Bilancio del decennio – Narrativa – Sergio Sozi

Inizia con questo post un Bilancio del decennio che sta per chiudersi. Cosa è accaduto di notevole in campo poetico, narrativo, artistico in generale? Quali sono gli autori che sono emersi? Quali i volumi degni di memoria?  Quali gli eventi degni di memoria? Quali antologie hanno segnato il decennio? Quali novità editoriali sono emerse? Quali iniziative Web hanno inciso sulle varie espressioni artistiche?

Sono domande alle quali ognuno può fornire risposte, non importa se parziali o non esclusivamente critiche.

Chi è interessato può intervenire  inviando un testo anche breve su ognuno degli ambiti individuati. Naturalmente ognuno è libero di scegliere se parlare di uno o più ambiti e di decidere la lunghezza dell’intervento. Quello che si chiede è di evitare la semplice lista e di motivare le proprie scelte.

Un ringraziamento particolare a Sergio Sozi che rompe il ghiaccio con uno sguardo molto lucido sulla realtà narrativa italiana del decennio che va a terminare.

Le nostre condizioni: liberismo e dispregio della storia letteraria d’Italia come leggi non scritte del decennio

di Sergio Sozi

La narrativa italiana del primo decennio del Duemila è un curioso ed autocratico palcoscenico dalle accatastate scenografie, dove recitano attori improvvisati che si esibiscono in genere per non piú di mezz’ora e poi scompaiono definitivamente, inghiottiti dalla misteriosa ed anonima vita del retropalco. In sala, vediamo una platea di spettatori talmente variopinti da apparire grigi, uniformemente grigi.

Questa allegoria, a volo d’uccello e semplificando. Tuttavia è innegabile una mutazione antropologica, sia del Paese che ovviamente dei suoi prodotti culturali: ne deriva questo teatro buffo di autori e lettori fugaci, frettolosi, perciò privi di vero e duraturo interesse per la letteratura.

Ad esser cambiati nel Duemila italiano, infatti, sono essenzialmente i tempi della vita quotidiana, tutto il resto ne è la conseguenza. Ma anche il serrarsi dei tempi, la frenesia della vita di ciascuno di noi e la relativa distrazione e superficialità, nonché la discontinuità degli interessi, sono a loro volta il portato di altri fenomeni esistenti a monte; fra questi ultimi, prioritario e tirannico, campeggia il famigerato fattore economico-politico, affiancato a quello tecnologico, che ne è mero vassallo.

Mi spiegherò.

L’Italia, differentemente dall’Europa centro-settentrionale, è una Nazione che vive di economia sommersa. Questo le concede un briciolo di competitività in un mercato interno (ed anche esterno) dove chi paga i contributi ai dipendenti deve chiuder bottega. Ma al contempo, questo sottopone gli italiani ad un regime aziendalistico piratesco e regolato solo ed esclusivamente dalle personali esigenze dei singoli padroni. Esisterebbe una via di mezzo, cioè una migliore gestione dello Stato, ossia l’eliminazione degli sprechi e delle ruberie pubblici, affiancata ad una feroce caccia all’evasore fiscale, in modo che sia possibile ridurre il carico fiscale per gli imprenditori che assumano in regola, ma sappiamo che questa saggia scelta non è voluta né dagli attori politici – i quali esigono ventimila euro al mese dalla loro carriera politica (il termine già dice tutto) – né dagli imprenditori stessi, che mai rinuncerebbero al loro ruolo di moderni feudatari, liberi di fare disfare e guadagnare come non mai (anche sfruttando a dovere, per i propri tornaconti, le novità tecnologiche). Pertanto, si resta cosí: il Fisco che tollera un’evasione di massa di tasse e imposte e tutti noi a correre e a lavorare come dei matti per permettere di introitare a un dieci per cento della popolazione. Per la prima volta dalla nascita della Repubblica, il cittadino si trova intinto, o meglio perso, in un vero e proprio liberismo economico, legalizzato (in linea di principio) anche dai provvedimenti legislativi governativi.

