A una prima lettura, la poesia di Gabriele Gabbia sembra porsi in consapevole contraddizione con una posizione critica ben nota e variamente circolante, anche se quasi mai supportata da adeguati riscontri testuali. Tale posizione affermerebbe che la poesia delle ultime generazioni – e già l’accento sul “generazionale” colora di retorica il discorso, esibendone la vacuità… – è viziata, a priori e in modo generalizzato, da una dose eccessiva di intimismo e di soggettivismo lirico. Che vi è, in modo paradossalmente costante e urgente, in questi anni, un riflusso collettivo (sic) verso la “parola innamorata” degli anni Ottanta.
C’è anche chi, non sbagliando di molto il tiro, considera questa come una reazione passatista, o anche conservatrice, a modi di sperimentazione che hanno inciso profondamente nel linguaggio della poesia – con l’effetto, tuttavia, di perdere parallelamente una certa presa sugli altri linguaggi disponibili nella società e nella realtà.
Gabriele Gabbia si professa apertamente estraneo a tutto questo: scrive da una posizione critica solida – a volte, talmente presente e pressante da ingessare, in alcuni passaggi, il dettato poetico – e articola questa forte sostanza tematico-ideologica in una forma che, proprio perché non si lascia irretire nelle parole, già ampiamente canonizzate, della sperimentazione e della sua teoria critica, riesce a far trasparire sia la voce del poeta (Gabriele sa bene, e sentenzia, in un primo verso lapidario: “La coscienza non coincide con la voce…”) che il corpo del testo (piuttosto che lo spirito, idealista, della poesia).
L’analogia testuale, se c’è, è semmai da ricercare nell’esordio poetico di Domenico Lombardini (di cui già s’è parlato qui) e in altre scritture coetanee a Lombardini, ma anche allo stesso Gabbia, che appaiono ora sulla scena letteraria, con l’obiettivo, precisamente, di contestare la visione critica enunciata in apertura – una visione un po’ paternalista e, come s’è detto, spesso filologicamente scorretta.
Aldilà della querelle critico-letteraria – che quasi sempre lascia il tempo che trova – c’è in ogni caso molto altro, nella poesia di Gabbia.
C’è una scrittura-giuntura che si offre come articolazione razionale e nel contempo irrazionale delle spezzature e delle costrizioni – spesso, delle castrazioni – che affliggono il corpo, ferendolo.
C’è la presenza costante di un occhio traditore (“Mente, l’occhio / nella sua cocchia…”) che è metonimia lampante della società dello spettacolo e del suo discorso – discorso che la poesia contemporanea è sempre più spesso chiamata a smentire, denunciare, trasformare in virtù delle possibilità discorsive che la parola può vantare rispetto all’immagine.
C’è un’instabilità pronominale continua, che è figlia dell’antisoggettivismo radicale degli anni Sessanta e Settanta, e in ogni caso sa anche dare spazio a due pronomi trascurati sia dalla storia che dalla letteratura di questi ultimi anni: noi e tutti.
Insomma, i semi di una parola collettiva, più che innamorata, sono stati gettati. E c’è ancora spazio – poetico, relazionale e umano – prima di dover formulare una semantica che li faccia fiorire, e morire, in una terra arida, prima che il vento (della Storia? della Letteratura?) li trasporti lontano dal posto “dove nessuno sa”, dal luogo dove ancora, precariamente, si può cogliere il farsi della poesia, della nominazione poetica che essa sempre comporta.
C’è spazio, e tempo, dunque, prima di lasciarsi assorbire dal Canone e dalle sue eterne dispute.
Buon viaggio. (l.m.)
*
Mente, l’occhio
nella sua cocchia.
Solo empie, vuota
sciacqua. E rabbercia
il suo cavo, nulla.
*
L’impasto ventrale
pasce diatribe: il capo branco
si divincola. Fra voci stornate
una è tua.
*
Dimora negli intestini
la terra franata dei nomi.
Là, dove nessuno sa.
Dove non c’è dove
ogni cosa
è radice d’abisso.
Là fiorì il tuo nome.
*
Ho sempre guardato, guardato,
dal nulla da cui vedo
i corpi della soglia,
laddove sono rimasto
a fissarne
la fissità inquieta
d’un nulla.
*
Io sarò voi –
i morti, tutti,
noi, voi
dopo di me, quando
solo, soffierò
lo sguardo, da ciascuno
di voi tutti
su ognuno
di me.
*
Tu fughi ogni inizio –
non permane questa vista,
questa offerta, questa ridda
composta, appena lambita,
intuita, dell’ordine cieco
deciso, dell’occhio.
