Percorso d’Autore: Lucio Zinna

LUCIO ZINNA. Nato a Mazara del Vallo (Trapani) nel 1938, si è trasferito giovanissimo a Palermo, per seguire gli studi di filosofia e pedagogia in quell’Ateneo, dove si è laureato con una tesi sul pensiero di Jacques Maritain. Nel capoluogo dell’isola ha operato attivamente fino al 2007, anno in cui ha eletto Bagheria a suo buen retiro. Ha pubblicato: di poesia: Il filobus dei giorni (1964), Un rapido celiare (1974), Sàgana (1976), Abbandonare Troia (1986), Bonsai (1989), La casarca (1992), Il verso di vivere (1994), La porcellana più fine (2002), Poesie a mezz’aria (2009) e nel 2010 la plaquette Stramenia, di soli nove testi. Di narrativa: Antimonium 14 (1967); Il ponte dell’ammiraglio (1986), Trittico Clandestino (1991); Quando bevea Rosmunda (2001). Del 1980 è il romanzo-verità Come un sogno incredibile, di cui è apparsa nel 2006 la seconda edizione ampliata con il titolo Il caso Nievo – Morte di un garibaldino. Come saggista ha pubblicato il volume La parola e l’isola. Opere e figure del Novecento letterario siciliano (2007) e ha curato la sezione Sicilia (testo critico e antologia) in “Dialect Poetry of Southern Italy”, a cura di L. Bonaffini (New York, 1997). Ne “I quaderni di Arenaria” sono apparsi: Nietzsche e Kafka (2001), Due letture dantesche (2002), Gli equilibri della poesia (2003), Perbenismo e trasgressione nel ‘Pinocchio’ di Collodi (2008), Stagioni  della vita e metafore della ‘soglia’ nel realismo radicale di Leopardi (2010). Dirige le collane “Arenaria” ragguagli di letteratura e “Lighea” biblioteca popolare siciliana.

E’ stato condirettore e redattore capo di importanti periodici letterari. Nel 1985 gli è stato conferito il Premio della Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri e nel 2010 il Premio alla carriera al “Viggiani-Pontinia”. Suoi testi sono stati tradotti in inglese, spagnolo, francese, portoghese, greco, romeno, serbo-croato, macedone. Vasta la bibliografia critica sulla sua opera.

Da “Sàgana” ( Edizioni Il Punto, 1976)

Elide

Potresti anche non esserci e diverso − in parte

almeno − oggi sarebbe questo mio procedere

nei giorni che disperdo quasi fossero tanti

per decreto di chissà chi e per quale occulta

forza di cose. Potresti anche non esserci

e potrebbe acuta farsi come una ferita

la fonda solitudine in che vivo mi pare

da millenni − utile a discoprire arcani segni

cercati invano. Potresti anche non esserci

e mi sarebbe più pungente e facile capire

quanto sono nessuno e perché mai le individue

sostanze di natura razionale amino correre

e correre ignorando dove. Pure ci sei

e i miei giorni hanno il senso che vuoi

pochi o molti che siano e questa radicale

solitudine ha di nostro il sorridere gli oggetti

il mare le musiche i mattini i nervi

i giochi di parole la forza d’essere nessuno

la sapienza di come sia fragile e gagliardo

il nostro regno in quest’era non nostra.

E forse basterebbero gli occhi di cerbiatto

del bimbo più sincero che conosca (per ora

inventa un suo canto e si accompagna

a una improvvisata sua chitarra), oggi

che rileviamo − amore − come il falso

vinca più spesso e quanto perda il vero.

Frammenti di una lettera a Monique

Qui è sempre Palermo e trasciniamo,

Monique, giornate di scirocco e rare

brezze tra celie d’osteria e repentine

sfuriate (come tu ricordi) appartàti

per altrui desiderio e nostro in parte

nel sesto continente del pianeta

piccolo e clandestino

C’è un’accezione seconda del verbo

“ incazzarsi ”  che vuole dire offendersi e

magari sboccare nell’ira. La prima − più nota −

accezione concerne l’erezione del fallo

e giustifica il modus dicendi discendere

dal fallo e proseguire a piedi

È finita − tesoro − da ogni parte

ci arrivano metastasi. È finita.

Mi sei romanticamente morta così

tra gli opuscoli del membro − tesoro −

morrò per cedimento improvviso del mio-

cardio poi che fin troppo è lapidata

la psiche (un cristallo), cerca di capire.

Né Mondello né l’Aspra o San Martino

delle Scale possono più illuderci né

l’estate che brucia (sempre meno − può

darsi − come credi tu provocatrice in toto).

