Vetrina dei poeti 5: Gabriele Gabbia e “la terra franata dei nomi”

25 gennaio 2011

A una prima lettura, la poesia di Gabriele Gabbia sembra porsi in consapevole contraddizione con una posizione critica ben nota e variamente circolante, anche se quasi mai supportata da adeguati riscontri testuali. Tale posizione affermerebbe che la poesia delle ultime generazioni – e già l’accento sul “generazionale” colora di retorica il discorso, esibendone la vacuità… – è viziata, a priori e in modo generalizzato, da una dose eccessiva di intimismo e di soggettivismo lirico. Che vi è, in modo paradossalmente costante e urgente, in questi anni, un riflusso collettivo (sic) verso la “parola innamorata” degli anni Ottanta.

C’è anche chi, non sbagliando di molto il tiro, considera questa come una reazione passatista, o anche conservatrice, a modi di sperimentazione che hanno inciso profondamente nel linguaggio della poesia – con l’effetto, tuttavia, di perdere parallelamente una certa presa sugli altri linguaggi disponibili nella società e nella realtà.

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Percorso d’Autore: Erminia Passannanti

23 gennaio 2011
Poesie scelte di Erminia Passannanti
 

Lo scopo dei segni

Siedo qui immersa nelle mie reveries
i seni tratteggiati, le membra
svogliate e torte,
minorata che regge una posa
all’ultima moda

restauro – lupus in fabula -
storia che riaccade (ovvero refrain
di fonosimbolismi che dicono
l’Essere “E”,
il Corpo “C”, la Vita “V”,
la Morte”M”
tra alternate cause sillabiche)

esplicita d’ intenti – che svolgo
asimmetrie – parole
dalle vaghe etimologie, nebbie
di rei componimenti
(malagevoli all’uso).

Il mio impeto è un gioco
innocua la metrica
che innesca suoni impropri
rinnegando la forma
canzonando l’altrui foco.

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Pagine da ricordare: Svetonio, Vita dei Cesari

19 gennaio 2011

Caio Svetonio Tranquillo, Vite dei Cesari, libro IV, Caligola

Se la prese coi poeti e anche con i giuristi

 

34 Con livore e cattiveria, non inferiori alla superbia e alla crudeltà, se la prese con quasi tutti gli uomini del suo tempo. Le statue dei personaggi illustri, che Augusto aveva fatto trasportare dalla piazza del Campidoglio, divenuta ormai troppo stretta, al Campo di Marte, furono abbattute per suo ordine e fatte a pezzi in modo che, più tardi non fu più possibile restaurarle con le loro iscrizioni intere; per il futuro vietò di erigere, in un luogo qualsiasi, la statua o l’immagine di chiunque fosse ancora vivo, senza il suo parere e il suo ordine. Pensò perfino di distruggere i poemi di Omero dicendo: « Perché non potrei fare come Platone che li ha banditi dalla sua repubblica? » Ma poco mancò che facesse togliere da tutte le biblioteche gli scritti e i ritratti di Virgilio e di Tito Livio, perché rimproverava a uno di non avere nessun ingegno e di essere ignorante, all’altro di essere uno storico prolisso e inesatto. Se la prese anche con i giuristi, quasi avesse l’intenzione di abolire la loro scienza e spesso affermò: « Per Ercole, farò in modo che non possano dare nessuna risposta a prescindere da me! »

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Laura Accerboni – Attorno a ciò che non è stato.

15 gennaio 2011

Laura Accerboni, Attorno a ciò che non è stato, Edizione del Leone, Settembre 2010

Già il titolo potrebbe trarci in inganno, accompagnarci nello sconforto più doloroso e profondo, tipico delle stagioni fredde, dei cieli minacciosi, rigonfi di nubi, rabbuiati. Si rivela, invece, un testo denso e di elevata energia. Dunque, proprio da questa prospettiva bisogna accingersi alla lettura dei testi.

Si sale come per caso
sospesi e credibili
in tutte le parti.
O forse
si scende
come si può
in ruoli non certi.
O ancora
Semplicemente
si rimane
in attesa
di migliori spiegazioni.

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D’AVVENTURE, D’ARMI, D’AMORI E DI FILOSOFIE IO CANTO …

15 gennaio 2011

D’AVVENTURE, D’ARMI, D’AMORI E DI FILOSOFIE  IO CANTO … [1]

di Valerio Bruschini

1) Giano dei Montemarte è il protagonista del libro scritto da Maurizio Magnani: “ Il Signore di Collazzone”, [2] di cui il sottotitolo offre un’avvincente sintesi: Romanzo d’avventure, d’armi, d’amori e di filosofie di un ghibellino libertario del XIII secolo.

Le avventure del giovane iniziano nel 1220, quando, a diciotto anni, è costretto a fuggire dal borgo natio, dopo averlo strenuamente difeso, messo a ferro e fuoco dalle milizie di Todi nel corso di una delle innumerevoli, piccole, ma comunque sanguinose, guerre, che, nel Duecento, scandiscono la storia dell’Umbria, così come delle altre regioni d’Italia.

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Vetrina dei poeti 4: Daniele Poletti, “Senza paura mangiare non è vergogna”.

12 gennaio 2011

La Ginestra ha finora ospitato molte voci di chiara pronuncia civile (ultimo, ma non ultimo Luca Ariano, nel post precedente), legate ad una forza politica, sociale ed economica del referente che cerca di trascendere la “fine delle semantiche certe” inaugurata già molto tempo fa da ampi settori della poesia contemporanea, non solo italiana.

