Roberto Cescon, La gravità della soglia – Recensione di Marco Giorgerini

Roberto Cescon, La gravità della soglia, Samuele Editore, 2010

Recensione di Marco Giorgerini

La gravità della soglia è la conseguenza, straziante e bellissima, di un combattimento. È quel che rimane su un campo di battaglia dopo che sono avvenuti gli scontri, e un attimo prima che ne avvengano altri. Perché non di pace si tratta, ma di precaria pausa. In guerra con chi, dunque? Scorre nei versi aspri e sapientemente scarnificati di Cescon uno slancio vitalistico che lotta costantemente contro una realtà impenetrabile che non si lascia realmente possedere e la cui stessa esistenza è messa in dubbio. Uno slancio che spesso esce indebolito, ma mai realmente sconfitto: opera sottotraccia, a volte emerge, e quando lo fa scaturisce quella che quasi un secolo fa il critico Albert Thibaudet definiva «scintilla vivente». Quell’accensione lirica che, per dirla con Filippo La Porta, «dà l’impressione di lottare con un limite, con qualcosa che oppone una resistenza». Che ««comunica il senso di un drammatico corpo a corpo con il ‘fuori’».

Fin dalla poesia d’apertura ci è chiara la situazione di partenza e l’obiettivo da raggiungere. Come collegare A e B, però, non è così facile a dirsi. La prima lirica della raccolta – non so se volutamente programmatica o meno – disvela quel filo che lega buona parte della Gravità. Non ho un insano amore per le citazioni, ma qui il poeta si presenta come un piccolo Faust. Un Faust in sordina, rimpicciolito, disorientato, ma con la stessa voglia di «bagnare il petto terrestre nell’aurora». Emerge il desiderio fortissimo di percepire la vita nei suoi aspetti più immediati, senza mediazioni da parte dell’intelletto che inevitabilmente immobilizza, cristallizza il suo flusso caotico e magmatico e, nel farlo, l’allontana da sé. L’unico strumento utilizzabile è la parola: «un modo per salvarsi, il solo».

Cosa paradossale, per la verità. La parola, costruzione mentale che ricopre e nel migliore dei casi avvolge le cose, è l’opposto dell’istintualità. Dell’intuizione, dell’agire empatico che solo permette di vivere. Del resto, se la parola poetica è l’unico strumento utilizzabile è anche vero che la sua efficacia è spesso negata. Spesso, non sempre.

 

Le parole quando s’impadronivano

dei giorni era un modo per salvarsi,

il solo. Di fronte a quelle teorie

di alberi rosa aveva un senso allora

guardare e metterle insieme

senza però riuscire le ferite

e i brividi a sentirli sulla pelle

che significa vivere

 

È proprio giocando sul suo valore, o per meglio dire sulla fiducia da assegnarle che Cescon riesce a disattendere le aspettative del lettore, propenso a caricare la parola di una capacità salvifica che risolva lo stallo esistenziale o a privarla di ogni potere, in nome di un consueto e quindi rassicurante nichilismo postmoderno. L’autore complica le cose: se la parola non riesce a far sentire sulla pelle i brividi, altrove «copre la distanza dalle cose», e può «fermare il giorno e le sue cicatrici». Addirittura, può coincidere pienamente con la vita:

 

La distanza dal diventare è vivere

o scrivere tutti quei passi

 

Nella seconda e terza sezione del volume (La sedia di paglia e Padri) domina la riflessione sul tempo, sulla morte.

C’è l’eroismo di chi si scrolla di dosso ogni illusione e guarda in faccia la vita, priva di senso e di direzione. E c’è il pessimismo crescente che di nuovo contempla il rapporto parole-cose, elementi ormai irrelati incapaci di raggiungere una sintesi armonica: «esistere con le parole che vedo, mentre fuori accadono cose».

Nelle pagine conclusive il tasso di amara rassegnazione tende ad aumentare. Sembra che nella parte finale ogni verso prepari il terreno per l’ultima, icastica, immagine finale. Quella dei girasoli in inverno, a rappresentare la poca forza che ancora rimane per spiccare il salto.

Un altro elemento unificante è l’immagine del mare: compare due volte il vocabolo “maroso”, due volte “mare” in una poesia di undici versi, e poi “oceano”, “pieghe d’acqua” e via dicendo.

Quasi sempre è associato all’idea di viaggio, forse di fuga. Necessaria e bramata proprio perché è incerto il suo esito, e dunque dispensatrice di brividi: garanzia di vita vissuta. Sarebbe interessante analizzare i diversi modi in cui il mare si presenta nelle varie liriche (soprattutto nella sezione Di spingermi più in là), e tentare di scoprire come cambi, col cambiare del suo moto e della forza delle onde, il senso ultimo dei componimenti. Non è possibile procedere a un esame del genere qui, per motivi di spazio, ma vale la pena sottolineare la sua duplice valenza di monito all’azione (nettamente prevalente, come abbiamo detto) e di silente presenza con cui condividere i propri dissidi interiori. L’oceano «spalanca un baratro nello stomaco», ma è anche un auspicato compagno:

 

A quando il mare d’inverno.

Solo io e il mare

dobbiamo parlare.

Con La gravità della soglia Cescon ci consegna, in fondo, un punto poetico, un non luogo impalpabile su cui tutto si regge, miracolosamente, in equilibrio. È un libro da sfogliare con estrema delicatezza, perché non si sgretoli la fragile e perfetta architettura dei suoi versi.

Marco Giorgerini, nato a Cecina (LI) il 18 agosto 1986. Ha conseguito un diploma di maturità scientifica (91/100), al momento è laureando in Lettere moderne, presso l’ateneo pisano, con una tesi su Luigi Malerba e l’apparente contraddizione tra determinismo e caso. Partecipa ad uno stage semestrale presso “La Voce del Ribelle”, quotidiano/rivista diretto da Massimo Fini e Valerio Lo Monaco. Finora sono stati pubblicati sul quotidiano online (www.ilribelle.com) 41 suoi articoli, uno (“Israele: giuramento di fedeltà. Solo per i non ebrei”) sulla rivista cartacea. Collabora al sito criticaletteraria.blogspot.com

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