ombre
e distanze a volte un passo che irrompe
nel viluppo a sfrondare la norma
la linea di bianco imposta
dall’ennesimo inverno eppure
si potrebbe affidare l’oltraggio a grammatiche
docili ogni senso al destino e svanire
al suono che la preda sbalza dal sonno
verso una morte in punta di rima

*

dove macerano tracce e l’abisso
è radice di ore lo scarto svelato
tra il crepuscolo e un’assenza
disattesa di voci dove scopri
sgraziato e distratto
tutto il credito di una piccola morte
l’orizzonte che regge la scia
di astri vanescenti e la tua mano
che ne traghetta il lutto
verso il largo

*

alla curva del vento
slarga foglie e rotaie l’assenza di cielo
e labbra a distesa dall’altra parte
dell’acqua si pensa un paesaggio
grande quanto una mano lungo
fino a sfiorare i capelli con la dolcezza
verde della sabbia si pensa la terra
divisa in pagine leggere e uno sguardo
luminoso di bambina
piantato tra le zolle come una spina
come una sillaba
come un’attesa

(Da: Esilio di voce, 2009, inedito)

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21 Responses to Percorso d’Autore: Francesco Marotta

  1. Luca Ariano ha detto:

    Francesco è una delle voci più intense e di spessore della poesia contemporanea. Sono contento sia in questo percorso de La Ginestra e spero prima o poi di leggere una sua bella antologia cartacea, per quanto ancora oggi abbia visibilità la poesia cartacea sugli scaffali delle librerie. L’opera rimane.
    Complimenti e un caro saluto

  2. mariapia ha detto:

    mi sorprende come i passi passaggi di respiro cambino il verso ma non interrompano la intonazione di fondo,che è fatta della stoffa dei sogni.. e della interiore libertà, e rispetto di vita, come fatto innato; vadano, dicevo, da una poesia all’altra, sillabiche o lunghe, ma restino sempre incantate. nel timbro e ritmo sei tu Francesco a operare, con la tua poesia un canto una magia lenta che è anche,poema ininterrotto. Ti saluto Francesco!
    Maria Pia Q

  3. […] ospite di Enrico Cerquiglini, nella terra fraterna e accogliente della Ginestra, il fiore del deserto. Il mio grazie si accompagna a un invito rivolto ai lettori della Dimora a […]

  4. francescomarotta ha detto:

    Grazie per l’ospitalità, caro Enrico, e soprattutto per l’invito che hai voluto rivolgermi.

    E grazie a Luca e a Maria Pia per l’attenzione.

    Luca, non ci sarà nessun libro cartaceo, nessuna antologia: chi vuoi che mi pubblichi? E poi, sinceramente, sarebbe un’altra opera “inutile”, esattamente come le altre.

    Un caro saluto e un abbraccio a voi.

    fm

  5. Anna Maria ha detto:

    In “un altro giorno di sabbia senza impronte” il passaggio qui, oggi, riceve la ricompensa di “uno sguardo luminoso di bambina”. “Come una sillaba, come un’attesa”, la poesia di Francesco Marotta è un invito continuo ad addentrarsi in Holzwege, è un’istigazione tenace al pensiero, è il coraggio di affrontare, non velati, ma con occhi bene aperti, “l’ennesimo inverno”. Grazie a Francesco e alla “Ginestra”.

  6. renzomarillo ha detto:

    Questo percorso illumina passi che mai avrei presunto nel viaggio poetico di Francesco Marotta, finora letto qui e là, a spizzichi e bocconi… Supponevo dimore segrete, tempi spezzati, versi sia sillabici che lunghi… Non avrei mai detto di quest’abisso che torna 6 volte nei testi e che è segnale d’assenza, più che di tragicità, in questa poesia che pur misurandosi su parole forti e cariche di simbolo non cerca la forza enfatica del dettato, ma la forza sapienziale che deriva dall’autocoscienza… Credo.
    Grazie Francesco, e grazie Enrico

    • francescomarotta ha detto:

      Grazie mille, Renzo.

      Sono molto colpito dalla tua capacità di individuare un percorso, che in buona sostanza mi appartiene, attraverso la lettura di pochi testi, scelti, tra l’altro, veramente a caso – visto che sono solito affidare l’intelligenza di un percorso di scrittura (ammesso che nel mio ve ne sia) all’opera nella sua interezza e non ai singoli testi-frammenti.

      Veramente grato.

      fm

  7. Vincenzo Mancuso ha detto:

    Confido nella poesia, l’ho sempre fatto.Percorsi come quello di Marotta rendono giustizia ad un’arte tanto amata e così massacrata.C’è il gesto e quella buona lentezza ch’è solo dei grandi.

