Un’involuzione decennale di Renato Morelli

di Renato Morelli

Perché dipingere. Perché non dipingere.

Perché scrivere. Perché non scrivere.

Perché è necessaria una rivoluzione

Oggi, anno 2010, io vivo in un microcosmo. E non ne posso più.

E cioè: il mio così negletto microcosmo ha una componente artistica che mi perseguita e sembra sia consistita nell’opporsi a valori costituiti e affermati per metterli in discussione. E’ sempre stato così. Quindi prima di affossare malamente il mio angolino, sarebbe utile cercare di capire quand’è che avviene il cambiamento, ossia la necessità di mettere in mora ciò che è stato prima. Credo che dipenda da una multifattorialità  di avvenimenti difficile da cogliere perché troppo complessa e nemmeno tanto fruibile. Tuttavia i risultati, ciò che appare dopo, è sempre un cambiamento rispetto alle regole che si erano dati quelli immediatamente precedenti. Regole che, a loro volta, derivavano da situazioni precedenti anch’esse complesse, non ultime le importanti e ovvie connessioni che ha l’arte con lo svolgersi della Storia intesa come il progredire (o il regredire) dell’esperienza umana su questo pianeta.

E’ connaturato nei fatti che l’Arte preceda di qualche passo la Storia, però ne è anche conseguenza nel senso che tutto quello che si produce in una certa epoca deriva in buona parte da quanto succede in campo sociale, politico e religioso di quel periodo.

Questa prospettiva critica di svalorizzazione delle situazioni tradizionali e preesistenti, è però entrata in crisi dopo quanto avvenuto rispetto alle gerarchie linguistiche.

La critica dei vecchi valori ha lasciato il campo ad un territorio senza giudizio, in cui l’artista si appropria di tutto, mettendo in gioco qualsiasi soggetto.

Questo assunto è, per molti versi, spiazzante.  Viene così intrappolato qualsiasi concetto.

Usando la parola scritta  tradotta in sentenze, slogan  e aforismi è stato prodotto un materiale vitalistico dove ogni cosa è arte e arte è ogni cosa, lontano dal concetto dell’art pour l’art, caro a Oscar Wilde e ai suoi tempi.

Tuttavia, io stesso penso che l’arte non serva a niente, parafrasando lo stesso Aristotele che sosteneva che il godimento che l’arte dà, renda la vita più bella.

Da questo ne è conseguito che  sono scaturiti infiniti gesti, dove la disseminazione del pensiero ha raggiunto un’indeterminazione assoluta. L’universo dell’indefinibile così ottenuto si sottrae a qualsiasi definizione a qualsiasi identità, rischiando l’inefficacia.

Le varie fisiche sorte nel secolo passato hanno messo in mora, a loro volta, quanto veniva accettato prima. Il problema è che gli usuali sistemi formali della matematica che contengano una minima parte della aritmetica sono incompleti, nel senso che non si possono dimostrare tutte le verità esprimibili nel linguaggio della teoria. Odifreddi dixit.

E’ dunque in gioco l’incompletezza che riguarda l’insieme di tutte le possibili verità. Il teorema di Godel riguarda QUANTO si possa sapere della verità matematica (e la risposta è: POCO), ma non dice COSA. Queste limitazioni sono comunque più devastanti di quelle di Turing o di Cantor che hanno dimostrato che quasi tutti i numeri reali non si possono definire e quasi tutte le funzioni di numeri interi non si possono calcolare. Non parliamo poi delle estensioni ad ambiti che non sono neppure strettamente matematici, dalla fisica, alla politica, all’arte.

E’ innegabile dunque che tutti questi risultati dimostrino che ci sono limiti alla conoscenza e che la “Verità” si possa soltanto approssimare in maniera estremamente ristretta. Il pensiero formale è dunque limitato, ma fra le sue limitazioni non c’è quella di non sapere di essere limitato.

Forse, anche nell’intento di superare questo handicap, Godel e lo stesso Heisenberg, ad esempio, hanno “postato” i propri teoremi dell’indeterminazione e dell’indecidibilità, non riuscendo però a risolverli, pertanto ogni prestazione estetica ha diritto ad una propria esistenza dalla nascita alla sua fine senza possibilità di classificazione.

E’ sufficiente che qualcosa venga espresso e, dall’altro capo, che qualcosa venga goduto.

Dirò di più: quando, per esempio,  ho titolato una composizione “Can vei la lauzeta….” e poi il testo del componimento non ha alcun riferimento con quanto sopra, non è solo perché sia intervenuto “il caso”, no! Ci sono sottotraccia assonanze, è il piacere di condividere (in questo caso) un sentimento di languore estenuato di un amore quale poteva essere l’Amore ai tempi del Duecento; è come una porta da aprire per cogliere pienamente quello che viene dopo.

Quelle parole emanano un profumo che imposta tutto il discorso che ne consegue.

Così e anche relativamente al mio portato relativo al Caso, che secondo me, domina su tutto, qualunque nuvoletta che circondi in quel momento il lavorio del mio cervello può essere consapevolmente o anche inconsapevolmente integrata. Si dice: se a Pechino una farfalla batte le ali, in un punto qualsiasi dell’Occidente avviene una catastrofe. E questa sarebbe la teoria del Caos. Tutto, cioè, può essere usato per esprimere significati plurimi fino a sfiorare la perdita di senso, di significato (secondo le convenzioni), ma ad un livello sottile di personale partecipazione al tutto che salva il concetto, lo spirito, la sostanza del discorso.