*
La coscienza non coincide con la voce –
tutto si fa corrente – tu
non gualcire quella parola:
trattienine l’onta, l’affanno
sgromma
mentre innerva radici.
*
Il disegno tracciato non ha colore
poiché ogni emblema non ha contorni
ma frammenti: sfumature. Tutto si ricompone
tace, scompare. Il cerchio d’oggi
è ancora silenzio.
*
La prima solitudine, nell’auto
vettura vuota, corpo -
vascello abbandonato. Seduto
risucchiato nel sedile senza fondo, a fianco
dell’assenza di tuo padre. Fuori
la perdita della luce, delle mani, degli anni.
La perdita di tutto. Anche,
anche di questo
ricordo.
*
Il battito della stanza
coagulato, si fermava,
ci assaliva, un tempo
senza tempo, un ascolto
in ascesa. Il rumore
era un cerchio lontano. Tutto
era fermo, mentre tu, procedevi -
eri tutti.
Gabriele Gabbia
Gabriele Gabbia è nato a Brescia, città in cui risiede. É diplomato in discipline artistiche. Oltre a coltivare la propria poesia, è pittore.
Sue poesie sono apparse su antologie di premi nazionali ed internazionali, e, recentemente, sul mensile Poesia, recensite da Roberto Carifi.
[...] Qui una nota critica e alcuni testi di Gabriele Gabbia (pubblicati sul blog La Ginestra) a riprendere tematiche già trattate anche su questo blog. [...]
Anch’io avevo a suo tempo trovato molto interessante questo modo di condurre il verso di Gabriele Gabbia. Una scrittura che è giuntura ossea, talvolta dura, ma sempre acuta, nella verticalissima definizione delle cose. Una voce che viene dagli squarci della lucidità mentale, per una buona metà, mentre dalla porzione restante sembra provenire da un buio abissale. Il segno di Gabriele si tesse e si ritesse, e usa la ridda delle preposizioni (semplici e articolate) (in, nella, nello / per / dal, dallo, dalla) per entrare e uscire da una sorta di culla uterina. Una scrittura dal senso radiale, sia che l’immagine e la tematica, vadano nel senso della forza centrifuga o di quella centripeta.
Da tenere d’occhio, Gabbia.
Che dire infine del nostro caro Lorenzo?
Che è un osservatore coi fiocchi – penetrante e intelligente; preparato e accogliente.
Un abbraccio a questi due ragazzi in gamba!
Gianfranco
Scusate, ho un poco pasticciato il primo commento.
Riscrivo qui. L’ora si fa tarda e la mente flette nell’opaco.
Anch’io avevo a suo tempo trovato molto interessante questo modo di condurre il verso di Gabriele Gabbia. Una scrittura che è giuntura ossea, talvolta dura, ma sempre acuta, nella verticalissima definizione delle cose. Una voce che viene dagli squarci della lucidità mentale, per una buona metà, mentre per la restante porzione sembra provenire da un buio abissale e interrogativo. Il segno di Gabriele si tesse e si ritesse, e usa la ridda delle preposizioni (semplici e articolate) (in, nella, nello / dal, dallo, dalla) per entrare e uscire da una sorta di culla uterina. Una scrittura dal senso radiale, quindi, a seconda dell’azione centripeta e centrifuga delle immagini e della tematica.
Da tenere d’occhio, il nostro Gabbia.
Che dire infine del nostro caro Lorenzo?
Che è un osservatore coi fiocchi – penetrante e intelligente; preparato e accogliente.
Un abbraccio a questi due notevoli ragazzi!
Gianfranco
Grazie, di cuore, Gianfranco, per il tuo luminosissimo messaggio, contraddistinto dall’acume che caratterizza la peculiarità così preziosa, della Tua persona.
Gabriele
Versi spigolosi, dai contorni taglienti e votati ad una inclita tragidità che li contraddistingue (ma che, se non ci fosse, forse non avrebbero ragione di essere), tragicità che, ed in questi casi è più incline a tramutarsi in malinconia disperata, caratterizza anche i componimenti meno “aggressivi”, che bene conosco. Ma un modo di esprimersi, quello di Gabriele, che ha bisogno di tempo per fare breccia nel cuore del lettore. Affermazione, questa, che ancora più sostengo ora, giunto alla ennesima lettura di versi che apprezzo sempre più dopo averli letti-lasciati riposare-riletti. Rinnovo i complimenti al Poeta e li estendo al curatore del sito, unendomi a chi mi ha preceduto.
L.
Grazie, Luca, per l’analisi incisiva e meritoria che hai voluto dedicarmi.
Gabri