Questa grossomodo la situazione. È ovvio poi che, da tale regime anomalo dell’economia e della politica, si originino delle ricadute d’ordine storico, poiché è l’economia a fare la Storia, almeno nelle sue linee fondamentali, nei suoi tratti peculiari ovvero secolari (lasciamo qui fuori la storia spirituale, che segue vie diverse e recondite).

La Storia secolare del primo decennio del XXI secolo, appunto, esprime con chiarezza la voracità dell’aspetto economico-finanziario rispetto a qualsiasi altro campo dell’attività umana: ogni cittadino sa che tutto è passato in secondo piano e bisogna prima sopravvivere al presente, poi, eventualmente, concedersi qualche riflessione sul passato – il passato collettivo o individuale, è lo stesso.

Dunque la decade che sta per concludersi segna anche il distacco del presente dal passato. E la produzione letteraria è, crediamo, la migliore cartina al tornasole di quest’ultimo fenomeno, come ben sintetizza in poche e nette espressioni Alfonso Berardinelli sul Corriere della Sera (agosto 2010): ”La maggior parte dei romanzi che si pubblicano non sembrano nascere da alcuna memoria letteraria; anche quando funzionano non provocano riflessioni e interpretazioni critiche, «non fanno storia»”.

Dunque, fra il Duemila e il Duemiladieci, ben poche sono state le novità narrative italiane a darci l’impressione di avere in sé le possibilità di fare Storia – in senso retroattivo, naturalmente, cioè nel senso del legame delle opere del presente con quelle della precedente Storia letteraria d’Italia. Il distacco di questa èra dal passato dell’arte letteraria si manifesta pertanto con un’enorme quantità di libri di narrativa, i cui legami con gli scrittori del passato sono labili se non inesistenti. E questo semplicemente perché gli scrittori attuali, in genere, non leggono gli autori italiani antologizzati, ergo non sanno da dove vengano loro stessi in quanto membri di un popolo, di una civiltà basata sulla parola – ma ciò, tuttavia, non li esime dal considerarsi eterni guardando al futuro; cosa comune, oggi, questa, seppur curiosa, anzi, diremmo, cosa da presuntuosi calzati e vestiti. Che la presunzione sia figlia diretta dell’ignoranza, d’altronde, è constatazione a prova di bomba. E in questa nostra èra la legittimazione a scrivere senza dover faticare nella lettura è privilegio concesso a tutti gli autori (e questa è una novità clamorosa, direi, clamorosa esattamente come il fatto che tutti gli italiani vivano nel liberismo economico senza che nessuno se ne renda conto o dica pubblicamente di rendersene conto. Liberismo e distruzione dei legami sociali e culturali è binomio di luciferina perfezione, in un contesto moderno dove già la tecnologia genera solitudine e/o falsa comunicazione).

Aggiungiamo a quanto detto che l’editoria libraria, negli ultimi anni, per essere concorrenziale con altri mass-media (cinema, Internet e televisione), si è conformata appieno all’inconsapevolezza storico-letteraria degli autori e sarà palpabile la natura sconclusionata e provvisoria per definizione dell’attuale panorama circense-letterario-editoriale.

Ciò non toglie che vi siano dei fermenti vivi e delle macchie di luce di indubbio interesse e testimoniabile correlazione col passato della nostra narrativa. Fra queste sono notevoli le opere di Salvatore Niffoi, emerso proprio nel nuovo millennio, l’opera prima di Michela Murgia (”Accabadora”, edito nel 2010) e alcune opere di autori come la siciliana Simona Lo Iacono (Premio Vittorini Opera Prima un paio d’anni fa), Ugo Riccarelli, Roberto Piumini (quest’ultimo non certo una novità ma una continua garanzia di qualità sin dagli anni Sessanta), Roberto Pazzi, Sebastiano Vassalli e Claudio Magris (per i quali vale quanto detto su Piumini). Altri nomi di elevata statura immaginifico-stilistica, stavolta fra i nuovi, sono indubitabilmente quelli di un ennesimo triestino, Pino Roveredo, e di un rinnovatore della scuola piemontese, Alessandro Baricco – il quale tuttavia circola dai primi Anni Novanta e soffre di marcatissime fasi alterne, con vistose anabasi e profonde depressioni.