Più puntualmente però, nel tempo, le mie convinzioni di pittore espressionista-astratto e di rivoluzionario della lingua, sono diventate confuse: più notizie più non sense.

Dalla ricerca partita da alcuni problemi irresoluti (Rothko e Jensen) sull’impostazione del piano e sulle sostanze materiche della fisica, sulle possibilità dimensionali del suono (Cage), sul perché sia necessario mettere sulla tela il continuo cambiamento della disposizione di quanto fluttua nella terza dimensione, tentando di procedere oltre per una strada poco battuta o misconosciuta della storia dell’arte contemporanea, sono giunto a una sovrabbondanza di messaggi che, se usati nella loro ampiezza, ne rendono incomprensibile la decodificazione.

Il problema del “fruscìo” continuo nella memoria (sul tipo, per fare un paragone azzardato, alla nota soperchiante di Schumann) si è manifestato in molti degli abbozzi di analisi e il faticoso arrancare per aprire una strada alla contemporaneità, è affondato in un mare di tentativi di rimando ad altre concezioni di spazio-tempo, di rumore, di colore che venivano da altrove e non erano state comprese.

Si chiede a ciascuno di andare oltre la contemplazione di un risultato artistico per tentare di capire la realtà quale noi la concepiamo, cosa inesistente se rapportata alla possibilità, oggi maggiormente percepita, di altri spazi quantistici cui attengono altre leggi che sembrano incomprensibili vista l’altissima necessità teorica (e quindi non esaustiva) di misurarsi con dimensioni infinite che hanno problemi lontani dalla nostra comprensione, ma sensibili all’occhio esercitato, ossia prefiguranti un possibile remoto accesso.

Per quanto difficile da condividere, ritengo che tali problematiche siano affini (e in parte siano determinate e determinino a loro volta) a quelle che concernono la comunicazione, intesa come scambio di notizie che, alla velocità a cui è giunta, ha creato una sorta di caos, di un bianco gaussiano impossibile da decifrare.

Negli ultimi decenni, a causa della mole di informazioni, si è andato affermando lo studio della teoria della comunicazione che, con l’evidenza dei risultati, ha dimostrato che la stessa è l’opposto della conoscenza, è nemica delle idee perché le è essenziale dissolvere tutti i contenuti.

L’alternativa (molto elitaria) consisterebbe in un modo di fare basato su memoria e immaginazione, su un disinteresse interessato che non fugge il mondo, ma lo muove.

 

Questo “altrove” non è casuale e il continuo martellamento della comunicazione, inteso come un attacco devastante portato alla tradizione per mezzo di una totalizzante incorporazione che mira ad annullare la percezione del conflitto permanente, condanna la scelta  consapevole della provvisorietà perché pretende di essere addirittura immortale oltre che durevole e costante.

La dimostrazione di ciò si ha con il fatto che il civilissimo Occidente diventa, attraverso la comunicazione, il luogo per eccellenza dell’oscurantismo, del dispotismo e della barbarie.

 

Come asserisce Perniola, la comunicazione è la difesa della old economy che si sente minacciata sul proprio stesso terreno, quello dell’effettualità economica e del potere.

A questo punto  si potrà notare l’ambiguità o perlomeno la discrepanza fra le ideologie conservatrici e reazionarie che la affermano che si dimostrano inadeguate a combattere l’emergere e l’affermarsi della società cognitiva innovatrice.

A causa di ciò i vecchi poteri sono costretti a demolire anche il patrimonio del sapere legittimato e le fonti della sua legittimazione (distruzione della scuola, dell’università e della ricerca) cosa che sta avvenendo senza che la parte  più innovatrice della società (che esiste anche  se sottotraccia) abbia spazio di intervento.

Non nego che questa situazione comporti una necessaria presa di posizione anche se lo stimolo impaziente della ricerca non viene meno. L’indeterminatezza della comunicazione sembra presentarsi sotto un aspetto liberatorio non privo però di insidie nascoste che occorre affrontare una per una con il dubbio di una sconfitta sempre presente.

Horror vacui? Sicuramente sconvolge il senso di inutilità che in molte occasioni ho avuto modo di sottolineare. E’ una verità sfuggente quella che nel corso della vita appare come avvicinabile, fruibile e subito dopo scompare nel magma incoerente delle comunicazioni.

Ergo, rinunciare e porsi tranquillo a sedere aspettando la morte? Come diceva Pessoa  “O segredo de Busca è que nao se acha!”

Rispetto all’universo questo è un piccolo problema. Rispetto all’esser mio, è la sostanza.

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One Response to Un’involuzione decennale di Renato Morelli

  1. notitiae ha detto:

    Un bell’articolo e il blog molto interessante… Complimenti. Ecco il contributo di NotitiAE per la Filo….
    http://notitiae.wordpress.com/2010/12/04/convegno-dedicato-a-vincenzo-maria-rippo/

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