Note su “Tropolit” di Matteo Schifanoia

di Enrico Cerquiglini

Alla domanda di sir Edgar Snow, “Dove va l’umanità?”, Mao Tze Tung rispose con un sibillino e diretto “Boh”. Non si aspettava certo sir Snow una simile risposta dal Grande Timoniere, eppure questa domanda risuona tra la pagine del Novecento rivestendo la risposta di infiniti possibili significati. Forse il rivoluzionario cinese poteva indicare ideologicamente un fine, spiazzò invece l’intervistatore con un “Boh” che apriva infiniti orizzonti e una gamma sterminata di direzioni.

E il movimento, l’andare, reale e metaforico, sembrano essere centrali anche nella raccolta di Matteo Schifanoia. Il volume si apre con un “cammino per una strada” e si chiude con un “riparte con niente mano”: due verbi di moto che lasciano intendere un prima e un poi, un inizio e una continuazione di questo viaggio che è la vita, che si ripete gene razionalmente con stilemi simili, con leopardiani sogni e illusioni che non reggono “all’apparir del vero”.

Il paesaggio poetico di Schifanoia è urbano: un intrico di strade, di semafori, di caffè, di bar, di uffici, sotto un cielo grigio, postmoderno, quasi post umano, che si popola di uomini/macchie indelebili, di nuovi insetti (formiche/taxi) che si muovono tra le gambe di palazzoni/elefanti. In questo caos di uomini-ombre, di insetti con motori a scoppio, tra i fiati delle strade, emerge un Io plurimo che è un coacervo di solitudine ed esistenziale incomunicabilità. Un Io alla ricerca di un amore che sa spesso destinato al naufragio, alla fine, che non diventa mai esaustivo, completezza, ma che rischia invece di rivelarsi l’ennesimo scacco e riprecipitare nella condizione esistenziale dell’assoluta incomunicabilità. La città diventa quindi la metafora del vivere, dello smarrimento che si concreta in un “semaforo che sta imparando l’utilizzo dei tre colori”, che non direziona, non evita incidenti ma finisce per essere esso stesso oggetto e soggetto dell’entropia dis/umana. La vita è un altrove che si sogna, si progetta ma che è montalianamente inaccessibile, e quello che resta è un camminare/marciare su marciapiedi, tra le auto della polizia che squarciano l’aria con le loro sirene in un paesaggio chiuso da palazzi e vetrine, quasi mai soleggiato, costellato dai simboli della modernità che diventano protesi dei corpi e della mente umana: bacio in un microonde… storia d’amore chiusa in un tostapane… manager con l’ulcera… tutto è consigli, acquisti e tradimenti.

L’assenza di sole (raramente è presente e quando c’è i più dormono, riposano: vorrei che i panettieri fossero qui / a gustarsi questo sole del primo pomeriggio / ma sicuramente staranno dormendo) indica un’umanità tutta calata nel quotidiano affanno, che ha perso la fiducia nell’altezza, che sembra negarsi una qualsiasi metafisica, tutta presa nella rete dell’obbligo di sopravvivere, anche a se stessa.

L’atteggiamento del poeta Schifanoia di fronte alla disumanizzazione del reale non è affatto moralista, semmai è presente un senso alto di condivisione, di passione accomunante, e quando sembra che il tono si diventi moralistico, come nel testo Capelli cotonati, il duro attacco censorio si smorza nella seconda parte dove emerge un profilo umano dell’uomo con i capelli cotonati probabilmente ricco e tormentato, che sottrae il poeta da ogni possibile invettiva e lo situa invece sul versante dell’umanità più assoluta.

Questa metafora urbana, piuttosto insolita per il panorama poetico italiano, si avvale di una versificazione libera che permette all’autore di attraversare le varie latitudini del dire poetico, si muove con disinvoltura dallo squarcio lirico al frammento realistico, dalla descrizione surreale alla prosa ritmata di certe riflessioni, dal ritmo lento, quasi ieratico, al cantabile leggero proprio di certi cantautori italiani. Questa varietà espressiva –  non comune, ripeto, nel panorama italiano – conferisce alla scrittura un respiro più ampio, più vicino agli autori anglosassoni che alla chiusa tradizione italica.

