Vetrina dei poeti 4: Daniele Poletti, “Senza paura mangiare non è vergogna”.

La Ginestra ha finora ospitato molte voci di chiara pronuncia civile (ultimo, ma non ultimo Luca Ariano, nel post precedente), legate ad una forza politica, sociale ed economica del referente che cerca di trascendere la “fine delle semantiche certe” inaugurata già molto tempo fa da ampi settori della poesia contemporanea, non solo italiana.

Con Daniele Poletti si vanno a recuperare, invece, proprio gli stimoli critici e creativi che hanno segnato questa svolta interpretativa – nella consapevolezza, però, che questi impulsi si traducono spesso in principi ed elaborazioni teoriche che ancora attingono al sapere, e al cantare, tradizionale. E che da tale pensiero non si può rifuggire totalmente senza rischiare la follia della non-comunicazione: non è un caso che tra i versi qui proposti si legga del “risanamento con l’ombra” e non “dall’ombra” (che significherebbe un farsi neutralizzare dalle potenzialità del linguaggio, sia che si pratichi poesia “tradizionale” sia che ci si avvicini alla poesia cosiddetta, o per meglio dire, sedicente, “sperimentale”).

Poletti cerca il risanamento con l’ombra andando consapevolmente avanti sulla strada già segnata da altri autori, grazie ad alcune strategie testuali molto chiare: l’incrocio di lessici diversi, tutti ironicamente distanti dal lessico quotidiano (e quindi un linguaggio scientifico, oppure arcaico, oppure ancora infarcito di neologismi, quasi sempre idiosincratici) che si scioglie, però, in momenti di particolare crudezza e forza (“senza paura mangiare non è vergogna”, ad esempio); l’utilizzo di giochi linguistici minimi, dove l’applicazione dell’ingegno del lettore si limita ad anagrammare, o a togliere o aggiungere lettere per tornare alla ‘sostanza’ di parole che conosce (“pietrà” ex pietà, ad esempio); la volontà di una nominazione difficile che si autodenuncia come tale (“Il girasole, quando reclina / sia detto esàrulo…”) – perché questa, in fondo, è una necessità poetica e letteraria impellente ancora oggi.

Aggredire e contaminare la lingua impoverita e ridotta a neolingua: con tutte le forze che possono essere messe in campo. (l.m.)


Immemoriale labiale muta

(immolare immutabile alea)

Adombro fratta

pianta addivenuta

dall’inverno incristito

nel sole frattale

una pietrà di rami

Il sirice spettrale

sbatte nelle stecche

della persiana e fin dove

si vede la via

è cosparsa di sale

grosso e la ghironda

dei passanti –iniane

Nuvolazioni meteorano

ai cancelli delle case

della città romore

di fondo a un palmo

il numero inudito

il crepitìo della sigaretta

Col becco piantato

in fronte del volo veloce

del passero adombro

i marciapiedi di un nuovo

profilo. Strappateglielo

distratti presagi

di stuzzicadenti a V

spezzati sul marciapiedi

Dissuicidato nel giorno

del ricordo illunemare

cammino e sterpe

e so certo tre cose

girum nocte igni

Teodicea di ciò che fu detto amore

Alleviata –reità d’onde

legato a te per mare

boccio di camelia dipartito.

Tra l’ormeggio e la coperta

fintantoché un mezzo bicchiere

di lacrime possa curare il tumore.

Non riuscii a spopolare quelle mani

dagli spilli, furono molteplici

e la miglior porta incontrata

sulla sedia sfondata del cuore

è ora scala che percuote in longitudine.

Il tuo ancora innominato

collo di beuta, permane

sul presente predetto dalle sparse

macchie d’olio sulla via.

Non vi sarà che presente nei giorni.

E’ stato un sarmento di geranio

che ci ha sbarrato la strada.

Per ogni stelo fu appeso

un suono di cuori da te;

negli intervalli tra le foglie

sospesi un silenzio di povertà.

Il freddo che sorprende alle spalle.

Questa volta, ci ha gelato i piedi

inanellati nella sordità della vicinanza.

La lunescenza dei suoi occhi non più

e soltanto gemme dormienti che mi dormono.

Nel costituirsi linea tra la battigia

e l’aldilà delle spalle l’acqua

vanifica e trasla la lingua

in un’omelia di fiato.

Ciò che fu detto amore

è suono all’inesorata bava del mare.

Ciò che fu detto amore

resta sull’ineguale viso della sabbia.

Delitto Pineale

discrasia

migrazioni a calanco in spazi

interendoteliali

di eritrociti a pigna d’uva

diapedesi

ho sudato

il sangue dei giusti in deliquio

orizzontale        intercapedine

vanente tra cielo e terra

tenuta in vita da voluttà

di calliphores vomitorie

all’interno del nervo

materiale fresco argentaffine

chemiotassi di metastasìe danzanti

dalla felce maschio a cellule

germinali nel matroneo del conarium

volto contrito d’epistassi

acervuli di sabbia cerebrale      s’addensano

in unico flagello chelato eruzione

del monte del Golgi

Pia Madre perforata

siamo assegnati alle pagine

di un brulicario che smemora

solo per ponderare il volto

scismatico della morte

infrazione del bregma

cheratogenesi del corno sinoviale

in forma d’arpa

CHRISTUS PANTOKRATOR

per Maurizio Bianchi

Peur mère père mer

Di aria rinchiusa il sedimento

delle spalle gli è morto da poco

il mare nelle fosse clavicole.