A tracciare una prima conclusione, si può affermare che una caratteristica dominante (nell’accezione piú forte di tale aggettivo e di tal sostantivo) in seno alla nostra epoca letteraria (se cosí fosse ancora permesso definirla e se ci si volesse riferire a particolari poetiche o a scuole stilistiche) è impossibile a trovarsi. A tal proposito forse si potrebbe notare che oggi per la prima volta nel corso dei secoli, a partire da Petrarca e dal primo petrarchismo, in Italia non si creano movimenti o tendenze condivise degni di nota, né per noi né all’estero – considerando la velocità con cui invece tutto il resto muta dinamiche, il dato della stasi letteraria italiana è preoccupante e denota il profondo isolamento di ogni singolo scrittore. E la solitudine degli autori – a fronte di un vero boom delle presentazioni pubbliche di novità – resta quotidianamente confinata negli studi casalinghi coi relativi computer… ben altra cosa dai caffè letterari, dagli incontri accademici, dai rapporti epistolari e dai cenacoli dei secoli scorsi.

La crisi cui stiamo assistendo nel campo della letteratura narrativa è enorme ed omnicomprensiva e a nostro avviso non nasce da un’insufficienza o da un inaridimento della lingua italiana in sé, ma da un’insufficiente conoscenza di questa lingua da parte degli autori e da una loro insufficiente capacità di rielaborazione creativa della lingua stessa. Se una lingua non cresce e non si sviluppa, la colpa è di chi pur lavorandoci professionalmente (oltre agli scrittori, gli insegnanti e i giornalisti) non si cura di fortificarne i legami col passato né è capace di renderla combattiva nel presente. In soldoni: la lingua italiana è un mondo a sé stante. A dimostrazione e chiarificazione di quanto diciamo, vedansi un paio di dati inoppugnabili: la progressiva sparizione, dalle opere letterarie di oggi, dei lemmi d’origine medievale e l’invasione dei forestierismi, presi a casaccio da altre lingue e trapiantati nell’italiano scritto cosí come sono, paro paro.

Verrebbe da dire che questa non sia un’epoca fatta per la lingua italiana, invece sono gli italiani a non essere all’altezza della loro lingua – che dunque proprio loro non è, perché gli italiani non la studiano e se ne fregano di essa. Come mai? Come mai uno scrittore o un giornalista non approfondisce quotidianamente la propria conoscenza linguistica? È presto detto: perché egli, in verità, considera la parola un interesse secondario della propria vita, visto che finanziariamente guadagna bene con le parole che sa già. Tutto è condizionato dal denaro. La sacralità della parola, o almeno l’onorabilità della parola, è concetto trapassato. La figura del letterato-scrittore che non potrebbe né saprebbe far altro se non scrivere è parimenti del tutto scomparsa dall’Italia. Restano degli esausti mezzemaniche e qualche vecchio, che fanno molta attenzione a concentrarsi nel distruggere sistematicamente qualsiasi possibile entusiasmo giovanile che esorbitasse dall’arido contesto tecnico-economico attorno al quale ruota la società odierna.

 

 

Sergio Sozi (in Lubiana, 17 ottobre 2010)

