Alfredo Panetta, Petri ‘i limiti , Moretti & Vitali, BG, 2005

Alfredo Panetta, Petri ‘i limiti (Pietre di confine), Moretti & Vitali, Bergamo, Dicembre 2005.


Riporto su queste pagine, una lettura del libro di Alfredo Panetta apparsa poco dopo la sua pubblicazione  sulla rivista milanese La Mosca di Milano.

I versi di Panetta mi avevano già raggiunto in tempi non sospetti, in ragione della loro caparbietà espressiva, della forza del loro idioma, che sia pur nell’ ardua e difficile comprensione del linguaggio, proiettano il lettore in luoghi e atmosfere davvero molto suggestive. I personaggi che popolano il libro, sono tutti , direi, figli della stessa corteccia celebrale, uomini, elementi, oggetti, in evoluzione, proiettati verso un viaggio, dalle loro origini a Milano e viceversa. In questo percorso di andata e ritorno, di appostamenti e di avvicinamenti, di sensi nascosti e di personaggi qua e là , un po’ sinistri, si snoda tutta la tematica del libro. Una sorta di arricchimento del cervello capace di farci provare nuove emozioni, nuove sensazioni alle quali non eravamo più abituati, che ci induce in fantasie che vanno tutte verso l’elogio dei nostri sensi primitivi, la pregnanza della Locride, attraverso la sua storia, sin dagli antichi, la sua gente.

Le ombre che si agitano nel libro, scagliate sui sassi, pietre, cortecce e coltelli, ci danno il senso di questa poesia, e della sua straordinaria energia.

“Tegnu ‘i carni fami e siti/ ndrupu a vita ch’i gudeja/ sentu ‘u jelu mpercicari/ d’i curtagghji nzina ò cielu.// Ma mi nguttu sutta a’ terra/ undi gugghji e bruscia ‘n focu/ tornu a’ luci, guardu a carni/ ’i dinta l’anima pistari.// Cercu amuri e m’abbandugnu/ intr’è razza ‘i ogni cristiianu/ sutt’a peji ‘i tutt’i rmali/ guardu ‘n’artu e non rispundu.”

(Io di carne ho fame e sete/ con budella annodo vita/ sento il gelo arrampicarsi/ dal letame fino al cielo.// Ma mi infilo sotto terra/ dove bolle e brucia un fuoco/ torno al giorno, ecco la carne/ da dentro l’anima pulsare!// Cerco amore e mi abbandono/ tra le braccia di ogni uomo/ sotto pelle agli animali/guardo in alto e non rispondo, pag. 16).

La lettura di questi versi promuove una comunanza fatta di silenzi, di memorie e abbandoni, una comunanza che domanda solo nuda complicità, lontana dal fragore evoluto della città, pur apprezzata , presente, ma spaurita nella sua nuova dimensione di vita:

“Doppu ddu misi chi stava ‘n città/ arrassu ncignava a sentiri a mè terra/ chi non bolìa cchjiù penzari pe jà./ C’amuri Milanu mi pigghjiàu pè manu/ mi mbizzà a tribbulari vindendu sidura/ nta buggia a portari ogni jornu nu hjiuri/ p’armari ch’i mani nu morzu ‘i futuru/ e s’intra ju mundu sperava ‘i restari/ non nc’era tempu ‘i perdiri a nzonnari.”//

(Dopo due mesi vissuti in città/ iniziai a sentire la mia terra lontana/ da non pensarci quasi per niente.// Milano da subito mi prese per mano/ m’insegnò a lavorare vendendo sudore/ e a portare in tasca ogni giorno una rosa/ per costruire a pezzetti un futuro/ ma se ambivo restare in città/ dovevo oscurare il tempo dei sogni, pag. 72).

Basta uno strano mormorio di voci, una compagnia serena per i propri pensieri , ed ecco che riemergono nel libro le singolari figure del passato:

“U chjiamavanu tignusu nto locali ‘i Farri/ ca non rridìa mà cu ju sicarru/ a brasu int’a vucca, e à potiha/ ’n si facìa vidimi mancu ‘i San Giorgi…”

(Lo soprannominavano il tignoso a Farri/ perché non sorrideva mai con quel sigaro/ a brace rivolto dentro la bocca, e in locanda/ non ci andava neanche il giorno di San Giorgio, pag.39).

Si resta come avvinti, atterriti, inchiodati in una lettura serrata, che pagina dopo pagina, ci regala suggestioni, a mio avviso, di intensa bellezza:

”Nghjiuttu ‘u rèfulu c’avanza/ quandu ‘u friddu lapri a peji/ trasi,muzzica nt’è vini/ suca ‘u meli d’a catina/ chi ndi teni ajirta tutti.”//

(Inghiotto il refolo che penetra/ dove il freddo apre la pelle/ entra, morde nelle vene/ succhia il miele / della catena che ci tiene in piedi tutti, pag. 14).

 

Lina Salvi

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Alfredo Panetta, Petri ‘i limiti (Pietre di confine), Moretti & Vitali, BG, Dicembre 2005.

Riporto su queste pagine, una lettura del libro di Alfredo Panetta apparsa poco dopo la sua pubblicazione  sulla rivista milanese La Mosca di Milano.

