Percorso d’Autore: Fabio Franzin

30 novembre 2010

Fabio Franzin è nato nel 1963 a Milano. Vive a Motta di Livenza, in provincia di Treviso. Ha pubblicato le seguenti opere di poesia.

Nel dialetto Veneto-Trevigiano dell’Opitergino-Mottense:

El coeor dee paròe, Roma, Zone, 2000, prefazione di Achille Serrao. Canzón daa Provenza (e altre trazhe d’amór), Milano, Fondazione Corrente, 2005 (premio “Edda Squassabia 2004). Pare (padre), Spinea, Helvetia, 2006, introduzione di Bepi de Marzi. Mus.cio e roe (Muschio e spine), Sasso Marconi, Le voci della luna, 2007, 2a ed. 2008, introduzione di Edoardo Zuccato, “Premio S. Pellegrino Terme 2007”, “Superpremio Insula Romana 2007”, “Premio Guido Gozzano 2008”, Premio speciale della giuria ”Antica Badia di S. Savino 2008”. Erba e aria, Rimini, Fara, 2008, nell’Antologia “Dall’Adige all’Isonzo – Poeti a Nord-Est” (a cura di Alessandro Ramberti, introduzione di Chiara De Luca e Massimo Sannelli). Fra but e ortìghe (fra germogli e ortiche), Montereale Valcellina, Circolo Culturale Menocchio, 2008. Fabrica, Borgomanero, Atelier, 2009, 2a ed. 2010, “Premio Pascoli 2009”, “Premio Baghetta 2010”. Rosario de siénzhi (Rosario di silenzi – Rožni venec iz tišine), Postaja Topolove, 2010, edizione trilingue con traduzione in sloveno di Marko Kravos. Siénzhio e orazhión (Silenzio e preghiera), prefazione di Franca Grisoni, Motta di Livenza, Edizioni Prioritarie, 2010.

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Un’involuzione decennale di Renato Morelli

26 novembre 2010

di Renato Morelli

Perché dipingere. Perché non dipingere.

Perché scrivere. Perché non scrivere.

Perché è necessaria una rivoluzione

Oggi, anno 2010, io vivo in un microcosmo. E non ne posso più.

E cioè: il mio così negletto microcosmo ha una componente artistica che mi perseguita e sembra sia consistita nell’opporsi a valori costituiti e affermati per metterli in discussione. E’ sempre stato così. Quindi prima di affossare malamente il mio angolino, sarebbe utile cercare di capire quand’è che avviene il cambiamento, ossia la necessità di mettere in mora ciò che è stato prima. Credo che dipenda da una multifattorialità  di avvenimenti difficile da cogliere perché troppo complessa e nemmeno tanto fruibile. Tuttavia i risultati, ciò che appare dopo, è sempre un cambiamento rispetto alle regole che si erano dati quelli immediatamente precedenti. Regole che, a loro volta, derivavano da situazioni precedenti anch’esse complesse, non ultime le importanti e ovvie connessioni che ha l’arte con lo svolgersi della Storia intesa come il progredire (o il regredire) dell’esperienza umana su questo pianeta.

E’ connaturato nei fatti che l’Arte preceda di qualche passo la Storia, però ne è anche conseguenza nel senso che tutto quello che si produce in una certa epoca deriva in buona parte da quanto succede in campo sociale, politico e religioso di quel periodo.

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Gennaro Grieco – Trittico inedito con lettera

25 novembre 2010

Enrico carissimo,

felice di ritrovarti sempre bello pimpante, pieno di idee. Tutto il mio contrario, siamo agli antipodi. Non mi sono mai sentito così lontano dalla poesia come in questo momento, non mi sono mai sentito così lontano dal mondo: l’una e l’altro, non sono quelli che sognavo.

Il ritardo col quale ti scrivo (e del quale mi scuso) non è casuale. Ho resistito al primo impulso, ho evitato di risponderti subito negativamente. Questa volta (rispetto a situazioni analoghe di un recente passato) ho preso tempo. Forse, più o meno inconsciamente, speravo che il tuo invito – proprio perché proveniente da persona amica e grandemente stimata che mi spiacerebbe deludere – potesse aprire una breccia nella coltre di disamore che ormai da tempo mi avvolge… Macché, nulla. Nemmeno una scalfittura. È passata una settimana dalla tua mail e proprio non riesco ad appassionarmi all’idea.

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Note su “Tropolit” di Matteo Schifanoia

23 novembre 2010

di Enrico Cerquiglini

Alla domanda di sir Edgar Snow, “Dove va l’umanità?”, Mao Tze Tung rispose con un sibillino e diretto “Boh”. Non si aspettava certo sir Snow una simile risposta dal Grande Timoniere, eppure questa domanda risuona tra la pagine del Novecento rivestendo la risposta di infiniti possibili significati. Forse il rivoluzionario cinese poteva indicare ideologicamente un fine, spiazzò invece l’intervistatore con un “Boh” che apriva infiniti orizzonti e una gamma sterminata di direzioni.