Sergio Sozi è nato a Roma nel 1965 e ha vissuto dal 1969 al 2000 in Umbria, prima a Spello poi a Perugia, dopo trasferendosi in Slovenia, dove attualmente risiede. Dal 1989 si occupa di letteratura, giornalismo culturale, insegnamento e traduzioni fra Perugia, Trieste e Lubiana. Nel 1995 ha fondato e diretto il trimestrale letterario perugino ”I Polissenidi”, collaborato lungamente con il Giornale dell’Umbria e, in veste di caporedattore della Cultura, con l’emittente TelePerugia. Come poeta, ricordiamo la raccolta Oggetti volanti‘ (Perugia, 2000. L’omonima silloge venne segnalata dal Premio Sandro Penna nel 1999). Fra le altre principali collaborazioni, menzioniamo quelle con il quotidiano L’Unità ed il settimanale Avvenimenti, con il mensile triestino Trieste Arte e Cultura, il mensile lubianese Nova revija, il quotidiano sloveno Dnevnik, la Radio Tre slovena e la casa editrice Studentska Zalozba – per la quale ha curato nel 2005 il volume antologico di racconti italiani (1989-2003) Carta e carne (Papir in meso, SZ-Beletrina, Ljubljana 2005). Il racconto Ginnastica d’epoca fredda, prima di essere pubblicato nel 2009 in Italia da Historica Edizioni, è stato segnalato e antologizzato in Croazia nel 2008 a cura del Premio Fulvio Tomizza – Lapis Histriae. Del 2009 è il romanzo Menù edito da Castelvecchi.
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17 Responses to Bilancio del decennio – Narrativa – Sergio Sozi

  1. Renzo Montagnoli ha detto:

    Noto, caro Sergio, che nel tuo saggio si ritrova quel discorso dell’ignoranza del passato che ho sempre sostenuto. Sembra che noi non abbiamo avuto una storia, e in parte è vero, perchè quella risorgimentale, come ci è stata insegnata, è una bufala colossale. Se D’Azeglio scriveva che se era stata fatta l’Italia, restava da fare gli italiani, sapeva bene cosa significasse. Siamo uniti per l’esile filo di una lingua, in verità bella, ma che snobbiamo, e questo è il segno del nulla in cui siamo immersi.
    Ci piace scimmiottare gli altri, perchè non siamo nemmeno noi stessi e questa è una realtà di ogni giorno che ci fa dimenticare il lezzo di disfacimento dello stato, la povertà di idee di scrittori che invece osanniamo, la nostra atavica abitudine di dare la colpa agli altri, senza guardarci prima dentro.

  2. Sergio Sozi ha detto:

    Mah, Renzo. Io direi, evitando melodrammi storici, che l’Italia sia un Paese che non sa amarsi con equilibrio ed armonia, ne’ ”sentimentali” ne’ artistici. Siamo dei decaduti, dei figli dell’arretratezza seicentesca.
    La modernita’ di questi ultimi decenni, pero’, non il Risorgimento, si lega bene con quel Seicento di depressione artistica e generale; la modernita’ ha appunto spezzato la nostra cura per l’arte letteraria, che gia’ era debole ed elitaria – in questo ti do’ ragione appieno quando dici ”l’esile filo d’una lingua”.
    Insomma, hic et nunc, la modernita’ del Duemila e la parola non sono sodali ne’ solidali. La parola e’ disusata, almeno per tutte le possibilita’ potenziali che avrebbe. La parola e’ diventata un numero come gli individui che affollano una metropoli. E le cause dello svilimento sono quelle che ho descritto nel mio articolo (semplificando un po’, certo… e’ pur sempre un articolo e non un trattato).

    Stammi bene, caro, e grazie per l’intervento
    Sergio

  3. enricocer ha detto:

    Mi interessa molto il discorso su “l’esile filo d’una lingua”. Direi della lingua italiana. Sappiamo bene come questa è diventata lingua nazionale e come si sia diffusa sul territorio nazionale e come sia stata portata al “popolo” dal mezzo televisivo. Una lingua povera e privata delle strutture della complessità dell’argomentazione, della complessità sintattica diventa lingua d’uso, mezzo tecnologico di una comunicazione essenziale e privata di ogni capacità di astrazione. Forse in questo è da rintracciare la depressione prima ancora espressiva che letteraria.

