Bilancio del decennio – Territorio – Poesia a Bologna

Che la poesia, nella sua versione 2.0, guardi molto – ossessivamente, quasi compulsivamente – al territorio è un dato di fatto. Il territorio non è solo ricerca (e invenzione) di un pubblico; è anche la capacità di strutturare la propria conoscenza del fatto letterario in una geografia. Punti su una mappa; linee che uniscono i punti; creazioni di reti, più che di disegni.

In questo senso è naturale guardare a Bologna “crocevia d’Italia”, piuttosto che Bologna “laboratorio” (dimensione che la città, in questo decennio, e forse anche prima, ha già perso). E la stazione di Bologna sarà il primo luogo d’incrocio: groviglio di vie e di strade che si ramificano in tutta Italia, ma crocevia anche e soprattutto in quanto croce. Da trent’anni esatti, dal 2 agosto 1980.

La città che nel primo anniversario della strage ha visto Carmelo Bene leggere Dante sulla Torre degli Asinelli, il 31 luglio, e un gruppo di poeti (Bruno Brunini, Nicola Muschitiello, Maurizio Maldini, Roberto Roversi e Mino Petazzini, tra gli altri) dare vita al “Foglio dei quattro giorni”, il 2 agosto, embrione di una vera e propria avventura letteraria, come quella della cooperativa culturale “Dispacci”, oggi deve combattere per acquistare di nuovo la sua verità e la sua memoria, nell’indifferenza (a volte aggressiva) delle istituzioni. Una lotta che inevitabilmente guarda anche alla produzione poetica e letteraria, così presente e visibile nelle prime commemorazioni.

Dove cade lo sguardo non c’è necessariamente il vuoto, però una condizione di generale stentatezza forse sì. E Bologna, che, si ribadisce, non è più città-laboratorio, rischia di perdersi nella sua ambivalenza di fondo, ovvero la contraddizione tra una città di cultura anarchica, trasgressiva, intimamente indiana, e una città di cultura tradizionalista, istituzionalizzata, accademica, legata a dinamiche di potere gerarchizzate, come quelle dell’università, e a gerarchie che replicano a livello locale quello che si è costituito, negli ultimi vent’anni, a livello nazionale, come nel caso del Centro di Poesia Contemporanea, d’altronde interno alla stessa Università.

Le eccezioni, che ci sono, brillano anche perché sono svincolate da questa diatriba inconcludente, da quest’ambivalenza.

Tra le riviste, godono di ottima salute, dopo un periodo desertico, all’incirca tra il 2004 e il 2009 (qui un mio approfondimento) Argo, Versodove e Letteraria.

Tra le case editrici, sono emerse le esperienze di Kolibris e di Bohumil, accanto all’ormai consolidata esperienza di Book Editore. Da segnalare, in particolar modo, il lavoro di Kolibris, che ha dato in questi ultimi tempi alcuni importanti segnali di vitalità culturale, rivolgendosi alla produzione poetica internazionale (rivelando così una volta di più la condizione ombelicale del dibattito letterario, ma anche culturale e politico, italiano) e aprendo una finestra importante sulla produzione dei “poeti giovani” – rovello critico, per molti, che attende di essere sciolto in proposte costruttive come quella, appunto, dei Giovin/astri.

Bohumil e Kolibris proseguono, idealmente, il sentiero interrotto di una casa editrice che nella prima parte del decennio ha attraversato come una cometa il paesaggio letterario bolognese, Gallo & Calzati (editore, tra l’altro, di una rivista importante, anche se di breve durata, come “Frontiera”)

A livello di festival, accanto all’istituzionale “AmoBologna” sta prendendo piede “Suoni” – festival che mette l’accento sulla dimensione performativa della parola poetica, intrecciandola con altri linguaggi artistici.

Da notare, comunque, il fatto che l’esperienza letteraria di Bologna sia oggi più che mai centrifuga (riflesso della fuga, di uomini, prima che di cervelli, patita dall’università): Argo si è trasferita ad Ancona, passando ad essere pubblicata dalle Edizioni Cattedrale; la rivista “Le Voci della Luna” si riferisce a un circolo culturale stanziato a Sasso Marconi, con addentellati più sicuri nel panorama milanese che non in quello bolognese; a Bazzano, per iniziativa, tra gli altri, di Stefano Massari (uno degli animatori dell’esperienza, sempre riferita all’inizio del decennio di “FuoriCasa.Poesia”, in centro città) hanno preso vita le edizioni carta|bianca, con un forte interesse non soltanto per la poesia, ma anche per la videopoesia e, più in generale, per la videoarte.

Fermenti, e molto più che fermenti, che si aggiungono ad altri, qui non citati, ma certamente presenti, ma che operano coerentemente e brillantemente sul territorio.

Le strutture per un rilancio, nei neonati anni Dieci, dopo l’azzeramento degli anni Zero, ci sono.

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3 Responses to Bilancio del decennio – Territorio – Poesia a Bologna

  1. enricocer ha detto:

    Uno sguardo lucido e attento sulla realtà bolognese, sull’importanza di questo nodo letterario (metaforicamente ferroviario) per l’Italia tutta. Sarebbe interessante che, dalle varie realtà del paese, arrivassero testimonianze e bilanci come questo di Lorenzo Mari.
    Enrico

  2. morenafanti ha detto:

    È vero. Bologna ha perso la sua ‘voce’ e, di conseguenza, la sua forza.
    Sono lontani i tempi di Dispacci e di Roberto Roversi che ‘teneva banco’ coinvolgendo le altre voci.
    Ma non è solo di Bologna questa perdita. Credo sia generale.

  3. renzomarillo ha detto:

    Il declino è generalizzato, sì… e certamente anche no. Le dinamiche locali di Bologna evidenziano situazioni precise, che possono essere oggetto di apprezzamenti e di critiche puntuali; se si rimanda sempre tutto al clima generale non si è mai veramente sul e del territorio, ma soprattutto si rimane sempre su toni e temi generici.

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