Sergio Sozi: ”2025 Blackout. Una storia possibile” di Renato Riva

Recensione di ”2025 Blackout. Una storia possibile” di Renato Riva (Edizioni della Sera, Roma 2010)

 

Era molto tempo che un romanzo italiano contemporaneo non mi teneva ininterrottamente saldato alle sue pagine (oltre duecentottanta), dalla prima all’ultima, come se qualche elisir di lunga lettura esalasse dall’insospettabile inchiostro. E questo lo premetto sottolineando, per chi non mi conoscesse, che ”2025 Blackout” è un’opera in buona parte estranea ai miei abituali canoni – per capirsi: tratta delle eroiche vicende legate a due argomenti, la produzione dell’energia elettrica e l’informazione, che non mi interessano (l’informazione perché sono uno che sa vivere anche senza comunicare e l’elettricità perché non ho una mentalità scientifica). Inoltre, la cura editoriale di questo testo è del tutto inesistente e inizio a scocciarmi di dover dire pubblicamente che le spaziature, la punteggiatura, la sillabazione, i trattini di sospensione, eccetera, hanno il sacrosanto diritto di esser verificati da un correttore di bozze. Poi, per venire alle scelte scrittorie di Riva, ci sarebbero gli anglicismi eccessivi e spesso immotivati, le mode grafiche insopportabili (ventiquattrore anziché ventiquattr’ore) e la meticolosa, a volte soffocante attenzione del narrato agli aspetti tecnologici e razional-aritmetici della quotidianità, cosa questa che mi allontana anzichenò, facendomi di primo acchito percepire il racconto come frutto di un colossale insieme di calcoli economico-elettrici (tre watt per due metri quadrati meno radice cubica di dieci…). Dulcis in fundo, ecco l’impostazione complessiva che ricorda una pellicola di quelle alla Sundance Festival (Robert Redford… gli eroi alternativi americani un po’ idealisti e troppo geni…) e la lingua scorrevole in maniera sospetta (sceneggiatura mascherata?). Tutto ciò, insomma, remerebbe contro. Eppure. Eppure il romanzo di Renato Riva mi è piaciuto. Assai.

Perché?

Innanzitutto per un dato di fondo: senza conoscerlo personalmente ho capito che l’autore ha cuore e razionalità armonici, è dunque persona equilibrata e non un arido scienziato; traspare la sua ammirazione per la cultura e le tradizioni (quelle sane) di ogni popolo, di conseguenza è evidente la sua giusta rabbia per la continua e crescente decadenza italiana; a questo deleterio fenomeno, che isola il Paese dal resto del mondo avanzato, il romanzo contrappone con chiarezza e coraggio degli ideali semplici e precisi, basati sulla speranza nel futuro e sull’amore per il Paese. Infatti, un ennesimo dato è altresí indiscutibile: prima di tutto una Nazione, uno Stato serio, dovrebbe fermare la fuga all’estero dei cervelli, come si suol dire, incentivando la ricerca scientifica – meglio se anche combattendo la disoccupazione con il creare un mondo del lavoro (meritocratico e legato ad una scuola meritocratica) capace di dare appagamento ai cittadini. Uno Stato etico ed europeo dovrebbe quindi reprimere al massimo le consorterie politico-economiche che tarpano le ali a qualsiasi evoluzione, sia democratica che scientifica ed aziendale e saper finanziare le attività giovanili innovative utili alla Nazione (il protagonista del romanzo, appunto, è un giovane scienziato milanese emigrato negli Stati Uniti che inventa una rivoluzionaria vernice elettrosolare, dalla quale si svilupperà la trama degli avvenimenti). In sintesi questi due punti, lavoro e merito, costituiscono le fondamenta della qualità della vita, della famiglia, della natalità, cioè del benessere – purché, precisa Riva, tale benessere non sia drogato e cieco, antiecologico, e si accoppi all’amore per la Storia: che razza di comfort sarebbe, proclama l’autore, quello che per mantenersi distruggesse le speranze di una vita futura sulla Terra e continuasse a disprezzare i beni storico-artistico-culturali esistenti, siano essi materiali o immateriali?

La visione dell’azienda, del lavoro, trapelante dall’opera, perciò, è quella di un ambiente sereno, armonico con le tradizioni locali e con le bellezze storiche e naturali come anche con le esigenze caratteriali degli individui, con la loro creatività ed intelligenza. Concezione anni luce distante dalla classica figura dell’impiegato frustrato e succube – il Fantozzi che tutt’ora l’Italia massificata, squilibrata ed anonima impone quale uniforme inderogabile per ognuno, cosí ignorando le qualità degli italiani e deprimendo qualsiasi loro propositività, slancio ed entusiasmo, per cercare invece affannosamente la guida del dittatore democratico di turno. Il dittatorello con le mani sporche (di consensi popolari pilotati e di inghippi politici) e con la fantasia inesistente; il dittatorello, vassallo delle multinazionali inquinanti e schiavistiche, che adopera a volontà i sondaggi ma sputa sui libri e su Pompei, non certo il novello Ottaviano Augusto. E tale uomo forte è presente anche nel libro… della nostra vita del 2010.

Poi ho constatato che Riva, nel corso di una narrazione vivace e coinvolgente, fatta di un intreccio avventuroso, coerente e ben architettato fra l’onirico e il realistico, sa anche svolgere i dialoghi in maniera ammirevole, rendendoli volatili, calibrandone contenuti e realismo dialettico, carne e cervello (per riportare bene i colloqui immaginari bisogna esserci tagliati grazie a mamma natura: il dialogo, in un romanzo, è cartina al tornasole delle doti narrative che raramente inganna).