  4. Sergio Sozi ha detto:

    Ciao Enrico,

    secondo me si dovrebbe parlare di ”regressione” della lingua, che aveva raggiunto degli apici di grandezza argomentativa, stilistico-retorica, eccetera, ed ora, compressa dalla follia liberistico-tecnologica, sta divenendo sinonimo di numero: come la gente fa i conti cosi’ parla. I conti si fanno in fretta ma con esattezza, vero, ma senza troppe sottigliezze e sfumature, voli pindarici. Tant’e’ la lingua letteraria dei libri di massa – perche’ poi c’e’ chi pubblica quei ”conti” scartando le opere complesse, diremmo l’ ”alta matematica”…

  5. Renzo Montagnoli ha detto:

    Regressione della lingua è un po’ poco. Guardavao ora su La7 Gad Lerner e guarda caso si parlava dell’istruzione degli italiani. Una recente analisi del grado di alfabetizzazione denuncia un 5% di analfabeti totali, un 20% di analfabetizzati, un 45% circa di gente che sa leggere e scrivere, ma non conosce l’esatto significato dei termini e solo un 30% di cittadini che, se non è proprio padrone della lingua, riesce a usarla decentemente. L’analisi poi è stata spiegata correttamente dal Prof. De Mauro che si è dimostrato scettico su quel 30% che ritiene troppo ottimistico!
    In un simile contesto non si può pretendere che la letteratura italiana di quest’epoca non risenta di questo flagello e solo così si spiega come romanzi modesti, per non definire mediocri, riescano ad aggiudicarsi lo Strega e Il campiello.

  6. Sergio Sozi ha detto:

    D’accordo, Renzo, questa e’ la situazione. Solo che il punto focale del problema di cui soffriamo – e che tu hai precisato ottimamente: il sottossviluppo della cultura letteraria e della produzione letteraria – e’ un punto focale che non risiede nel Risorgimento ma nei suoi sviluppi successivi, novecenteschi, culminati, negli ultimi decenni, in quel che vediamo.
    Per uscire da questo culo di sacco, servirebbe in primis tornare a lavorare per la Repubblica e non lavorare per far guadagnare banche e imprenditori – i quali oltretutto appena possono trapiantano le loro aziende in Cina. Servirebbe tornare a fare uno Stato sociale, partecipato con entusiasmo ed onesta’ dalla cittadinanza. Non sto parlando di eroi solitari – che gia’ ci sono, che apprezzo in toto e che si chiamano Saviano, Travaglio, Augias, ma non bastano. E non bastano, gli attuali ”eroi culturali”, perche’ semplicemente servirebbero gli italiani colti, per fare l’Italia! Servirebbe l’impegno di quel 30 % della popolazione che riportavi tu qui sopra, Renzo, invece questo impegno NON C’E’. Quel 30 % di colti bada ad altro. A concludere: si’, certo, viva Massimo D’Azeglio, ma portato fuori contesto ottocentesco e ”tradotto” in altri termini, ossia nei termini di un recupero attuale delle virtu’ risorgimentali che ancora NON CI SONO. E se non ci sono – mi segui – non e’ per colpa del Risorgimento, ma per colpa NOSTRA, nostra di noi che stiamo nel 2010. E questo, detto pur ammettendo che il Risorgimento e’ stato in parte falsificato o strumentalizzato retoricamente… certo, certo. Tuttavia, credimi Renzo: magari alitasse nella nostra realta’ un dieci per cento di quello spirito e di quella speranza nel futuro della Patria!

    Salutoni
    Sergio

  7. Sergio Sozi ha detto:

    Adesso pero’, mi piacerebbe proporre all’attenzione dei lettori un aspetto particolare del mio articolo: quello del mancante ”fare storia” della nostra narrativa lunga attuale (vedasi l’articolo stesso dove cito Berardinelli).
    Il discorso e’ un po’ vago, lo ammettero’ autocriticamente. Cosi’ preciso quanto segue:

