Bilancio del decennio – Brunella Bruschi, considerazioni

Per ora solo un flash, in risposta estemporanea ai quesiti posti da S. Sozi e E. Cerquiglini (che estendo alla poesia, mio peculiare interesse).

Non so chi veramente sia emerso in poesia nell’ultimo decennio, ma ho la sensazione che, tranne qualche eccezione, quel po’ di visibilità che alcuni hanno conseguito (fugaci interventi o letture en passant a Fahrenait, servizio di rito su Poesia, pubblicazione con piccoli editori meno anonimi…) sia abbastanza conseguente all’appartenenza ad un circuito, ad una koiné, che non sempre sembrano forieri di talenti espressivi autonomi e di un pensiero organico. Per il resto mi sembra si siano ulteriormente fatti luce autori già affermati e pochi di questi coerenti e conseguenti ad una propria avviata ricerca. In prosa temo che lo scenario sia anche più desolante: un diffuso, malinteso senso del “minimalismo”, che, anziché perseguire il “parler de loin”, la preterizione densa di ipotesi e connotatività, si crogiola nel vuoto di saperi, pensieri ed espressività, nella ripetitività che scimmiotta il quotidiano, ma ne resta lontana in quanto stereotipo.

Spero, tuttavia, che il mio pensiero sia relativo ad una mia parziale e non esaustiva attenzione al genere. In ogni caso condivido l’ampia analisi socio-economica attraverso cui Sozi argomenta il suo punto di vista sulla produzione letteraria di questo decennio, e le parole citate nel suo intervento dall’articolo di A. Berardinelli, che testimoniano un dato peculiare della cultura odierna veicolato ossessivamente dalle sarabande massmediali: l’esonero assoluto, per tutti, da qualunque tipo di conoscenza, tanto più dal comprendere nel senso etimologico del termine, e vieppiù dal radicarsi in una tradizione, sia essa storica, politica, letteraria e linguistica o culturale in genere, soltanto a partire dalle quali è possibile vivere consapevolmente un presente e creare futuro. E a proposito della lingua, ho un’attenzione particolare al depauperamento che l’ha caratterizzata in questi anni, rivelandone non soltanto il peculiare timbro delle sue origini circoscritte ad un ambito elitario, dunque più vocato alla codificazione aulica che a rappresentare la vita, e la conseguente storica difficoltà (e ritardo) a farne un idioma da parlare, ma soprattutto quella nozione socio-culturale ormai radicata di una inutilità della parola (parole, dunque langue), che sostanzialmente deforma e riduce le sue potenzialità espressive e comunicative. Non che qualcuno abbia in mente un modello idiomatico rigidamente ingabbiato nelle maglie di immobili strutture semantiche e morfosintattiche, poiché, come in organismi viventi, le cellule linguistiche vivono ossigenate da perpetue trasformazioni che attengono all’osmosi con le altre lingue e persino con i dialetti, ai mutamenti della società e del costume, alle scoperte scientifiche e tecnologiche, come all’esigenza di sintesi e rapidità, anche di semplificazione. Tuttavia se, come oggi accade, il lessico reale (in presenza di un dizionario che lievita intonso) si restringe drasticamente a neologismi molto spesso desemantizzati, ad acronimi e inglesismi al cui senso originario nessuno sospetta di poter risalire, mentre, appunto, la gran parte dei termini è sempre più in disuso, fino a risultare ignoto ai parlanti, e se la sintassi perde, ad esempio, la coniugazione verbale, la declinazione dei relativi in favore di un “che” generico che non è né funzionale né modificante e nell’uso rende ambiguo il senso facendo apparire soggetto il complemento, o se, addirittura, locuzioni come “piuttosto che”, di esplicito valore disgiuntivo, improvvisamente si usano con senso aggiuntivo e depistante, ecco che il criterio della cosiddetta “economia”, orientativo delle fisiologiche metamorfosi linguistiche, viene negato in nome di una convenzione sempre più asfittica, che somiglia al leit-motiv di uno slogan e coincide col puro rumore di cui parlava Lotman.