Anche per noi esiste il fungo atomico

e fu stipulato il contratto e funziona

la banca e la tiroide va male. Anche qui

È finita, tesoro. Depotenziare occorre

ogni possibile energia o scendere dal fallo

e proseguire − dove, in fuoriserie? −

depotenzia depotenzia. Se non esisto

come puoi esistere? Cerca di capire.

(C’è un’accezione seconda). Qui

si deperisce − bellezza − centesimo a

centesimo raggio a raggio e incazzarsi

vuol dire difendersi sboccare nell’ira

Qui è sempre Palermo. Appassionatamente

ora ti bacio le mani

Disorganico  improvviso

1)

Disorganico improvviso ci persegue

da ogni parte il male. Tendiamo

a soffermarci a raggi di sole nuvole

colline colori forme appena si riesce

a discacciarlo. Impetuosa ci assale

allora una voglia di amare (se amo sono)

di accarezzare i figli benedicendo e

noi e loro di essere nati. Il mondo

è terra di conquista. Essere eterni −

rifletti – non è soltanto illusione

che ti sfiora. Il male intanto ha lasciato

un altro segno – vedi, impercettibile

stavolta – da assommare a segni che

precedono. Un’addizione dove un’unità

a poco vale ma per la sua parte

va ad ingrossare un numero segreto

il NO che ci portiamo addosso.

Rode lento il tarlo ci avvizzisce

siamo legno destinato a marcire

siamo piante recise fresca l’acqua

di ogni giorno ne posterga la fine.

Piante recise ma orgogliose di

splendida bellezza esili robuste piante

protese all’infinito. Fiori siamo di cui

troppo si guarda la corolla e troppo

poco il gambo.

2)

Un giorno ci arriva un ultimatum

feroce o un preciso invito a preparare

misterioso questo viaggio lungo poi

che fu pronunciato il verdetto. Quante

attese di giudizio ricordo nell’arco

della vita si direbbe non s’è fatto

che attendere. Ecco che folgorante

sopravviene la scoperta dell’attimo.

E c’è chi parte senza preavviso

colpito sull’istante – a pranzo

nel giaciglio in ufficio nella strada

(si potesse fotografare la pupilla

ingrandire il quadro cento volte

si potesse studiare lo stupore incredulo

di finire così come dei ragni).

Di tutti gli attimi di che si compone

un’esistenza, quando di essi l’ultimo

si affaccia, subito ne rappresenta

la fine un regista invisibile coi soli

strumenti scenici che trova. Improvvisando.

Forse dovremo tenere altro linguaggio

con le stesse parole. L’operaio morì DUNQUE

cadde dall’impalcatura al nono piano. Tu

sull’autostrada pensavi sto-arrivando-dai-miei

(eri retorico e solo nella tiepida sera

d’agosto). In quell’istante moristi e

pronta richiese la regia che saltasse

la ruota. O più non tenesse il battistrada.

Da “Abbandonare Troia” (Forum Quinta Generazione, 1986)

resistenza

Imparo ogni giorno a costruirmi questa vita

contro visibili storture sotterranei tentativi

di sopraffazione spesso disancorato cerco

rammento propongo ampliamenti progressivi di umani

spazi ulteriori conquiste di civile dimensione.

Fido nella memoria. Altra funzione non v’è

che sia così cosciente così controllata così

di sé consapevole (Galluppi). Vigile memoria

di sconfitta barbarie. Quando si vide il nero

proclamarsi luce ordine il caos quando la filosofia

della morte violenta pretese gloria nei secoli

fu obbligo − e sacrificio − lo smascheramento.

Nessuno passi più per il camino − mai. Tali

restano i roghi tali i lager se pure mutano

nome. Chi li gestisce con qualunque divisa

sempre si chiama aguzzino-carnefice-boia. Vigile

memoria passato freccia presente freccia futuro.

Coltivo un’utopia di nome libertà. Uomini e idee

andare sicuri nel mondo. Una possibile

utopia. A volte stringo i denti urlo se capita

difendo mi difendo continuamente resisto.