    Siccome non e’ possibile per nessuno di noi, nel 2010, valutare realisticamente le conseguenze delle opere uscite in questo nostro decennio – neanche ancora finito – sul futuro della letteratura, non ci resta che valutare l’apporto che tali opere danno rispetto alla storia letteraria passata. I parametri, insomma, per valutare un libro di oggi, risiedono nel passato letterario associato alle attuali acquisizioni. E le mie impressioni, simili a quelle di Berardinelli, sono che niente di esse opere, o troppo poco, ci dia qualcosa di nuovo. Dire ”nuovo” pero’ non e’ dire ”qualcosa che restera’ nella storia DEL FUTURO”, sia chiaro. ”Niente di nuovo” significa solo che non c’e’ nulla di quel che ritroviamo nel passato, il passato che costuituisce i nostri unici parametri possibili. Forse dunque le nostre impressioni presenti verranno smentite fra vent’anni. Anzi me lo auguro di cuore.

  8. Laura Costantini ha detto:

    Giornalista con tanto di tesserino e scrittrice che ha pubblicato qualcosina, ovvio che mi senta tirata in causa quando mi si viene a toccare il valore della parola che e’ la mia lotta da sempre. Ma affidare la cura della lingua italiana ai giornalisti mi pare veramente una pretesa utopica. Hai una vaga idea dei ritmi con cui lavora un giornalista di quotidiano (sia stampato che televisivo?) Sai le pressioni che riceve sulla necessita’ di scrivere “semplice”, di non usare termini obsoleti, di cimentarsi in una catena di soggetto, verbo, complemento e punto per consentire al lettore di seguire il discorso senza difficolta’? Il problema e’ che questo genere di input sta mettendo radici anche nell’editoria, quando un editor ti suggerisce di evitare sinestesie, metafore, ossimori e quant’altro la lingua scritta ti metterebbe a disposizione per arricchire lo stile. Per non parlare della scelta delle parole e della struttura del testo che deve facilitare al massimo la vita del lettore, senza chiedergli mai uno sforzo di comprensione, un ricordo al dizionario, un arricchimento. Mi batto, quando posso, contro questa tendenza. Mi e’ stato contestato sul lavoro l’uso di aggettivi, in chiave ironica, come “algida” e “tumida”. Ma li ho lasciati dov’erano. E’ servito? Qualcuno se n’e’ accorto. Non chiamo uno scarico di responsabilita’, cerco solo di presentare la situazione dalla parte di chi, oltre a leggere moltissimo, scrive per lavoro (e non guadagna piu’ di un qualsiasi impiegato d’ordine in una pubblica amministrazione, tanto per essere chiari) e per diletto. La ricerca di una scrittura alta, di un uso letterario della lingua italiana viene combattuto da chi ha il potere di mandare in pagina o meno l’articolo piuttosto che il saggio o il romanzo. E’ evidente che, come ci insegno’ George Orwell, ad una massiccia semplificazione della lingua fa seguito una comoda semplificazione del pensiero. Per esprimere concetti profondi ci vuole la lingua adatta. Se il lessico si riduce a buono e non buono, a grande e non grande (come accade in 1984), anche la profondita’ dei concetti si restringe, fino a diventare pozzanghera stagnante.

  9. marco scalabrino ha detto:

    “La sacralità della parola, o almeno l’onorabilità della parola, è concetto trapassato.” Condivido appieno quanto affermato da Sergio Sozi. A tutti un cordiale saluto, Marco Scalabrino.

  10. Sergio Sozi ha detto:

    Cara Laura,

    allora siamo in linea, io e te: io nel mio pezzo ho scritto prima che e’ il potere economico-politico a causare la situazione attuale, poi che gli intellettuali vi si adeguano per motivi di comodo. Tu aggiungi – neanche troppo fra le righe – che il potere impone ai giornalisti e agli scrittori di usare professionalmente questa lingua da deficienti e non da professionisti. Concordo e lo aggiungo ai motivi dell’articolo, pero’ anche mi stupisco che l’editoria italiana sia in mano a questi analfabeti e che neanche i piu’ famosi giornalisti abbiano il coraggio di imporre una lingua migliore. Se un giornalista ”piccolo” si ribella viene licenziato e fine, ma licenziare i ”grandi” non credo sia altrettanto facile, perche’ questi ultimi hanno quasi piu’ potere dei proprietari delle testate.