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Percorso d’Autore: Luca Ariano

10 gennaio 2011

Nato a Mortara (PV), Luca Ariano vive ora a Parma. Ha pubblicato la raccolta di poesie Bagliori crepuscolari nel buio nel 1999. Numerose sue poesie sono apparse su riviste, blog e siti letterari su internet. Collabora con le riviste «ALI», «clanDestino», «La Barriera». Nel 2005 è uscita una sua plaquette ne La coda della galassia (Fara) e la sua seconda raccolta di poesie Bitume d’intorno (Edizioni del Bradipo), con la prefazione di Gian Ruggero Manzoni, per le Edizioni del Bradipo di Lugo di Romagna. Con Enrico Cerquiglini ha curato per Campanotto l’antologia Vicino alle nubi sulla montagna crollata (2008). Fa parte dello staff della casa editrice Kolibris. Nel 2009 una parte della sua plaquette Contratto a termine è stata pubblicata ne La borsa del viandante curata da Chiara De Luca (Fara). Sempre nel 2009 ha curato con Luca Paci l’antologia Pro/Testo (Fara). Nel 2010 per le edizioni Farepoesia di Pavia è uscita la plaquette Contratto a termine con una nota di Francesco Marotta.

 

Luca Ariano

Stanze della memoria

una scelta poetica

da Bitume d’intorno

a Paolo Donati


Danton – col suo nome ‘rivoluzionario’ -

spogliata la divisa sale

su quei pendii:

alle spalle un crepuscolo

che s’inzuppa nell’acqua

sospinto da un alito di salso.

Spari lungo gli argini tra fango e pidocchi:

Scarpe rotte a conquistare

la rossa primavera!”.

Il trillo di una fisarmonica

su di un carro non placa l’urlo

di una donna che stringe il suo grembo

allontanandosi allo sbuffo

di un treno nella burrasca.

‘Pussi’ oltre le sbarre segate

si tuffa tra i gelidi spruzzi del Tanaro

schiumati dalle raffiche.

Gettato il mitra oltre la scarpata

già coglie il profumo

di un pugno di fiori e palpebre

socchiuse poi sorride

dietro un esile sguardo di baffi.

Pensa: anche questa volta è andata.

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Pagine da ricordare: Lucrezio, De rerum natura

6 gennaio 2011

Lucrezio, La natura, Libro III, 978-1023

Traduzione in prosa di Olimpio Cescatti

È proprio quaggiù che la vita diventa un vero inferno

Tutti i castighi  che la tradizione colloca nelle profondità dell’Acherònte, tutti, qualunque siano, li troviamo nella nostra vita. Non esiste — come vuole il mito— un infelice Tàntalo che teme senza tregua l’ enorme roccia sospesa sul capo, paralizzato da un terrore vano: è piuttosto il vuoto timore degli dei che tormenta la vita dei mortali; è la paura dei colpi di cui il destino minaccia ognuno di noi. Non esiste neppure un Tizio che giace nell’Acher6nte, lacerato dagli uccelli: né d’altronde questi potrebbero trovare nel vasto petto di che frugare per tutta l’eternità. Per quanto spaventosa fosse la grandezza del suo corpo disteso, quand’anche, invece di coprire solo nove iùgeri con le sue membra dilaniate, occupasse la terra intera, non potrebbe tollerare sino alla fine un dolore eterno, né fornire col proprio corpo una inesauribile pastura. Ma per noi Tizio è qui sulla terra: è l’uomo impelagato nell’amore, dilaniato dagli avvoltoi della gelosia, divorato da un’angoscia ansiosa, o col cuore spezzato dalle pene di altra passione. Anche Sìsifo esiste in questa vita; l’abbiamo sotto gli occhi che si accanisce a brigare col popolo per ottenere i fasci e le scuri temibili, ma che si deve poi ritirare vinto e afflitto. Sollecitare il potere, che è solo illusione e non viene mai davvero concesso, e in questa ricerca sopportare incessantemente dure fatiche, significa davvero spingere con sforzo sul pendio di un monte un masso che, appena sulla vetta, sùbito ricade rotolando in basso nella pianura.

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Vetrina 3: Stelvio Di Spigno, “La nudità”

3 gennaio 2011

La prima cosa che colpisce de La nudità di Stelvio Di Spigno è la ricerca di un metro che sappia rendere una musica che si barcamena tra un ritmo classico e l’apertura verso un ignoto, un ritmo da codificare, che riapre il discorso di una nuova metrica che contenga versi già ampiamente sperimentati ma che si strutturi nel suo darsi, nel suo sconfinare apparente nella prosa.

In questa stessa costruzione Di Spigno prende coscienza della limitatezza della parola, del suo significante che finisce per non vestire il significato di altra veste se non quella fonetica: “perché niente in fondo si sa dire”, “Per questo la parola è notturna”, “dai nomi portati tutti falsamente”, “ma dopo è difficile parlarne”, “preghiere di truffa / e parole di mercato” e della nudità che è insieme destino dell’io poetante, essenza, bellezza in sé ma, anche e soprattutto, esposizione al dolore – “per poi lasciarmi fare di tutto sotto il sole” – e alla sofferenza della sottrazione. Bisogna uscire dal “non so chi sono” frutto di scavo interiore, di cammini impervi per giungere spesso a risultati scontati o confutabili dalla prima nota del pensiero, e addentrarsi negli schemi predefiniti del “troppo bello non essere se stessi”, “volevo essere lui, volevo essere lei”, “voglia di annullarsi per essere obbedienti” e tacitare quel tarlo interiore che ci propone un mondo che non possiamo capire e neanche ignorare.

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