A  volte qualcuno rimane

Di poesia mi reputo un antico drogato

(Iniziai per solitudine a quattordici anni

con spinelli in terzarima a sedici mi bucavo

versisciolti più tardi m’iniettai − quel tanto −

parolibere in esperienze neoformaliste)

Da tempo mi coltivo (solitario) la roba

non soffro crisi d’astinenza evito cauteloso

l’overdose

M’affratello ai clandestini della parola

ai tossicopoesiomani ai liricodipendenti

agli indifesi in più plaghe temuti dal potere

mentalmente perquisiti destinati a campi

di deconcentrazione

È canapa indiana la parola e cresce

in terra di libertà parola trasmutata

risignificata − vena musica fionda − era

in principio

sarà anche alla fine

(A volte qualcuno rimane accartocciato

in un angolo accanto a versisiringa a volte

poeti si muore)

Sessantacinque versi per il treno della Maiella

S’annega lo sguardo tra roccia alberi e cielo

lento un senso angoscioso di quiete filtra

di qua dal finestrino. Semideserto sfila a tratti

un paese aggrappato a una collina diruto

inerme stanco di difficoltose

sopravvivenze (quanti avranno appeso

un frammento d’anima ai costoni bianchi

per frastornanti lidi per frustrati sogni) lassù

non giunge eco di questo sferragliare di rotaie

è un convoglio fragile di latta un gioco appena

per invecchiati infanti questo treno della Maiella

questo Espresso Pescara-Napoli via Roccaraso

di laborioso reperimento nel libro degli orari.

Filtra lento un senso angoscioso di quiete.

Piantare tutto. Allogarsi da queste parti

con la sacrafamiglia nel più remoto villaggio

mettersi in pensione anzitempo vivere del minimo

prima che entrino falsi cavalli abbandonare Troia

con semafori zebre ciminiere mitragliette skorpion

e kermesses mondane e sindacati autonomi e confederali

e impossibili scuole (elefanti di mala educazione

di presunzione e droga) recidere i fili

coi tossici milieux culturali

di questo molle-agonizzante impero.

Comprimere la fretta rallentare i gesti

reinventarsi le albe e i tramonti.

Tu sapevi madre che la vita non mi avrebbe serbato

che sorprese e inconfessati strazi ed era questa

la tua pena d’andartene e ignorare le strade

percorse da un figlio «fattosi presto adulto eppure

rimasto indifeso» come tu eri stata – quando

il cuore avrebbe detto basta una mattina

d’estate all’improvviso

tra un ferro da stiro e le stoviglie.

Non poterti più dire una parola

e si bruciavano i  tuoi ultimi istanti

di lucida coscienza della fine mentre tentavamo −

attaccati al telefono – di chiamarti

soccorso («scioperano le ambulanze della Croce Rossa

può rivolgersi ai Vigili del Fuoco» e questi rimandavano

all’autoparco della Croce Rossa) e venne infine un urlo

di sirena per un viaggio – poi – senza ritorno.

Anche il commiato ci fu precluso. Non ti dissi

(né avresti creduto) che fin dall’età di ragione

avevo imparato a corazzarmi e mantenermi

un nucleo intatto (un osso di purezza) impenetrabile

ai tratti del volto ai segni della mano.

Imbrunisce. Passano larici e abeti passa una capra

solitaria corrono due bimbi su un prato e spariscono

guarda imbronciato un casellante. Hai gli occhi lucidi

come di pianto. Siamo stati in silenzio. Decisa

ancora è rimasta la nostra (antica) consonanza.

Che faranno a quest’ora i figli

nella casa lontana – questi figli che ci stiamo

crescendo a poco a poco in maniera sbagliata

(pronti incapaci di menzogna aperti agli altri

in un covo di lupi). Come l’Abruzzo ora

anche il Molise è trascorso – magico e sconosciuto –

si corre verso Napoli centrale verso le colerose

cozze verso Re Ferdinando verso la Flotta Lauro

e Masaniello. Di qui – per l’affranta Calabria

e per lo Stretto – verso Palermo tradita moribonda

tra rifiuti e mostruosi palazzi dagli animati (dicono)

pilastri si corre verso un freddo glaciale coltivato

per secoli da un sole irridente permaloso.

Da “Bonsai” (ILA Palma,1988)

Il prossimo tuo

Il mio spesso mi sgraffia si fa disamare

mi affonda i dentini − nosferatu − io mi ferisco

ricambio rammento mi scordo riprovo giro al largo.

Chiedo una foglia e m’è negata o concessa quasi

fosse − che so − d’oro di platino. Quando a me vengono

per un albero grande mi compenetro rischio poi li vedo

tornarsene lievi nemmeno portassero via un bonsai.

Ho disimparato a misurare il prossimo a centimetri.

Non tutti che mi stanno accanto mi sono prossimi.

Prossimità è corrispondenza interiore sintonia.

Può essere distanza – lontananza mai.