È, quella di Schifanoia, una scrittura che, seppur nutrita dalle patrie lettere, aspira ad un dire in poesia irriducibile ai metri tradizionali, calato com’è in questo andare – che poi è stasi dell’animo – che chiamiamo vita, che ci fa camminare per strade, fermarci e ripartire senza nulla in mano, come nell’inquadratura finale di molti film di Chaplin, verso altre vite, verso orizzonti spesso sfocati.

Testi tratti da: Matteo Schifanoia, Tropolit, Perugia, Midgard, 2010.

Giocatori di scacchi

Giocatori di scacchi e nient’altro,

sai solo questo della loro vita

che gli piace muovere pedine,

se ne stanno seduti nel parco in attesa che passi

qualcuno che voglia giocare

con loro e non sai

se hanno una famiglia o scrivono poesie o fanno benefi cenza o

rubano francobolli,

non sai se i loro occhi come laghi ghiacciati

nascondono qualcosa,

se le loro mani bucate c’entrano niente con le ciglia fi nte e

se quell’anima rauca che si arrabbia come un violino tedesco

senza corde

si accorge degli sguardi della gente che passa indifferente,

è ormai ora di soffi are il naso

e capire che di

questi tempi è diffi cile trovare nemici che si vogliano solo

divertire.

Non mi guardare uomo

io non voglio giocare non sono

capace,

ho altro da fare e poi odio quando ho da fare i conti con il tempo,

puoi vincere la tua partita di scacchi uomo

ma non vincerai mai quella con il tempo,

il tuo tempo che ti passa

sotto i piedi in forma di ritardo

come una canzone francese che dura poco,

no uomo non mi siederò

di fronte a te,

aspetta qualcun altro,

qualcuno senza tempo e senza inganni,

qualcuno che se ne frega di tutto e si pettina solo il giorno di

pasqua,

inutile che continui a guardarmi

io non sono quella persona,

io mi preoccupo

della mia ascella destra che suda troppo

io mi preoccupo

di non apparire il solito uomo e mi preme farlo capire

a donne, artisti e criminali

anche se mi riesce meglio con cani, gatti e fotografi e,

io voglio ottenere la perfezione attraverso uno sbaglio,

io ambisco alla verità senza contraddizione

ma prima o poi

mollerò queste mire e diverrò la peggiore persona sulla faccia

della terra.

No uomo non continuare a guardarmi

non sono quello che cerchi,

riabbassa il tuo sguardo verso le tue pedine,

non sono quel tipo di persona che accoglie impassibile il passare

dei giorni

come un consiglio

da dover accettare,

quella persona forse un giorno esisteva ma oggi è solo risate

che echeggiano

in una bocca avara,

no uomo quella persona non esiste più e assomiglia ad una

scacchiera

con troppe regole

da dover rispettare,

troppo elegante per il pomeriggio,

troppo donna che vuole dimenticare.

Siederei di fronte a te uomo per guardarti negli occhi

come dentro un bicchiere sporco,

scoprire le tue vittorie e sconfitte,

aspettando un consiglio per un nuovo paio di scarpe,

i tuoi mali incarniti

sotto le unghie,

i tuoi sogni come fiammiferi spenti,

le conchiglie che conservi da quando eri piccolo se mai sei stato

piccolo,

credimi

so come riconoscere

una moglie da un amante

e posso scrivere una poesia guardando un camion pieno di banane,

credimi quando ti dico che non so giocare,

che non so indossare una camicia,

che non so camminare in un marciapiede affollato,

credimi mentre me ne vado via

lasciandoti solo

con la tua partita mai giocata

ancora più pesante di tutte le sconfitte.

Lettere d’amore

Ci sono lettere d’amore sparse ovunque fuori di casa,

lettere che danzano come buio dentro una stanza fredda

e si divertono a chiamare il giorno con il nome di un detersivo per

piatti,

lettere pensierose sulle panchine verdi dei parchi

hanno in mente inserzioni pubblicitarie

per trovare acquirenti romantici,

profumi e cosmetici economici si lamentano dell’avidità dei

consumatori

e propongono la fi ne

della bellezza attraverso una lettera

d’amore che dice addio.