Per ora mi fermo qui, nel timore di esulare dal tema o di risultare noiosa. Non sono molto abituata a queste forme comunicative e potrei un po’ smarrirmi. Spero che il mio piccolo contributo possa risultare utile. Con affetto. Brunella Bruschi

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3 Responses to Bilancio del decennio – Brunella Bruschi, considerazioni

  1. Sergio Sozi ha detto:

    Cara Brunella,

    sono undici anni che non ci incontriamo – l’ultima volta fu al Sandro Penna del 1999, se non erro – ed e’ per me un gran piacere vedere che alla mia spicciola serie di osservazioni sull’attualita’ letteraria si e’ affiancata questa tua disamina, estremamente piu’ particolareggiata, dunque utile per dare le coordinate inerenti agli effetti artistici della decadenza cui stiamo assistendo.
    Hai doverosamente puntualizzato gli aspetti sintattici del problema e ricordato che la nostra e’ una lingua nata dai circoli letterari ed in fondo ivi rimasta (ma solo in parte, precisero’) fino ad una ottantina di anni fa. Dico ”ottantina” e non ”cinquantina” perche’ credo sia stata la radio il primo potente diffusore della lingua italiana in Italia e non la televisione. Inoltre non dimentichiamoci i giornali – molti dei quali nati gia’ prima dell’Unificazione o subito dopo – ed ovviamente affianchiamo loro i libri divulgativi, esistenti gia’ secoli addietro.
    Anche il teatro, sin dal suo grande sviluppo nel Settecento, diede il suo contributo alla diffusione della lingua – che, ricordiamoci, gia il Bembo aveva definito nel Cinquecento con le sue ”Prose della volgar lingua”.
    La scolarizzazione obbligatoria, poi, in realta’ divenendo realmente applicata dovunque solo negli Anni Sessanta, assesto’ un’altro bel fendente all’analfabetismo, essendo stata per giunta affiancata alla costituzione di numerose biblioteche in tutto il territorio nazionale, come ben ricorderemo.
    Con questi dati presi dalla pura e semplice mia memoria storica, intendo togliere qualsiasi giustificazione all’attuale situazione di involuzione linguistica.
    Il fatto e’, appunto, che non esiste alcuna ”causa sufficiente” per giustificare questo sfacelo, il quale e’ e resta solo una netta e volontaria regressione del popolo italiano ed assieme una conseguenza del liberismo economico imperante. Due motivi di base. Il resto e’ ininfluente.
    Cosi’ la vedo.

    Saluti cari

    Sergio

  2. brunella bruschi ha detto:

    Caro Sergio, grazie per aver apprezzato le mie parole.Sono d’accordo con te sul fatto che, oltre alla dilagante cialtroneria che conduce a superficialità sempre più vaste,forse fatalmente e senza precise strategie, si è anche posto in fieri un preciso disegno di riduzione, se non azzeramento, delle possibilità espressive della lingua e della sua poliedrica peculiarità, quella di saper aderire a tutti i registri e le circostanze in cui ci si trovi a comunicare.
    Per questo mi sembra, come docente e come scrittore,come poeta soprattutto, che queste attività non debbano, oggi più che mai, prescindere da un uso linguistico il più possibile ampio, e che, nel radicare la parola al vivere concreto con onestà intellettuale e slancio autentico, sperimentino tutte le sfumature di senso e di indagine del reale che la norma, per cosi dire, ci porge, senza cedere troppo agli allettamenti di una moda che va nel senso della riduzione e, non volendo, asseconda a volte la situazione desolante di cui stiamo parlando. Con affetto e simpatia. Brunella

  3. Sergio Sozi ha detto:

    Cara Brunella,

    eh gia’, la monomaniacale semplificazione e ripetitivita’ dell’italiano corrente (per monomaniacalita’ intendo quella tipica dei popoli asserviti agli stranieri potenti e ignoranti come gli statunitensi ed anche l’altra degli ex-morti di fame che ora parlano solo di economia, dunque usano la lingua dell’economia per far vedere di essere all’altezza degli squali internazional-finanziari) la monomaniacale, misera ripetitivita’ dell’italiano di oggidi’, dicevo, mi porta, per contrasto e rabbia, a dire quanto segue: se vale il detto ”repetitio iuvat”, e’ pur sempre vero che nell’arte sarebbe meglio dire che ”variatio delectat”.
    L’arte letteraria, certo…
    L’arte, pero’, se dovesse essere radicata nel reale, come auspichi tu e come e’ appunto oggi, perderebbe qualsiasi voglia di fare ”variationes” anzi si darebbe anima e corpo alle ”repetita”.
    Insomma, a concludere, credo che alla Letteratura italiana serva piuttosto evadere dalla realta’, perche’ non ci e’ possibile interpretarla e variarla, arricchirla con la scrittura, e’ una realta’ ininterpretabile, limitata e limitativa, banalmente depressa e lessicalmente ignorante, questa del 2010.
    E’ una realta’ che punisce la fantasia e la cultura e relega lo scrittore alla marginalita’ – se costui non va in televisione ma doverosamente scrive e basta.
    La realta’, insomma, non e’ – ora come ora, ma magari cambiero’ idea domani – il mio oggetto di analisi. Lo e’ invece l’interiorita’ soggettiva. Qui c’e’ ancora da lavorare. Fuor di realismo. Sempre fuor di realismo, credo modestamente.

    Con affetto

    Sergio

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