I versi di Panetta mi avevano già raggiunto in tempi non sospetti, in ragione della loro caparbietà espressiva, della forza del loro idioma, che sia pur nell’ ardua e difficile comprensione del linguaggio, proiettano il lettore in luoghi e atmosfere davvero molto suggestive. I personaggi che popolano il libro, sono tutti , direi, figli della stessa corteccia celebrale, uomini, elementi, oggetti, in evoluzione, proiettati verso un viaggio, dalle loro origini a Milano e viceversa. In questo percorso di andata e ritorno, di appostamenti e di avvicinamenti, di sensi nascosti e di personaggi qua e là , un po’ sinistri, si snoda tutta la tematica del libro. Una sorta di arricchimento del cervello capace di farci provare nuove emozioni, nuove sensazioni alle quali non eravamo più abituati, che ci induce in fantasie che vanno tutte verso l’elogio dei nostri sensi primitivi, la pregnanza della Locride, attraverso la sua storia, sin dagli antichi, la sua gente.

Le ombre che si agitano nel libro, scagliate sui sassi, pietre, cortecce e coltelli, ci danno il senso di questa poesia, e della sua straordinaria energia.

“Tegnu ‘i carni fami e siti/ ndrupu a vita ch’i gudeja/ sentu ‘u jelu mpercicari/ d’i curtagghji nzina ò cielu.// Ma mi nguttu sutta a’ terra/ undi gugghji e bruscia ‘n focu/ tornu a’ luci, guardu a carni/ ’i dinta l’anima pistari.// Cercu amuri e m’abbandugnu/ intr’è razza ‘i ogni cristiianu/ sutt’a peji ‘i tutt’i rmali/ guardu ‘n’artu e non rispundu.”

(Io di carne ho fame e sete/ con budella annodo vita/ sento il gelo arrampicarsi/ dal letame fino al cielo.// Ma mi infilo sotto terra/ dove bolle e brucia un fuoco/ torno al giorno, ecco la carne/ da dentro l’anima pulsare!// Cerco amore e mi abbandono/ tra le braccia di ogni uomo/ sotto pelle agli animali/guardo in alto e non rispondo, pag. 16).

La lettura di questi versi promuove una comunanza fatta di silenzi, di memorie e abbandoni, una comunanza che domanda solo nuda complicità, lontana dal fragore evoluto della città, pur apprezzata , presente, ma spaurita nella sua nuova dimensione di vita:

“Doppu ddu misi chi stava ‘n città/ arrassu ncignava a sentiri a mè terra/ chi non bolìa cchjiù penzari pe jà./ C’amuri Milanu mi pigghjiàu pè manu/ mi mbizzà a tribbulari vindendu sidura/ nta buggia a portari ogni jornu nu hjiuri/ p’armari ch’i mani nu morzu ‘i futuru/ e s’intra ju mundu sperava ‘i restari/ non nc’era tempu ‘i perdiri a nzonnari.”//

(Dopo due mesi vissuti in città/ iniziai a sentire la mia terra lontana/ da non pensarci quasi per niente.// Milano da subito mi prese per mano/ m’insegnò a lavorare vendendo sudore/ e a portare in tasca ogni giorno una rosa/ per costruire a pezzetti un futuro/ ma se ambivo restare in città/ dovevo oscurare il tempo dei sogni, pag. 72).

Basta uno strano mormorio di voci, una compagnia serena per i propri pensieri , ed ecco che riemergono nel libro le singolari figure del passato:

“U chjiamavanu tignusu nto locali ‘i Farri/ ca non rridìa mà cu ju sicarru/ a brasu int’a vucca, e à potiha/ ’n si facìa vidimi mancu ‘i San Giorgi…”

(Lo soprannominavano il tignoso a Farri/ perché non sorrideva mai con quel sigaro/ a brace rivolto dentro la bocca, e in locanda/ non ci andava neanche il giorno di San Giorgio, pag.39).

Si resta come avvinti, atterriti, inchiodati in una lettura serrata, che pagina dopo pagina, ci regala suggestioni, a mio avviso, di intensa bellezza:

”Nghjiuttu ‘u rèfulu c’avanza/ quandu ‘u friddu lapri a peji/ trasi,muzzica nt’è vini/ suca ‘u meli d’a catina/ chi ndi teni ajirta tutti.”//

(Inghiotto il refolo che penetra/ dove il freddo apre la pelle/ entra, morde nelle vene/ succhia il miele / della catena che ci tiene in piedi tutti, pag. 14).

Lina Salvi

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3 Responses to Alfredo Panetta, Petri ‘i limiti , Moretti & Vitali, BG, 2005

  1. Antonio Fiori ha detto:

    Anche se non sono un esperto, credo sia questo uno tra i più bei libri di poesia dialettale degli ultimi anni; e come tutti i buoni libri è giusto riproporlo anche a distanza di tempo dall’uscita editoriale; colgo l’occasione per ricordare che con questo libro Panetta ha vinto i Premi Lanciano 2008 e Rhegium Julii 2009

    Un saluto cordiale

    Antonio

  2. enricocer ha detto:

    Caro Antonio, è un piacere trovarti qui!
    Concordo sulla bontà di questo libro e di questo autore. Una delle voci che meriterebbero un’attenzione maggiore da critici e lettori.
    Enrico

  3. salvilina ha detto:

    @ Antonio
    @ Enrico
    grazie per i vostri interventi.
    Speriamo che il tempo possa dar ragione di tanta e buona poesia!
    Un saluto, Lina

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