Vetrina 3: Stelvio Di Spigno, “La nudità”

La prima cosa che colpisce de La nudità di Stelvio Di Spigno è la ricerca di un metro che sappia rendere una musica che si barcamena tra un ritmo classico e l’apertura verso un ignoto, un ritmo da codificare, che riapre il discorso di una nuova metrica che contenga versi già ampiamente sperimentati ma che si strutturi nel suo darsi, nel suo sconfinare apparente nella prosa.

In questa stessa costruzione Di Spigno prende coscienza della limitatezza della parola, del suo significante che finisce per non vestire il significato di altra veste se non quella fonetica: “perché niente in fondo si sa dire”, “Per questo la parola è notturna”, “dai nomi portati tutti falsamente”, “ma dopo è difficile parlarne”, “preghiere di truffa / e parole di mercato” e della nudità che è insieme destino dell’io poetante, essenza, bellezza in sé ma, anche e soprattutto, esposizione al dolore – “per poi lasciarmi fare di tutto sotto il sole” – e alla sofferenza della sottrazione. Bisogna uscire dal “non so chi sono” frutto di scavo interiore, di cammini impervi per giungere spesso a risultati scontati o confutabili dalla prima nota del pensiero, e addentrarsi negli schemi predefiniti del “troppo bello non essere se stessi”, “volevo essere lui, volevo essere lei”, “voglia di annullarsi per essere obbedienti” e tacitare quel tarlo interiore che ci propone un mondo che non possiamo capire e neanche ignorare.

In questo dramma umano (non privo però di gioie) si innesta il recupero di un’infanzia che avviene attraverso un mito generazionale, il Pibe de oro (l’arrivo del sogno a Napoli, il simbolo di due scudetti e del riscatto di un’intera città e dell’intero Sud italiano). In questa infanzia “protetto dal mondo e dalla mondovisione” con la “grandezza / di chi vive senza sapere né come né perché”, “non pensando che il bello sarebbe finito” sembra annidata ogni pienezza umana, lo stato pre-razionale in cui sogno e realtà si scompongono e ricompongono in realtà futuribili finisce per essere l’illusoria consolazione di una pienezza che era solo frutto di una parziale visione di un tutto che non si dà.

(e.c.)

 

Da Stelvio Di Spigno, La nudità, Pequod, Ancona, 2010:

Fine settembre

Si presentano a orari in cui ognuno prende il volo,

verso le sette di sera quando ancora c’è il sole,

e con i loro gridi prendono forme umane,

un gigante, per esempio, o un volto conosciuto,

tanto che l’occhio non distingue il perché del movimento

e vorrebbe saperne di più, ma questi stormi

fanno a gara con corriere e treni di fortuna

a sparire per primi, risucchiando

il brusio dei pendolari, la stanchezza dei passi,

la finzione di tutto.

Vanno dove si disperdono altre voci,

questa volta scaturite dalle case in lontananza,

e c’è chi come noi ricorda vagamente

dove abbiamo ascoltato per primi

le parole che non hanno ritorno.

Dissolvimento

A mio padre

Diciamo pure ch’eri fatto come una miccia o una stiva

che ti attaccavi anche all’aria che non respiravi

perché sapevi cos’era perdere ogni cosa

all’improvviso o lungamente, calpestandoti o guarendo.

Fissandomi all’interno dei tuoi pensieri irreali

guarda come la tua vita s’è incuneata nella mia,

trasformandoti sempre e modificando anche me

che ora perdo scrivendoti e ricostruendoti altrove

così lontano da casa da non sapere dove

ci siamo mai visti, conosciuti o rinfacciati,

se fossimo mai nati e se è vero che eravamo.

Escursione, 1978

Se c’è qualcosa che assomiglia a un paradiso,

è un auto con a bordo tre o quattro passeggeri

che vanno all’aeroporto senza troppi misteri

soltanto a vedere

il tuffarsi e rituffarsi degli aerei,

e pensare che un giorno l’abbiamo fatto anche noi,

che eravamo una famiglia e ci siamo rimasti,

siamo rimasti a domandarci

il perché degli aerei e del cielo,

e come tutto passi e noi stessi

avanziamo nei ricordi,

e se una luce di un pomeriggio nuvoloso

sia magari un segno e significhi qualcosa,

e cosa significhi il mondo, mentre noi che ci abitiamo,

riparati e contenti,

non possiamo capirlo e neanche ignorarlo.