Gli irreversibili

Hai ragione. Non esistono solo i deprivati

socioculturali o − in variegato ventaglio −

i tarpati per minorazioni vuoi sensoriali

o intellettive vuoi affettive o motorie.

Altri ce ne sono − mi dici − e sfuggono

quante volte all’attenzione alla comprensione

alla stessa pietas banalmente confusi

agl’insufficienti mentali non sono peranco

gli evangelici pauperes spiritu cui

è riservato il regno dei cieli (talora

quello della terra quale anticipo) non è

il caso di appellarli gli stupidi temere

che invadano il pianeta le galassie.

Sfuggono a classificazioni − mimetici

e inconsapevoli − estranei a mediche

discipline a psicoterapici trattamenti

ad ogni emandativa pedagogia. Possono −

a difficoltose riprove − localizzarsi

quali tetraplegici dell’anima handicappati

dello spirito. Irreversibili.

Preghiera per i liberatori

Liberaci o Signore

dalla prepotenza di coloro

che hanno sempre qualcuno

da liberare.

Liberaci da questa loro

anomala schiavitù.

Libera nos Domine

dai liberatori −

tradiscono se stessi

e i liberati

odiano i conquistatori

e li sostituiscono.

Lascia o Signore

che trovi ciascuno

il necessario impulso

ad ogni liberazione.

Che ciascuno possa liberarsi

(da solo o in compagnia)

liberamente.

Del tendere la mano

Di che vai discorrendo sperduto fratello

nelle carte nelle nebbie nell’innecessario

morso che azzanna fegato e cervello di quale

«atteggiarsi» che l’oggi non c’imponga a meri

fini di sopravvivenza di quali cattedre

che non siano di miseria (persino economica)

qui non ci sono – reali o ipotetiche –  grandezze

peraltro impercorribili se non in noi – per noi –

nel nucleo agostiniano dove non può colpirci

nessuna bomba/damocle. Il cuore ci fa grandi

l’essenza stessa del verso non il clangore

di tube (oh miglio per uccelli di passa

oh becchime per polli). Riconquisto le mie

distanze come m’accadde per Lilli ma ora

siamo oltre la logica generosa di giovanili

amori. Ora esse hanno vertigini (depressioni

e levitazioni). Ergo riconduciamoci fratello

a una severa ermeneutica. Vieni. Tendere

la mano rimane un gesto possibile un reciproco

atto di giustizia.

Da “La casarca” (La Centona, 1992)

Ingredior

Non sempre in dedalici palagi

è programmato l’ingredior come

per Teseo mosso ad atterrare

il mostro a garanzia futura

di giovinetti di verginelle

o sulla soglia sia innamorata

Arianna a porgere salvifici fili.

Quante volte s’accede in ambiti

minoici all’insaputa

per momentanea défaillance

per ingannevole praticabilità

dell’accesso con suoi boschivi

lucori tutto può accadere.

Che il semitoro mostri sua bruta

forza  non di ferina natura ma

di umana ascendenza la malvagia

razionalità dell’homo che possa

scardinare “generose imprese”

a poveri tesei – integri

nell’aspetto costituzionalmente

fallibili – può accadere.

Che il mostro prigioniero

vittima di fregole materne

degne di degradanti luci rosse  –

compatibile portatore di handicap –

si celi pauroso. Che l’eroe

senza filo ammattisca nel percorso

à rebours. O scopra (per insight)

che l’infernale dimora fu da lui

a frammento a frammento costrutta

nella banale dispersività dell’hodie

nell’attenzione oltre le righe

a mediocri (per quieto vivere

o malintesa civiltà) che Teseo

sia Dedalo istesso che alberghi

dentro di lui il minotauro.

Da “La porcellana più fine” (Salvatore Sciascia Editore, 2002)

Alba con filodiffusione

Mentre maggio sparge i suoi tepori

e  nell’aria si coglie un’imminenza

di tigli (il seppia di memoriali

reliquie che in olfatto si converte)

verzica questa vita nei suoi moti

di stadera alla ricerca del punto

di stabilità nell’illusorietà

del momento. È il presente

che effonde i suoi flussi polimorfi

in una concretezza di gesti e oggetti

e parole quasi fosse immutabile

come se perenne fosse tutto

tranne il fluire – sola perennità –

a fronte della nostra incombenza

di viventi con sospetto –

o speranza – d’immortalità

per declassati dèi. E  intanto

tutto scivola  in silenzi o boati

(etiam al suono di un concerto

grosso di Corelli in un’alba

con filodiffusione) e scompare

nella lenta rapidità degli attimi

mentre maggio cosparge di tesori

quest’isola di sirene e nell’aria

sentore di gigli.