Aggiuntivamente – ma invero questo è il motivo padre di tutti i motivi – ”2025 Blackout” mi ha fatto sognare un’altra Italia, essendo pregno di un rivitalizzante appello all’intelligenza dei nostri concittadini perché escano dall’attuale passività, abulia, o meglio trance videoipnotica, per restituirsi attivamente alla vita sociale e cosí tornare a parlare, toccare, amare il prossimo, insomma ad esistere senza farsi sodomizzare dalla tecnologia (o meglio dai ladri legalizzati che la stumentalizzano e limitano) o sedurre dalla prepotenza plutocratica dei ”partiti carismatici” e degli ometti che li capeggiano con successo dagli Anni Novanta in qua, grazie a pattumiere luminescenti denominate televisori.

E penso che, stranamente, in Italia solo il patriottismo non sia merce spirituale di valore, in questi tempi di risacca morale, esterofilia spinta e annullamento ideologico: il patriottismo fa vergognare la gente! Lo trovo assurdo perché sarebbe proprio l’amor di patria l’unico motivo che oggi ci dovrebbe restare in mano per motivare ancora una nostra vita, fianco a fianco, nel Belpaese – pur sapendo che qualche chilometro piú in là esistono dei posti sperduti meravigliosi, dei governi (quasi) sani ed aperti, dei popoli maturi pronti ad accoglierci. Però tant’è: l’italiano medio resta a subire le brutture del suo Paese ma si vergogna del patriottismo e Riva, essendo cosciente di questo ed immagino vergognandosi di tale vergogna, l’amor di patria lo pone tra i motivi di fondo del suo romanzo. Giustamente. Tanto di cappello, Riva.

Ad approfondire l’aspetto filosofico, certo, ”2025 Blackout” è forse un po’ semplicistico, non va molto oltre il ribadire la attuale mancanza di libertà d’espressione – addirittura dice che ci sarebbe dovuto un arbitrio assoluto, anche di dire pazzie ed esagerazioni senza alcun criterio veritativo guida. Insomma il romanzo non propone un sistema valoriale, filosofico o trascendentale, forte, che faccia a pezzi quello vigente. E in questo risente parzialmente della vulgata antiglobalista che molto nega e poco di sostanziale propone. Ma questa mancanza sarebbe grave solo se in Italia esistesse veramente un sistema di pensiero forte e profondo a guidarne le sorti… cosí come stiamo messi, va bene anche un attacco frontale rivolto ai (malati) princípi base della convivenza e della produzione attuali: dopotutto a darci una definizione in profondità dell’uomo servono i testi propriamente filosofici – e ne abbiamo tanti da rispolverare, no? Questo è un romanzo. Solo un romanzo che auspica una nuova resistenza partigiana (ricordando in parte quella della Seconda Guerra Mondiale ma senza indulgervi) come rimedio estremo per uscire dal buio cunicolo nel quale ben pochi oggi sanno di starsi rinserrando.

Narrativa neo-resistenziale, dunque? Preconizzazione di una resistenza popolare che fra pochi anni nascerà dall’esigenza diffusa di applicare le nuove forme di produzione energetica per abbassare i prezzi dell’elettricità e renderla condivisa, pulita, intelligente? Una minoranza di illuminati partigiani nonviolenti ed iso-eco-energetici riuscirà a promuovere una nuova e rinata intelligenza italiana? Forse: il sottotitolo recita che questa è una ”storia possibile”… be’… come commentare… una vecchia opera di passione civile con indosso vestiti nuovi questo romanzo lo è di sicuro. E sono personaggi, i giovani e meno giovani di ”2025 Blackout”, certamente diversi da quelli di Primo Levi e del primissimo Calvino e anche certamente privi di poesia e astrattezza, di speranze vergini come quelle degli anni Quaranta, poiché la tecnologia delle comunicazioni li fagocita completamente affannandoli di un surplus. Ma, pure ipercomunicativi, sempre essi restano dei partigiani patrioti (del 2025) con tante ragionevoli ragioni alle spalle (e degli ottimi sentimenti nel cuore), anche se, predica predica, loro stessi non sanno liberarsi dalle diavolerie elettroniche ed ologrammi che usano di continuo per trasmettere ogni azione ”in tempo reale”. Pensare globale ed agire locale, il tormentone ormai è usurato (ed è appunto, un tormento). Ma… narrativa glocalistica, come tentativo di definizione, potrebbe ben calzare per ”2025 Blackout”? Chissà… presumo che la parola esista già. Pertanto soprassediamo temporaneamente dalla ricerca delle definizioni e leggiamo questo romanzo, ché tempo perso non lo sarà di sicuro: glocalistico o meno, il testo narrativamente regge bene (con un bel finale a sorpresa) e l’autore ha qualcosa da dire, dunque parliamoci, non lasciamolo cadere nel vuoto.

 

Sergio Sozi

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3 Responses to Sergio Sozi: ”2025 Blackout. Una storia possibile” di Renato Riva

  1. Sergio Sozi ha detto:

    Ringraziando Enrico per la pubblicazione dell’artico, mi metto come di consueto a disposizione dei lettori che interverranno, promettendo risposte puntuali e personalizzate.

    Saluti cari
    Sergio Sozi

  2. marco scalabrino ha detto:

    Non ho letto il volume di Renato Riva, ma la nota, articolata, minuziosa, seria, di Sergio Sozi è positivamente contagiosa. Un plauso e un saluto ad entrambi, Marco Scalabrino.

  3. Sergio Sozi ha detto:

    Caro Scalabrino,
    grazie, ho solo messo in pratica quanto compete a un critico letterario.

    Saluti cari
    Sergio Sozi

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