    Salutoni
    Sergio

  11. Sergio Sozi ha detto:

    Grazie mille, caro Marco Scalabrino.

  12. Renzo Montagnoli ha detto:

    Caro Sergio,
    da qualsiasi parte ci si volga il bilancio appare striminzito, anzi decisamente deficitario, anche in campo letterario. Del resto, se ci sono pochi autori che possono definirsi tali, sono pochi i lettori di qualità. Il livello culturale del mercato si abbassa e ovviamente anche la qualità delle opere; oggi, più di ieri, vendere un libro è diventato un affare commerciale e non ha senso che un editore pubblichi un libro dedicato a pochi possibili lettori, con il risultato che diventa sempre più difficile emergere per quegli autori, ancora sconosciuti, che hanno qualche cosa da dire.
    Poca offerta di qualità e quindi non ci si può meravigliare se il volgo non si eleva e le tante mezze riforme scolastiche hanno peggiorato la situazione. Tanto per fare un esempio, noi italiani abbiamo sempre avuto parecchie eccellenze in matematica e in fisica, ma oggi non è più così e, stranamente – ma non la considero una stranezza – questa decadenza in discipline scientifiche così importanti ha inizio alcuni anni dopo che lo studio del latino è stato abolito nella scuola media inferiore. Volontarietà o no dei nostri legislatori nel perseguire il tanto peggio, tanto meglio? Prima senz’altro sì, esisteva cioè un disegno ben preciso volto al sottoacculturamento degli italiani e c’è ancora, ma i responsabili dei relativi dicasteri contribuiscono spontaneamente a fare leggi suicide; prendiamo l’attuale “Ministra” della Pubblica Distruzione: poveretta, è il classico esempio del mediocre messo in un posto di responsabilità che prevederebbe personaggi dotati di materia grigia.
    Insomma, le prospettive non mi sembrano confortanti e tu fai bene, anzi benissino a vivere a Lubiana.

  13. Sergio Sozi ha detto:

    Se prima di andarmene amavo l’Italia e talvolta venivo contraccambiato dalla gente, adesso lo amo disperatamente, come chi ama un fantasma… vivo volontariamente chiuso in un feudo isolato. E non ne voglio uscire. Caschi il mondo.

  14. Renzo Montagnoli ha detto:

    Quasi quasi, se non avessi cambiato casa da poco, sarei venuto anch’io a Lubiana.

  15. Sergio Sozi ha detto:

    La condizione di chi lascia la sua Patria non e’ una condizione naturale, e’ uno stato alterato della vita. Mi consola solo il fatto che coloro i quali son rimasti in Italia sono in genere alterati quanto me – anche se in maniera diversa. Ma mal comune non e’ mezzo gaudio, a volte, anzi e’ una doppia disperazione: sapere di non avere un Paese normale alle spalle e di non poter vivere mai in maniera normale all’estero e’ condizione che non auguro a nessuno.

  16. Gabriella Bianchi ha detto:

    Mi congratulo con Sergio Sozi per l’excursus esaustivo sulla domanda relativa a un primo bilancio letterario del decennio. Il lavoro di scavo eseguito con estrema competenza è completo, dato che inizia a monte con l’opprimente situazione politico-economica che fa ristagnare l’Italia, e prosegue facendo sfilare per gradi le roventi problematiche che tarpano le ali alla letteratura. Condivido le istanze e saluto Sozi con stima. Gabriella Bianchi

  17. Sergio Sozi ha detto:

    Cara Gabriella Bianchi,

    mi scusi per il ritardo della presente risposta, che… che dopotutto consiste in un semplice rossore in faccia mentre Le dico: ”grazie di cuore, signora Bianchi, lottiamo per cambiare questa realta’, perche’ e’ una realta’ che dipende da ognuno di noi, non dagli editori o genericamente dagli altri”.

    Saluti cari

    Sergio Sozi

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