Farepoesia/Rivista di poesia e arte sociale – Appunti per Calpestare l’oblio

Appunti per calpestare l’oblio

Il progetto Calpestare l’oblio, dopo un anno di attività, ha ripreso il suo movimento nomadico e dopo la prima del gennaio 2011 realizzata a Roma, ha toccato le città di Ascoli Piceno e Bologna. Il progetto, portato avanti da Davide Nota, Valerio Cuccaroni e Fabio Orecchini, ha accumulato molte adesioni ed è uscito con gran trambusto sulle pagine dei giornali nazionali. L’idea di fondo ci pare essere quella di sviluppare una riflessione e una continua messa in relazione di soggetti, realtà artistiche e culturali, al fine di creare un fronte di opposizione sul piano culturale nei confronti delle politiche governative degli ultimi anni.

In realtà, secondo noi, Calpestare l’oblio si inserisce all’interno di una nuova dimensione che tocca anche l’ambito poetico e che vede appunto emergere una attenzione significativa di molti artisti per quanto riguarda lo stato della realtà presente.

Noi pensiamo che si possa parlare di una nuova tendenza in atto. Non sono state ancora definite le adeguate concentrazioni linguistiche capaci di definirne i termini con specifiche caratterizzazioni. Circolano categorie ancora parziali come poesia civile, neo-civile, rinnovato impegno, poesia di opposizione, nuovo realismo, etc.

I termini categoriali più appropriati ci sembrano ancora quelli che mettono in relazione la poesia con la realtà, e soprattutto richiamano un  “pensiero critico” non ideologico, mentre sul piano più propriamente stilistico sembra appropriata la categoria pasoliniana dello “sperimentalismo” che appunto permette la vicinanza di diversi approcci formali a una concordanza di obiettivi in parte di tipo “etico” e in parte di tipo artistico.

In attesa che si declini la formula migliore, possiamo certo dire che la rivista Farepoesia è parte di questo contesto. Il progetto editoriale e la rivista che portano lo stesso nome, in effetti seguono alcune significative operazioni artistiche: le antologie: Vicino alle nubi sulla montagna crollata (Campanotto, 2008, UD), e Pro/Testo (Faraeditore 2009, Rimini); antecedenti sono anche le riviste Argo e La Gru; delle recenti produzioni citiamo volentieri il prezioso lavoro collettaneo curato da Gianmario Lucini L’Impoetico Mafioso (Ed. CFR, 2010, SO). Si tratta di progetti che hanno amalgamato alcune presenze disperse che comunque lavoravano da tempo su alcune linee di poetica strettamente connesse alla realtà.

Farepoesia ha aderito pienamente al progetto Calpestare l’oblio a partire da quest’anno e ha partecipato all’assemblea di Bologna dell’11 febbraio 2011 con alcuni interventi e con il documento che qui vi proponiamo all’attenzione. Buona lettura. Chi volesse partecipare alla discussione può inviarci i propri interventi su Gruppo Farepoesia (di facebook) oppure a: titoxy@libero.it.

 

***

 

Condividiamo molte delle idee espresse nei documenti di “Calpestare l’oblio”. Qui vogliamo segnalare in particolare una considerazione utile come punto di partenza per un punto di vista più complessivo e necessariamente sintetico. Non c’è dubbio, la “separazione” della realtà prodotta dai poteri dominanti è finalizzata alla loro perpetuazione e alla nostra depressione permanente. Bisognerebbe attrezzarsi per abbatterla il prima possibile. Ma come fare? Farepoesia non ha soluzioni da offrire. Noi proponiamo un campo di indagine, di ricerca. Farepoesia, lo recita espressamente il sottotitolo, si dichiara: rivista di poesia e arte sociale. Arte sociale come indicazione di un cammino, come espressione della necessità della riappropriazione della nostra funzione sociale. Joseph Beuys negli anni ’70 ha posto con forza il problema delle relazioni tra gli uomini e dell’uomo col territorio e la natura, lo ha posto in termini artistici e di pensiero. L’arte sociale è un’ipotesi direttamente politica e poetica. Più concretamente, oggi, l’idea di costruire comunità orizzontali, decentrate, capaci di fondersi al momento opportuno e in maniera sempre imprevedibile, non sarà una soluzione, ma, secondo noi, permette di superare la trincea del “conflitto” su cui si sono attestati e inariditi negli ultimi dieci anni i movimenti di opposizione. I centri sociali molto spesso (troppo spesso) hanno aderito alla logica della separazione e non hanno invece proposto l’ambito della relazione sociale come ricerca, l’hanno pensata come un dato di fatto, quasi a priori, apparentemente identitario. Molti hanno pensato che i luoghi di opposizione necessariamente dovessero riflettere certe contraddizioni presenti su larga scala nella società. Crediamo che qualsiasi ipotesi di opposizione comunque debba proporsi fortemente come pensiero critico e come cammino di ricerca, positivo e costruttivo, in qualche modo esemplare delle idee che propone. La logica della trincea appesantisce, rende aridi, occorre invece un pensiero critico, feroce ma agile e leggero nei movimenti. Capace di affrontare la complessità della realtà.