  8. paolalovisolo ha detto:

    ti seguo Francesco, anche se non mi vedi.
    aggiungo nel mio piccolo l’ interesse per la qualità di questo sito.
    complimenti al curatore/curatori.
    paola

  9. francescomarotta ha detto:

    Lo so, Paola, e te ne sono immensamente grato.
    Ti abbraccio.

    fm

  10. enricocer ha detto:

    Rileggere i testi di Francesco nel comporli per il post è stato come davvero scoprire una poesia che si stampa nella coscienza, che chiede – prima ancora di dire – uno spazio vivo, un (forse) non-spazio in cui attingere ad un senso che non si dà, che si cela eppure se pre-sente la presenza. Una poesia, questa di Francesco, che autonomamente cresce nel tempo e che non può essere oscurata dai versi dei tanti abili venditori di se stessi. Se avesse ancora senso – in questo scorcio di millennio caotico ed esteticamente osceno – potrebbe semplicemente essere chiamata Poesia.
    Grazie Francesco per questo percorso
    Enrico

  11. Antonio Fiori ha detto:

    Uno sguardo poetico sofferto, tenace, che fatica anche per chi non ce la fa, anche per chi si arrende prima dell’esatto silenzio e della dubbia parola. Concordo con Maria Pia: la poesia di Francesco si lascia leggere come poema ininterrotto, sapienziale.
    Un gradito ritrovarsi.
    Un caro saluto
    Antonio

  12. francescomarotta ha detto:

    Un “gradito ritrovarsi”, sì: tra persone “libere” – che non hanno nient’altro da condividere e da partecipare se non la loro libertà.

    Grazie, Enrico. Grazie, Antonio.

    fm

  13. antonella pizzo ha detto:

    Nel mio immaginario il poeta Francesco Marotta l’ho sempre pensato come un viaggiatore terrestre che partito con la sua astronave verso altri pianeti è tornato sulla terra dopo anni luce e al suo ritorno trova un pianeta distrutto dalle guerre intestine e dal nucleare, e quell’uomo/poeta ora vaga alla ricerca di un senso e di una luogo accogliente e purificato dal fuoco, fra sopravvissuti mutati e mutanti, alla ricerca di un’umanità che dopo la catastrofe abbia voglia di ricominciare, come in un tempo non primitivo, non primordiale, un tempo postapocalittico dove al poeta viene affidato, suo malgrado, il grande e gravoso compito, quello del raccontare e quello del ri-creare. Un contadino che nel presente tenacemente coltiva la terra malata del passato e aspetta che dalla terra rinasca un germoglio di luce che è vita futura. Un cantore del futuro, del presente, del passato, un cantore di uno spazio che non esiste ancora o che è già esistito, in un tempo che sarà o che è già stata. un caro saluto a Francesco e a Enrico,e a tutti gli amici commentatori. antonella

  14. francescomarotta ha detto:

    Grazie per queste gran belle immagini, Antonella, me le tengo ben strette.

    Ciao, un caro saluto.

    fm

  15. Giovanni Nuscis ha detto:

    paesaggi che alle palpebre tendono ombre
    e distanze a volte un passo che irrompe
    nel viluppo a sfrondare la norma
    la linea di bianco imposta
    dall’ennesimo inverno…

    Una voce potente, quella che esprime la poesia di Francesco, che sembra a volte trasumanare, affidare agli elementi primordiali, ai tempi calmi e infiniti di una natura paziente e benevola, che tutto comprende le azioni di noi umani, avvolgendoci in un’aura che ci sottrae al risibile cicaleggio dei giorni, alle tensioni inutili, all’estentuante interrogarsi sulle colpe.
    Un caro saluto a Francesco, a Enrico e a tutti gli intervenuti.
    Giovanni

  16. francescomarotta ha detto:

    Grazie, Giovanni. Un abbraccio nel sempre – nel passo che sfronda la norma.

    fm

  17. Luca Ariano ha detto:

    Non credo sia inutile Francesco, io sono convinto che le vere voci prima o poi vengano fuori e rimangano nel tempo. Sono convinto, se ancora la poesia interesserà nei prossimi decenni che la tua opera rimarrà. Mi prendo tutta la responsabilità di questa affermazione, ci credo.
    Concordo con Enrico, Poesia con la P maiuscola.
    Un caro saluto

  18. francescomarotta ha detto:

    Grazie, Luca.

    Un caro saluto.

    fm

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