Carità

Ora vedo con il senso peggiore, la chiarezza

di una mente impallidita, il lampeggiare

di una casa sul Lido di Ostia e due ragazzi in amore

ch’erano dentro a quel loro solo mondo e

come sognavo il loro stesso mondo, il loro

luogo che non mi apparteneva, ma alla fine

volevo essere lui, volevo essere lei,

che posso farci se non so chi sono:

volevo replicarli e a nessuno è concessa

questa follia di chi è nato per niente.

L’avrei vista in una chiazza di dolcezza

forse rancida dopo pochi anni

avrei nuotato insieme a quel suo corpo,

è troppo bello non essere se stessi.

In una casa lì sul Lido di Ostia

rimane un libro e una dedica in segreto

è lì che la mente ci si ammala

per capire come nascere di nuovo

e con una camicia incrostata di sabbia mentecatta

copriamo ogni luce e facciamolo apposta

perché nessuno mi incontri da vicino

e nessun occhio mi veda mai più.

Pibe de oro

Assisteremo ancora in mondovisione

alle bravure mitiche di Diego

ma non diranno che avevo nove anni quando sbarcò a Napoli

e che tutto allora sapeva di speranza anche per me

protetto dal mondo e dalla mondovisione,

senza scale da salire né niente da promettere,

solo una tavola apparecchiata con povertà e grandezza

di chi vive senza sapere come né perché

contento di aver visto la luce un altro giorno

e che un altro giorno la luce si sia accesa anche di sera,

forse non pensando che il bello sarebbe finito

come finisce un calciatore o un matrimonio

e che senza badare a me non avrei fatto molto,

solo ricordare che c’era qualcuno in mondovisione

che potevo diventare come lui,

quelle cose che si pensano a nove anni,

sotto la carezza di chi ti ama proprio adesso

e ti darebbe il mondo vero se potesse

ma non lo dice come si dovrebbe

perché niente in fondo si sa dire

e ancora meno, ancora meno, si conosce.

Senza tregua

Adelelmo allunga i suoi versi bianchi

come un’anima serena, e li mette  d’accordo

con i sentieri di Fermo dove è nato, o forse

ci vive soltanto, per il sole che copre le colline

quando la luce manca nella mente e altrove

e il cuore è una bestia che brucia in qualcosa di peggiore

che non si sa spiegare, che non si può perdonare,

come i bambini passati troppo presto all’altro marciapiede,

alla scuola dei grandi e della gente sbagliata,

mentre i boschetti delle villette a schiera

con le pergole proteggevano i nostri amori forti

assonnati e umiliati così in fretta

che non si rivedranno più venirci incontro.

Per questo la parola è notturna, si estende

dai monti azzurri all’amico che le scrive,

e quando le comprendo lascio che l’orecchio

le trascriva dalle mura di Sant’Elpidio

al foglietto accanto al telefono,

e lascio che il pensiero mi sorpassi

per sempre, mi sorvoli e si perda

per il resto della terra.

Verso nord

Proprio qui da Vicenza dove è la clinica dei matti

nella quale mi riposo come un vecchio già da giovane

e la parola mare non suona più come parola familiare

ma solo come distanza dai nomi portati tutti falsamente

si vede meglio come la retrovia della vita

abbia ancora bisogno di un colpo di sole

che la consegni alla pace senza tanta ripugnanza

come nel silenzio delle Prealpi in lontananza

si riascoltano i morti, ora nudi ora vestiti,

a seconda del bel tempo e del vento stizzito

o del ricordo cui manca sempre o spesso

il respiro, una devianza, un freno della mente

che lo renda preciso e incostante.

