Nota sulle Tra(s)duzioni di Massimo Viganò

di Enrico Cerquiglini

Questo volume, uscito per i tipi delle Edizioni della Meridiana, ha vinto il Premio Sandro Penna, sezione opera inedita, nel 2009 e rappresenta l’esordio editoriale di un poeta. Un poeta dal linguaggio maturo e decisamente inusuale per il panorama italiano.

 

Tradurre, etimologicamente, significa “far passare un’opera da una lingua in un’altra” ma anche  “condurre qualcuno da un luogo ad un altro”. Questa seconda accezione non deve essere mai dimenticata, specialmente quando si leggono i versi delle Tras(d)uzioni di Massimo Viganò: in essi l’autore fa passare non l’opera da una lingua in un’altra, ma trasforma la materia da uno stato all’altro. La prosa, spesso cronachistica o biografica, subisce una metamorfosi, viene riplasmata in nuova forma, distillata in versi, risistemata sulla pagina con un ritmo nuovo, inedito.

Da dove viene la materia distillata da Viganò? Viene dalla prosa di Winfried Georg Sebald, da cronache di quotidiani di lingua inglese, da una biografia di Samuel Beckett, da due canzoni di Jeff e Tim Buclkey, figlio e padre accomunati da una morte prematura, dall’Oppio di Jean Cocteau ma la materia da cui si estrae la poesia è materia destinata all’uso, è presa da una comunicazione altra, contiene in sé poesia ma è diluita nella prosa, nell’immagine poetica o pre-poetica o nell’altrimenti poetico, irriducibile e intraducibile senza essere trasmutata. Viganò, come Michelangelo, individua la materia, la testa, la osserva da ogni punto di vista e toglie, libera la poesia che già c’è dal magma della scrittura altra e la ricompone sui suoi ritmi, destinandola a diventare opera dalla vita autonoma. Conserva gli echi dell’originale ma riesce, nella sua struttura finale, ad aprire nuovi orizzonti musicali e di significato.

Nei versi di Viganò scorre una musica che spesso sfiora il virtuosismo jazzistico, come nel testo Ci c’est trop tard che sembra scritta per la voce-strumento di Paolo Conte, su un jazz ritmato, quasi ballabile.

L’epanalessi, l’anafora, l’allitterazione, la paronomasia usate fino a diventare cifra stilistica, costruiscono una musicalità che rimandano al blues, al jazz e ai cromatismi di Schönberg.

Cosa resta degli autori “fornitori” di materia prima poetica? Resta l’ironia di Sebald, non la sua causticità, il distacco emotivo di Beckett riverberato nell’atto del suo feritore, nella motivazione di questi fornita alle autorità, vera in quanto assurda, novello Meursault, trasportato a Parigi “nelle notti di gennaio”. Resta, nei versi di queste tra(s)duzioni, il sapore di un mondo (di mondi?) sospeso tra l’oppio di Cocteau e il recupero memoriale del Jacques Austerlitz di Sebald, attraversato da un’ironia che segna un’urgenza di distacco, da uno sguardo gelido che è pietas ma anche difesa dell’io dalle minacce di una memoria ancora annidata in qualche recesso del mente.

E della materia iniziale restano parole-indizi che risuonano nei versi epanaletticamente, in un tentativo di trasporto, possibile solo in parte, in cui il significante inglese, francese e spagnolo finisce per rivestire il significato (universale?) di un morfema italiano.

La tra(s)duzione adombra dunque una trasmutazione, un cambiamento di stato-lingua, una stabilizzazione in una forma nuova che non si dà compiuta ma che abbisogna di origini – almeno fonetiche – per significarsi.

L’Autore, non il tra(s)duttore, semmai il trasmutatore, riposiziona nel verso ricorrendo spesso alla costruzione ellittica – che in questo caso rappresenta l’indisponibilità linguistica dell’origin(al)e ad essere riplasmato – riservandosi, quasi ad indicare un emotivo distacco, incisi parentetici in cui si avvia un approccio più autoironico che ironico, funzionale a volte al ritmo, teso altrimenti a rompere il ritmo con una cesura di pensiero, una ri/flessione sulla materia trattata, stemperante e solo in apparenza straniante, tesa com’è a pausare, a flettere il senso, ad isolare il sintagma o la parola. È l’Io poetico che, anti liricamente, emerge, in un dire che è interiezione, eco auto/ironico, scarto esistenziale.

da Massimo Viganò, Tra(s)duzioni, Firenze, Edizioni della Meridiana, 2010:

nota biografica v: il coltello e la ragione

AA.VV., Note biografiche di Samuel Barclay Beckett

je n’en ai aucune idée oppure

non so perché l’ho fatto

signore né perché lo stia facendo

oppure je n’ai pas idée

è stato un gesto senza pensiero

la guardavo passeggiare

come a parigi si fa nelle notti di gennaio

e vedevo avanzare il suo corpo spensierato

la carne innocente in cui (comment dire) affondare

la lama bianca del mio coltello

guardi monsieur

mon couteau avec son manche d’os

e sono un uomo semplice

quel che penso lo faccio

ovvero je sui un homme simple

monsieur senza alcun pensiero

spensierato signore perché a pensare

ci pensa (pardon) il corpo è dotato

di pensiero l’anima è ottusa e splendente

splendida

irragionevole

il corpo pensa sporca e si sporca e tutto

confessa la camminata tutto rivela

l’andatura santità ed invidia (chaque jour lo confesso)