Stando in casa

non si fa caso ai baci che si lanciano i bidoni dell’immondizia e le

vetrine

dei bar,

non si notano i gatti che sanno scrivere,

gli orsetti di peluche che sanno ascoltare,

le prove che ognuno fa mentalmente di ciò che deve dire prima di

parlare,

stando seduto in casa

a bere muffa nobile e fare lunghe telefonate

non aiuta a comprendere l’esistenza di ciò che è fuori in forma

di casualità e negligenza

nemmeno se ti trovi dirimpetto alla finestra che il più delle volte è

con la serranda abbassata

ed il tuo rifl esso nel vetro è impedito dalle tendine bianche

ricamate a mano

e sulla tua scrivania scopri lettere

d’amore di cui conosci indirizzo, destinatario e testo

ma non serviranno

a farti capire

ciò che fuori sta accadendo,

l’amore che nasce e poi muore

tra le gomme da masticare e le suole delle scarpe,

gli aspri litigi tra il fi ato e le parole,

gli abissi vorticosi delle anime vuote,

mentre un profumo di lavanda

entra nel naso

e una carezza ti sfi ora una guancia

facendoti sentire

come un pantalone costoso nel suo primo giorno di saldi.

Primo pomeriggio

Penso ad un geco che mangia zanzare,

seduto in una fontana senza acqua

mentre il sole e’ silenzioso come un clown che ha scordato le

battute

e la città orgogliosa, tronfi a e sola

come una donna che si fuma un sigaro,

la passione di chi siede e aspetta qualcun altro,

la solitudine di chi indossa occhiali da sole,

la leggerezza di un’ampia pagina di giornale

trascinata dal vento

che si scontra con i piedi di una ragazza dagli occhi blu inutili,

la musica nell’aria non è quella che vorresti ascoltare,

non è quella la voce,

troppo acuta e tangente al freddo,

troppo lontana da lettere, penne e fotografi e impolverate,

lo zelo di un bambino che lecca un gelato si scontra con quello

di un semaforo che sta imparando l’utilizzo dei suoi tre colori,

è facile inciampare in un bassotto,

sbagliare la pronuncia di uno starnuto,

incontrare una frase bloccata dalle virgole,

è facile perdere l’ispirazione per un monologo

quando il mondo assomiglia ad un errore di calligrafi a.

La sirena dell’auto della polizia

si infrange come uno spavento sulle facciate dei palazzi,

marciano le persone sopra i marciapiedi

con la borsa della spesa su una mano e progetti

per cambiare vita sull’altra,

continua a scaldarsi la mia faccia come un bacio in un microonde,

fuggono ancora

le occasioni perdute in una sudata timidezza,

continuo a innamorarmi delle padrone dei cani al guinzaglio

e vorrei che i panettieri fossero qui

a gustarsi questo sole del primo pomeriggio

ma sicuramente staranno dormendo

e vorrei una storia d’amore chiusa in un tostapane,

una parola giusta per tutte le occasioni,

una sedia che mi segua in metropolitana

e sulle scalette del duomo,

vorrei un mal di testa

con cui poter passare la giornata

e non restare solo,

mentre il vento mi soffi a dietro al collo

fastidioso e piacevole come un amico che ti ricorda i tuoi peggior

difetti.

Siamo nella stagione degli amori

e i piccioni si rincorrono e non badano alle briciole del mio pranzo

finite per terra

e questo potrebbe significare che la mia gatta a casa è già in cinta

e che le bariste indosseranno vesti

leggere e sottili col risultato di farmi rimanere a bere più a lungo

forse sarà una stagione incerta quella che sta arrivando

in cui l’uomo potrà andare in giro con i calzini bianchi,

forse parlando più

scoprirò che la verità è solo un’opinione,

forse diverrò grasso

e inizierò a parlare mentre mastico.

Esistenze come preghiere dette velocemente,

le ringhiere da verniciare con lo stesso aspetto di chi salta i pasti,

turisti e barboni come vita e morte, falso e vero, trattoria e

ristorante,

e per il resto tutto che si muove

con la coscienza sporca di un ladro di portafogli che non ha

restituito i documenti.

Matteo Schifanoia nasce nel 1976. Ha pubblicato due libri di poesie, Indicare titolo nel 2002 e Opera d’amore provvisorio nel 2004. Tropolit è il suo terzo libro, la cui silloge ha vinto il Premio Midgard Poesia 2010.

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One Response to Note su “Tropolit” di Matteo Schifanoia

  1. Poetica che sento molto affine al mio modo di intendere la poesia. Forte e senza troppi fronzoli arzigogolati, dritta al punto. Complimenti.

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