Vetrina 2: Anna Ruotolo, “Secondi luce”

Nella misura in cui la parola poetica si confronta con la sua fonte principale – il respiro – il ritmo della lirica si assume anche il compito di spezzare la linea della temporalità, così com’è comunemente percepita, per fornire prospettive diverse sull’esperienza umana e le sue condizioni. È così che il tempo fisico e biologico ambisce a farsi storico, politico e psicologico, ed è allo stesso modo che gli anni luce della scienza possono diventare Secondi luce nel titolo dell’opera prima di Anna Ruotolo (prefazione di Elio Grasso, Lietocolle, 2009) – con uno slancio metaforico non privo di arguzia, né di un tentativo sornione di complicità con un lettore che sia empatico e attento.

Coerentemente, il libro della Ruotolo è strutturato secondo un movimento non allineato con l’organizzazione del tempo secondo logiche convenzionali – lasciando convergere, cioè, i momenti dell’attesa (“Era notte, era giorno / ti segnavo la via per la piazza…”) e dell’abbandono (L’ultima nave a partire è l’abbandono) in una stessa area – è questa l’autentica Forma del tempo, come recita il titolo di una delle sezioni del libro – che è poi anche quella, ab origine, dell’assenza dell’oggetto del desiderio.

Assenza, in ogni caso, che è sempre assillante: anche gli inediti che invia Anna seguono la stessa impostazione, lo stesso movimento, ricalcandolo fedelmente anche quando il discorso si svolge su altri piani della speculazione, o della passione, come può essere quello dell’uno e del molteplice (dilemma risolto anche qui brillantemente: I singolari sono plurali).

L’assillo è ora croce e tortura, ora scrittura e delizia: alla fine, ciò che rimane, nell’orecchio dell’ascoltatore, ed è in definitiva il punto di scaturigine della fascinazione per questa scrittura, è il modo in cui nessuna di queste oscillazioni resta sospesa, come del resto nessun fiato rimane sospeso, né altresì si perde in uno sterile metaforismo del quotidiano, che troppo spesso riempie i diari di versi, mentre la liberazione della poesia dal soggettivismo narcisista richiederebbe forse uno sforzo uguale e contrario. Come, in fondo, nessun fiato vada sprecato. (l.m.)


da: “SECONDI LUCE”


da La forma del tempo

*

Come se fosse normale, come appare

tra i rami rossi la nuova stagione

ti dipani in una scia di lumi accoccolati

quasi sei un movimento di piccoli aerei

attorno l’orbita più lenta delle mie spalle.

 

Ma se ti chiedo come fai, perché succede

mi dici così: quando è la nascita della luce

e niente è stato ancora toccato

e il cielo s’avvicina un poco al giorno,

sono da te

per farti vedere tutto questo

e il tempo è buono, ed è il momento

che nessuno ha già conosciuto.

 

Ecco il perché.

 

*

“Una mattina qualunque” può dirsi

il punto consumato ad est del porto

fino a quando, poi, resti una striscia

di terra per segnarti l’ora della fuga.

Come quando – vedi – hai trascorso

un sorriso sull’ultima valigia

che s’incastrava

e portavi addosso la neve

e un milione di cose compiute.

 

*

È così che un giorno si smette

di scrivere per qualcuno

non fai che come navi

che si ritirano

o i funghi di ombrelloni

che si abbattono.

È così che ti poggio come un fiore

sulla strada

e ti prego di prendere radici

per te stesso,

fino a quando

ripioverai sulla mia faccia

da un portone malchiuso

con le tue braccia di foglie

con le tue mani di poesie.

 

da L’ultima nave a partire è l’abbandono

 

*

Le parole si portano da un luogo

– tu sai –

per compensazione

per fare meno oscure le città

 

e l’ultima nave a partire

è l’abbandono (solleva l’acqua,

ritorna calma)

 

Mi spiace, mi spiace a lungo

non aver visto

gli alberi di ghiaccio

un mattino freddo delle quattro

mandorle in tasca e schiaccianoci

la tua mano sulla pancia,

la paura profonda d’un viaggio.

 

*

Quel che può va via,

un muretto

il tuo alito libeccio

e così i granuli disciolti

dentro l’acqua.

A dicembre si mangiano

prugne senza vita

a luglio quelle gonfie:

è una regola

che consola chi un giorno

ha con sé il robusto rumore

di un vagone per partire.