La separazione è solo una delle tante strategie del dominio. In verità i poteri agiscono unitariamente. Unitaria è la manipolazione mentale, antropologica, geografica, architettonica, commerciale. Unitaria è la falsificazione della realtà. Di fronte all’azione dei poteri dominanti, i quali, ripetiamo, adottano più fuochi ma unica è la loro dimensione ideologica, qualsiasi ipotesi di opposizione trova un muro invalicabile, un Moloch indistruttibile. Non abbiamo gli strumenti adatti. Non abbiamo gli uomini. Non abbiamo le idee. Ci sono generazioni che non comunicano tra di loro, precari che non si riconoscono, sfruttati ormai assuefatti allo sfruttamento. Ecco. Dobbiamo ricominciare forse da qui. Un trentennio abbondante di consumismo edonistico e globalismo autoritario ha prodotto una sorta di azzeramento sociale. Gli scarsi numeri dei movimenti attuali e il trionfo del liberismo a-morale e godereccio dell’ultimo decennio lo confermano in maniera inequivocabile. Quindi, anzitutto dovremmo riacquistare la capacità del riconoscimento e della reciprocità, dovremmo essere disposti concretamente a riprendere in mano l’idea del “mutuo soccorso”. Dovremmo riscoprire il senso della solidarietà non solo a parole,  non solo con la firma di un documento di protesta. Dovremmo affiancare, quindi, fraternamente i gruppi che difendono l’ambiente, che difendono la sanità del cibo, che operano per una migliore qualità della vita, che praticano l’agricoltura come eterno rituale di produzione e di relazione equilibrata con la natura. Dovremmo unirci alle piccole avanguardie che praticano il commercio equo e non fondato sullo sfruttamento, agli operai che vogliono produrre macchine di vita, agli operai che reclamano i propri diritti, agli studenti che vogliono avere un futuro, ai cittadini che progettano un consumo finalizzato al risparmio energetico, ai cittadini che rifiutano la sopraffazione mafiosa, ai cittadini di Terzigno che lottano per non morire di tumore. La mercificazione dobbiamo combatterla anzitutto in casa e dobbiamo sputarla fuori. Ecco dunque la poesia.

Dunque: la politica. La politica in Italia ormai affoga nella melma. Tutti coloro che si identificano, almeno per un momento, come coscienza critica all’interno della poesia, dovranno contribuire a spezzare l’isolamento. Tutti dovremmo fare in modo che la poesia rientri pienamente nel grande alveo energetico della creatività. Che la poesia riacquisti la sua dimensione sociale, abbandoni al proprio destino le migliaia di isole belle della non-esistenza. Le possibilità non sono infinite,  la realtà è una sola, una realtà estremamente complessa, ma unica e sostanzialmente limitata al tempo che ci è permesso per attraversarla. Riapriamo la partita, dunque. Scendiamo in campo. La decrescita può essere il grimaldello per smantellare la ragione d’essere del capitalismo finanziario che finge crisi per raddoppiare i guadagni. La decrescita per ridare felicità agli uomini e non alle cose. La decrescita per ridare senso all’individuo, al singolo. Abbiamo bisogno di un nuovo rinascimento, un nuovo illuminismo, una nuova resistenza, pienamente democratica, e necessariamente fuori dall’attuale maschera costituzionale. Insomma, occorre ridare alla politica la sua funzione sociale e separarla dall’abbraccio mortale dei poteri economici e della criminalità organizzata. Si, d’accordo, c’è da fare una rivolta, una rivolta  culturale. In nome di Franco Fortini, di Piero Calamandrei, di Joseph Beuys, in nome di Falcone e Borsellino, in nome di Pier Paolo Pasolini. Che la poesia decida di partecipare al giuoco o muoia miseramente nel suo insignificante protagonismo. Dobbiamo ricostruire una nuova idealità non una semplice narrazione. Per riuscire in questo intento la poesia ha una sola arma: l’ORGANIZZAZIONE! Avanti.

 

15 febbraio 2011

 

La Redazione: Natascia Ancarani, Tiziana Baracchi, Luca Ariano, Guido Mattia Gallerani,

Lorenzo Mari, Tito Truglia.

 

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