Moderato con violenza

Come un mare non ancora potato né descritto

strappa via da sé ogni alga e corallo

e resta nudo come fosse stato dragato

mentre arriva pianissimo alla pagina,

ma dopo è difficile parlarne

di questa creatura che dorme al sole

senza pensare a persone

che hanno strappato da sé la propria vita

con un ferro rovente o una tenaglia

da criminale, senza un vero motivo,

solo per farsi più male o perché l’hanno sentita

questa voglia di annullarsi per essere obbedienti,

pensiamo a negozi con la serranda a mezz’asta,

a barche capovolte sotto il pelo dell’acqua,

a uomini colpevoli come me, insomma,

che ancora di questa colpa cercano ragione.

Canone fraterno

Per A .D., con affetto

Fa freddo e piove molto

nella mia vita e c’è un ricordo

di una mente andata in pezzi con migliaia

di frammenti che specchiavano

la nostra immagine delusa,

come se a frantumarci fossimo stati noi,

con tutto il nostro passato al completo

e più niente davanti da vedere.

Quando finalmente sarò fatto d’aria e di muffa

e sarò costretto a confessare fuori da preghiere di truffa

e parole di mercato, come un monaco ribelle,

cosa ho mancato di fare e di dire sulla terra di tutti,

dirò che la speranza è come la campagna grigia,

una serra dove sono cresciuto al coperto,

tanto da preferire restare al mondo nudo e solo

per poi lasciarmi fare di tutto sotto un sole di mare.

Sul bianco del foglio che non è mai presente

quella campagna era una targa molisana,

un amico saggio e puro che ascoltava,

Canone e giga di Pachelbel all’autoradio:

faccio finta che una perla sia ancora a nostra portata,

il Molise dove Armando Dini ci aspettava.

Gaeta

L’armatura di questi due golfi,

uno a terra per la gente fuggitiva e uno

in mare, per le ondate a strapiombo, si alza soltanto

tra le sponde di cemento che chiamano porto

mentre altri ci vedono la mascella di un lupo

o un mausoleo di quando si rideva.

Si sono trasformate anche in noi le isole nell’afa

in pezzi di pietra dove chi regna

regna su scorpioni e alveari, mentre

di notte l’opalescenza stringe il cuore a tutti

questi allegri spartitori di rovine.

Ci sono delle navi, anche se non si guarda oltre

gli anelli di salvataggio, che tolgono il sonno agli uomini

in modo che non dormano

non possano latrare né morire.

Visita

Ho visto il cielo restare senza voce

un cielo caldo di mattina tra le case

poi di nuovo restare senza voce

e farsi più luminoso come una minaccia

ho visto che era un cielo di morti,

di gente che non ha sonno da regalare

né fiori freschi da portare a questa parte di mondo

che ribolliva rimanendo estranea.

Come si può vedere farsi caldo il sole

ho quasi visto un’anima isolata

contrattare un parcheggio di se stessa e di me

per convivere col suo ricordo

senza averne dolore, e per una volta sola

l’ho chiamata per nome, era tornata qui,

era lei che parlava anche per me.

Stelvio Di Spigno è nato a Napoli nel 1975. È laureato e addottorato in Letteratura Italiana presso l’Università “l’Orientale” di Napoli. Ha pubblicato la silloge Il mattino della scelta in Poesia contemporanea. Settimo quaderno italiano, a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos, Milano 2001), i volumi di versi Mattinale (Sometti, Mantova 2002, Premio Andes; 2ed. accresciuta Caramanica, Marina di Minturno 2006), Formazione del bianco (Manni, Lecce 2007), La nudità (Pequod, Ancona 2010) e la monografia Le “Memorie della mia vita” di Giacomo Leopardi – Analisi psicologica cognitivo-comportamentale (L’Orientale Editrice, Napoli 2007). Vive a Gaeta.

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One Response to Vetrina 3: Stelvio Di Spigno, “La nudità”

  1. renzomarillo ha detto:

    Ricca di emozioni questa selezione, con una splendida nota che trova ampia risonanza nei testi, soprattutto nel sogno pasoliniano – per sempre spezzato – di “Carità”. L’autore porta ad espressioni consapevoli e intere il suo percorso di e in nudità, ed è un esercizio delicato della comprensione umana poterlo seguire. Grazie a entrambi.
    Lorenzo

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