 

Quel che può va via,

prima che tu lo ripeta

ho seminato un nòcciolo

nel fondo del tuo cappotto,

sul calare dei ponti

– magari fra un giorno –

se non chiami, ti assenti

potevo andare come chi sa

come chi viene portato fuori

da un nome

e non l’ho fatto.

 

– Inediti –


Il piano della tua visita (tre tempi)

 

I

Era notte, era giorno

ti segnavo la via per la piazza

sul palmo della mano

con il viso aperto, mai provato prima

e il dito trattenuto da un’acqua di fico

appiccicosa,

il fico verde di un qualche giardino.

 

II

Dunque, dopo averti spiegato

la direzione del vento

(eri tu quello ricurvo sul tavolo

tornato come da tante migrazioni

con le ali un po’ sgualcite

la faccia della meraviglia)

ti misi davanti un piatto di more.

Tu le conoscevi, le mangiavi tutte

e a me dicevi di no, per il bene,

per l’amore del sorriso

che così ancora mi porti.

 

III

Il piano della tua visita

fu segreto – piano infinito

una, due, tre tazze sul lavello

la notizia silenziosa che qualcosa

venisse dall’alto

e nel volgere in quel punto tutto il viso

qualcuno rimanesse al suo lavoro,

la lavandaia alle sue camicie

la mamma al suo mestiere fecondo.

Bello ora dire com’è andata

e cosa e non saperlo articolare:

tutto intero sei stato qui

sempre perdendoti un po’ negli angoli

morendo (senza dolore e dispiacere),

brillando.

 

I singolari sono plurali

di nuovo dicendo anche per le ultime
volte c’è un’ultima volta

(Samuel Beckett – Cascando)

 

Sì, tutto con eccesso:

la luce, la vita, il mare!

Plurale tutto, plurale

luci vite e mari.

(Pedro Salinas – La voce a te dovuta)

 

a Silvia

 

I singolari sono plurali

dico casa e ne dico mille

perché se guardo fuori da qui

tante ce ne sono,

pulsano da non finire.

Il numero è la convenzione

che ci siamo dati prima di farci

spazio attorno, di vederci andare.

Se parlo al singolare fa meno male

il solo, la solitudine che fuma

di tetto in tetto, unica unità

che ci distingue ombra dall’ombre,

acqua dalle acque.

E a tutta questa storia sembra venire

in più uno straniero che non ti porta

in tasca, perché non ne ha nemmeno

una – se due non ne può avere –

tu non gli sei neppure famigliare

in una stampa, una fotografia

così come lo sei per me

ma chiama, chiama tutti

con centomila nomi esatti

si esce, così, infine, dalle dimore

e camminiamo in stormi

si prova a fare bene

tutto e forte, tutto al plurale

per una volta tra le altre volte.

 

Anna Ruotolo si presenta così:

Anna Ruotolo (Maddaloni, 1985) vive a Maddaloni, in provincia di Caserta.
Si è diplomata al Liceo Classico e frequenta la facoltà di Giurisprudenza. Con le sue poesie ha vinto vari premi nazionali ed internazionali giovanili (tra gli altri, il “Premio Turoldo” 2009, nella sezione under 25). Suoi testi sono apparsi sulle riviste “Poesia”, “Il Foglio Volante – La flugfolio”, “Il Foglio Clandestino“, in “Capoverso”, in “Poeti e Poesia”, sul quotidiano “Il Tempo” e, nel 2009, nella rivista italo-newyorkese “Italian Poetry Review”, edita dal dipartimento di Italian Studies della Columbia University. Un testo tradotto in spagnolo da Jesús Belotto è pubblicato nel num. 4 della rivista internazionale online “Poe +”. Partecipa a reading ed eventi letterari e, dal 2008 al 2010, ha curato e condotto il poetry slam “Su il sipario” in diversi locali casertani. Fa parte della redazione dei Giovin/astri di Kolibris. È presente nelle antologie poetiche “Corale per opera prima” (LietoColle, Faloppio 2010) e “Quattro giovin/astri” (Kolibris, Bologna 2010)
“Secondi luce” (Faloppio, LietoColle 2009 – premio “Silvia Raimondo” 2009) è la sua opera prima. Cura il sito personale:www.annaruotolo.it

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2 Responses to Vetrina 2: Anna Ruotolo, “Secondi luce”

  1. Anna Ruotolo ha detto:

    Grazie infinite per l’ospitalità e la bellissima nota di lettura.

    Anna

  2. Francesca Coppola ha detto:

    Complimenti Anna! =)

    bella la tua poesia…
    un abbraccio,
    F.C.

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