le parole sante che per me

son come i passi del signore nel giardino

e siamo al dunque

quella notte avanza il suo corpo e lo vedo

nel bel mezzo di un bel niente

sento la sua carne vibrare

e l’incedere il suo incedere regale

nel vestito nelle scarpe lustre

nell’insignificante paltò

sotto le tese del cappello italiano

senza pensarci due volte

(solo il corpo didentro pensa

oppure le corp est seul en dedans)

ho affondato la lama bianca

del mio coltello affilata

nella sua arguta carne

sans souci je dirai questo è un saluto direi

signor

padre santo

lei senza pensiero io senza colpa

Un testo inedito, per gentile concessione di Massimo Viganò:

183/30

Fee! Fie! Foe! Fum! 

Ich rieche Menschenfleisch

Sei es am Leben oder tot

Ich zermalm seine Knochen und mach daraus Brot

Hans und die Bohnenranke

Ucci ucci, 

Sento odor di cristianucci

Che sia vivo o che sia morto

Le sue ossa per far pane triterò

Giacomino e la pianta di fagioli

quei razzi quei razzi quei razzi (bengala)

che solcano il cielo stamane

(ero al letto) m’han preso dal letto

ed è il momento che s’infila la vesta

quei due razzi nel cielo (istamane) e tutto che sale

dal piano laggiù che infuria

la bestia e dal fondo risale

quassù (invece quassù) tra i castagni

già sfiniti siccome il giorno principia

a contare i passi ed i bimbi

raccolti ai marroni ed ai ricci

come al grembo stamane spinoso

nascosti sulla cima del fondo

alla fine esposti

(m’han preso) al sole stamani che smoccola luce

sulla vesta ma è tutto per bene (bene)

bene stamani è diverso la mi mamma per bene

ora mi sveglia (bene)

ora ti sveglio ora si sveglia

li svegliano i passi semiblindati

e la cadenza e le voci di ferro di filo (di ferro) spinato

a terra stamani mattina (di ferro)

la pancia

sciorrà senza lasciarne una traccia

in questo universo del bosco di donne in attesa

e bambini ad avere

(ein Kind bekommen) di questo universo e nella selva

che avvampa di razzi e di grida

e di chi ora proprio un figlio (ein Kind ) esce

in tempo per lasciare (in balìa)

un corpo sottratto tra i denti

da impagliare ed ostendere (com’è il ricordo

che tuttora si porta appeso dal capo)

(cavato per bene impagliato)

che non dica la ferita dalla pancia (quasi ne fosse il sorriso)

quei razzi (quei razzi) bengala quei razzi

dal fondo a quassù senza fine è la fine (schnell)

di chi nella fiamma s’accuccia

restandone nero come il carbone (come di carbone)

(auf den knie)

che dire delle ginocchia ma che dite

apposta spezzate per bene spezzate

a piegarsi per terra

(Gegrüßet seist du, mutter)

(plena gratiae) (voll der Gnade)

(stehend) il primo capo gira e sparisce nell’aria

avvvampa (plena gratiae)

così che i corpi diventan mistero (con te

per te e in te rendendo l’anima e tralasciando il corpo – che sono membraprotese che sono membra) di là sotto

(von unten)

e svanendo ci dicano il come e perché

e come stare se in piedi (stehend)

ginocchioni (in ginocchio)

(Schluß)

basta mio signore

(Schluß mein Herr) basta tirare e sognare

(Vater) infine basta

coltivare il lampo dell’armi

a cambio del baluginio nei tuoi occhi

tra le foglie del castagno scure

sicché vegli sui tuoi corpi (ora che stiamo lasciando)

che avvamperanno in un solo falò

presto e presto

ti faranno luce al petto scosso

e i tizzoni continueranno fumanti

per ore per sempre

a gridare (fee! fie! foe! fum!)

come carne strinata (ich rieche menschenfleisch)

che dici che vuoi dire piccino

che vuoi dire (cristianuccio)

dal sacratissimo rifugio

dalla capanna di fagioli

(tu magicamente scomparso)

che erano solo fagioli

da raggiungere il cielo

in una notte di luna

e son state (saranno) prigione per te

di tutta una vita nello scempio

che di noi staran facendo (auf immer und ewig)

fin dal fondo(von unten)

fin dal ventre aperto che mai chiuderà

e sempre esposto sarà(i)

forma della pena altrui che la preda ha da scontare

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2 Responses to Nota sulle Tra(s)duzioni di Massimo Viganò

  1. sandrapalombo ha detto:

    Senza dubbio una scrittura originale eppure musicale dove le parole straniere appaiono frasi o note che cadono a rimarcare o a intyerrompere il ritmo.
    Sandra

  2. enricocer ha detto:

    La musicalità, credo che tu abbia colto molto bene Sandra, è una delle cifre stilistiche di Viganò. Ma è anch’essa una lusinga a cui non vuol cedere. Tutto mi sembra così misurato, così sapientemente modulato da creare un verso e una struttura inedite.
    Enrico

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