Erbatico con la falce in comodato

un aggiornare   un annottare

una maceriata d’ossi

nell’esitenza di un grano non più

così uguale, ossàmen.

La vergogna è paura ripete

il fabbricatore a chi non lo ascoltasse

e per l’invarianza padre paura

mare madre dalla forra profonda

un motivo sacratissimo suggerito

dal taglio del dente, ossàmen.

Con le dita infreddate le tarsìe

dei marmi nella cappella dei principi,

tu che contrafforti le mie

costole da dentro per far sì che

non diventino ingranaggio, mangia

la malattia infeconda velàmine

bianco di fiato malanno.

Senza paura, mangiare non è vergogna.

Maldisole (neochiria)

la fase ancillare della mano

è nel  primo quarto

Il girasole, quando reclina

sia detto esàrulo.

All’orbita cava del cuore

hanno sostituito un’eredità di pianto;

e la mano cavitata dall’artrosi

e la stanchezza delle gambe

che ha spossato i mattini

nottipari, e il fiato corto

disorganizzato e i piedi predati

dalla dolenzia del fiato; eppure,

ho fatto spezzare entrambe gli omeri

poco sotto la spalla

per allungare le braccia con giunchi.

Ma le dita sono cave d’artrosi

ma le gambe si sono stancate;

le sfiorescenze del piede

sopportano gravidanze gravose.

Il girasole, a sera

sia detto esàrulo.

Il tuo orecchio avvezzo

alla parola smerigliata.

Cucendo insieme la conchiglia

delle nostre opposte orecchie

di ciò che fu udito

sono divenuto il siamese.

La mappatura delle sue lentiggini

rinvenuta per approssimazione.

I tuoi capelli non di novembre

hanno perduto gli argini, persi

saranno gli argini della passevolezza.

Al declivio del giorno

il girasole, viene chiamato esàrulo.

La mia safena

nel vuotatoio del tuo occhio

e ogni falda della testa bagnata

d’aceto per fissare il ricordo.

Solo la treccia dell’oggi

permane e sarà crudele

quando dalla mano cava

verrai portata nello spazio, dove accada

che l’agave muore di sfacelo.

al sole dell’angelo

Lassus

Non atteso per non più di sette giorni

ma dimentichi dell’indomani stesso

da quando si scoprì il buco nella carne

poco sotto l’epistrofeo. Spesso si riempie

di sporco, una credenza di luci impedì

il risanamento con l’ombra.

Disapparterrò io fui io

tua serviziale incerta

tua pacata sconfitta

tua rabbia che più lacera

tua sensale inesperta

Non meno di otto tronchi di dita

premono intorno alle orbite la pelle

sbianca, trabeazione piena di lattime

di un corpo che non unirà cielo e terra.

Di quelle croste dissero

di nutrirci finché sia sonno finché

si conteranno cento volte cento

giorni del battito d’occhi della mia

magra vista. Conto i battiti della tua

mano che gonfia

tua inammessa sera

tua voce in cafàrnao

tua fuga di smòrfia

‘No giorno t’haggio havere intra ste mane

incontinenti passi nel freddo relativo

alla nostra capacità immaginale.

Disappartenuto fui ciò che sarò

tua cintura di nei

tua spendita di patate

tua

Tarassaco

Alla levata screzi

di blu-lliani sulla pece

pini flebotici dalla

mescita del verde.

Il segreto lo conservano

bene i morti con la luce

il greto del giorno.

Insemenza d’ore sopra

i terrazzamenti circadiani

c’è un cielo sotto

il pensatore è nell’aspetto

l’aiuto cuoco

vestito da aiuto cuoco.

Sintatticamente crepe

vicino alla squadra del gomito

hanno parlato i muri

è diminuito il cominciamento

del presente. Hai ricordo

della mia sagoma

appressata ai perimetri.

Il sole è sul tetto

sette le spade della madonna

cinque gli estuari

del cuore, un grano di sale

che cura più di tre di senape

il tempo galantuomo

che tutto risana

e divora le pietre.

Del rospo schiacciato

di fresco rammenteremo

la tua lingua prevocalica

preghiera che ci distoglie

dai drappelli distolte

carni comunali che

si giovano di un caffè.

Daniele Poletti

Nasce a Viareggio nel 1975. Poesia e performance sono le attività che da più di dieci anni si intrecciano nella sua ricerca. L’esperienza performativa parte da letture pubbliche per arrivare a veri e propri progetti di teatro del corpo.

Sul finire del  1995 pubblica, in edizione privata, la raccolta di poesie lineari Dama di Muschi, con i testi introduttivi del poeta visivo Arrigo Lora Totino e dall’artista Antonino Bove.

Sue poesie e lavori concettuali sono apparsi su varie riviste e contenitori d’artista (Offerta Speciale, Risvolti, Geiger, BAU tra le altre).

Nel 2003 è presente nella raccolta collettanea di poesie L’ora d’aria dei cani, per i tipi di Mauro Baroni. Sempre per Baroni ha pubblicato il racconto breve Una giornata particolare.

Sul finire del 2005 pubblica la raccolta di poesie “Ipotesi per un ipofisario”, Marco Del Bucchia Editore.

Nell’aprile 2010 escono 10 sue poesie sulla rivista “l’immaginazione” (Manni editore) con una nota di Edoardo Sanguineti.

Promotore del progetto culturale “diaforia”: http://diaforiasinecondicio.wordpress.com

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