Illusorietà del presente

Ciascun giorno ha la sua circoscritta

infinità che – metodica – la  clessidra

tenta di catturare imbrigliando

lo scorrere  dei granuli. Non il passato

si sottrae alla calamita dei sensi

non il futuro in attesa è l’hic et nunc

che gioca alle tre carte e la più falsa

piega l’acuminata vista.

È  perché i sensi colpisce (luce d’alba

corpo di donna  ampie marine ove

l’occhio respira) che pare solido

questo presente che sotto lo sguardo

si scioglie come in acqua cristalli

di sale. Il minuto successivo rinnova

l’illusione nel suo vitale impulso.

Il reale – circostante si dice –

ha pesantezze e levità misurabili e tutto

pare spingersi oltre l’istante a rendere

l’oggi inossidabile. Ma  tutto sparisce

con l’attimo che muore mentre più è vivo

e si nega affermandosi. Nel suo sorgere

perisce e non si abbatte – virgulto di aerea

gravità – nell’avvizzire genera. Solo

la memoria è ferma finché  è data memoria

perituro macigno armonia delle sfere.

Da “Poesie a mezz’aria” (LietoColle, 2009)

LUSTRURA

La pioggia

fitta

persistente

appena cessata

ci lascia questa chiarìa

che rende traslucidi

corpi e cose alberi e case

nel viale inzuppato di resina

e l’asfalto riflette percettibili sfrigolii

di ruote veloci

intanto che come ombre

noi due procediamo

sul marciapiedi che affianca la villa

mano nella mano silenti verso e oltre

l’arco

di nessun trionfo

mentre nella piazza che pare spoglia

il caffè dal grande chiosco

ottagonali a vetri

si offre per uno per due

per tre quarti d’ora

di addormire il destino

intepidire l’intrepidezza dell’ignoto

la soffusa irrealtà del giorno

paghi di essere comunque qui

comunque insieme

fatti certi dalla stessa incertezza

nella lustrura post-pluviale

di un imbronciato mattino qualsiasi.

Migrazioni

Poter migrare

come gru

come cicogne

un balzo

verso l’alto

da un tetto

di tegole rosse

un primo

battito d’ali

e via

in direzione

dell’altrove

fra nuvole e terra

sostando

su un camino

o una torretta

e poi avanti

lontano

portandosi appresso tutto

vale a dire

se stessi.

Da “Stramenia” (Ed. L’Arca Felice, 2010)

I molti e il loro altrove

Ormai i molti sono gli scomparsi

dal mio globo e non so che velo

li ricopra quale vento sottile

sussurri tra ora e allora tra qui e dove −

dove − come grido sommesso.

Dove siete se ancora siete chi vi cela in quale

cielo vi vela sotto quale vela navigate per quali

onde galattiche chi vi impedisce di lanciare

un amo o di agganciarlo  oltre le nebbie

del ricordo se ancora in voi albergano ricordi.

Siete il mio popolo disperso nel gorgo

del tempo la mia diaspora in profondità.

Siete prossimi e inaccessibili siete compagni

silenti o smarriti in astrali spazialità

in quale comunità di trasparenze dimorate

o in quale solitudine stellare procedete

alla ricerca di un punto luminoso che nessuno

sa dove sia neanche nel vostro altrove dove sia.

Lucio Zinna

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One Response to Percorso d’Autore: Lucio Zinna

  1. enricocer ha detto:

    Scrive a proposito di Lucio Zinna A. Pane (su “Poesia”, 2002-03) «Poeta antilirico, discorsivo, esplicito, Zinna è latore di un pensiero forte (anche dove commerci con il dubbio), temprato sull’osservazione diretta, tignosa. Non contempla persone poetiche che lo rappresentino, né prosodie cui adeguarsi. Non teme di sottomettere il verso al tour de force di una meditazione complessa. Questa procedura, che è già cifra distintiva, sedimenta poi, con una parsimonia che ne moltiplica il valore, i suoi privilegi: e saranno sorprendenti metafore visive, auditive, voci culte o aulicismi impartiti con la degnazione di un vescovo stanco del suo latino, fino al salto all’indietro che riconduce il fulmine della sinestesia al suo chimismo, ma, soprattutto, le rare tregue, i corsivi che declinano il “sottovoce” consacrato al pudore dei sentimenti, dei ricordi riposti. Qui Zinna raggiunge, si può dire senza averla cercata, la linea di confine, il luogo in cui il lavorio della mente si riconosce in preghiera.»

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