E il movimento, l’andare, reale e metaforico, sembrano essere centrali anche nella raccolta di Matteo Schifanoia. Il volume si apre con un “cammino per una strada” e si chiude con un “riparte con niente mano”: due verbi di moto che lasciano intendere un prima e un poi, un inizio e una continuazione di questo viaggio che è la vita, che si ripete gene razionalmente con stilemi simili, con leopardiani sogni e illusioni che non reggono “all’apparir del vero”.

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Scandaloso! Fondi statali per la cultura anno 2010: Italia 0,21 % del bilancio statale, Francia Inghilterra e Germania 2,21 % del PIL

22 novembre 2010

di Sergio Sozi

Il Consiglio Superiore per i Beni Culturali italiano, disperato per i tagli, si appella pubblicamente al Presidente della Repubblica

 

L’Italia, da sei anni, dedica alla cultura una delle minori quote del bilancio statale, rispetto alla media dell’Unione Europea. In confronto alla Francia già siamo dei nani ma ogni anno si tagliano comunque gli stanziamenti – evidentemente un nano è ancora troppo alto per certe mentalità: bisogna diventare formiche (le quali hanno anche il pregio di non parlare).

Ma veniamo ai numeri, ad esprimere i quali sul Corriere della Sera del 18 novembre 2010 (pag. 46) non è un pinco pallino ma Andrea Carandini, presidente del Consiglio Superiore per i Beni Culturali (l’organo cui spetta la gestione e l’utilizzo dei fondi di bilancio del Ministero dei Beni Culturali).

Qualche altra cifretta oltre a quella, già eloquente, del titolo? Vediamo. La stessa fonte rivela infatti quanto segue:

«Ogni anno i fondi per i beni culturali diminuiscono. Dal 2004 al 2010 sono scesi da un già scarso 0,34 % a uno 0,21 %  del bilancio dello Stato».

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Alfredo Panetta, Petri ‘i limiti , Moretti & Vitali, BG, 2005

20 novembre 2010

Alfredo Panetta, Petri ‘i limiti (Pietre di confine), Moretti & Vitali, Bergamo, Dicembre 2005.


Riporto su queste pagine, una lettura del libro di Alfredo Panetta apparsa poco dopo la sua pubblicazione  sulla rivista milanese La Mosca di Milano.

I versi di Panetta mi avevano già raggiunto in tempi non sospetti, in ragione della loro caparbietà espressiva, della forza del loro idioma, che sia pur nell’ ardua e difficile comprensione del linguaggio, proiettano il lettore in luoghi e atmosfere davvero molto suggestive. I personaggi che popolano il libro, sono tutti , direi, figli della stessa corteccia celebrale, uomini, elementi, oggetti, in evoluzione, proiettati verso un viaggio, dalle loro origini a Milano e viceversa. In questo percorso di andata e ritorno, di appostamenti e di avvicinamenti, di sensi nascosti e di personaggi qua e là , un po’ sinistri, si snoda tutta la tematica del libro. Una sorta di arricchimento del cervello capace di farci provare nuove emozioni, nuove sensazioni alle quali non eravamo più abituati, che ci induce in fantasie che vanno tutte verso l’elogio dei nostri sensi primitivi, la pregnanza della Locride, attraverso la sua storia, sin dagli antichi, la sua gente.

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Lustrante d’acqua di Rosaria Di Donato

18 novembre 2010

“Nel caso di Rosaria Di Donato si può parlare a buon titolo di una scrittura ellittica, capace di descrivere un percorso sempre collocato a distanza costante tra i due fuochi da cui prende origine. E i fuochi sono la materia e lo spirito ovvero, se si preferisce dirlo in versione più dotta, la storia del mondo reale e la metafisica dell’eterno. Non si tratta di una contrapposizione dell’inconciliabile, ma al contrario di una complementarietà unificante. Di Donato declina le forme di contiguità dialettica tra ciò che in noi decade e ciò che in noi resiste all’erosione del tempo. […] La poesia di Rosaria Di Donato unisce insieme una liricità delicata, capace di emozionare per la purezza degli elementi di umanità e di divinità esplorati per eteree allusioni, con una forza espressiva densa che punta alla testimonianza storica e al richiamo crudo della realtà dei fatti, fino a fare emergere una ragione di dialettica e di equilibrio tra le cose dell’anima e quelle del mondo, che proprio nell’uso

e nella frequentazione della poesia sono destinate a trovare serena coesistenza e rappacificazione.”

Dalla Prefazione di Sandro Gros-Pietro

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Pagine da ricordare: Tucidide, Le storie

17 novembre 2010

Torino, Utet, 1982 (a cura di Guido Donini)

Sulla democrazia

 

Libro II, 37, 1-3

 

[…] per il fatto che non si amministra lo stato nell’interesse di pochi, ma di una maggioranza, si chiama democrazia: secondo le leggi vi è per tutti l’eguaglianza per ciò che riguarda gli interessi privati; e quanto alla considerazione di cui si gode, ciascuno è preferito per le cariche pubbliche a seconda del campo nel quale si distingue, e non per la classe da cui proviene più che per il merito; d’altra parte, quanto alla povertà, se uno è in grado di far del bene alla città, non è impedito dall’ oscurità della sua posizione sociale. [2] Noi svolgiamo la nostra vita di cittadini liberamente, sia nei rapporti con lo stato, sia per ciò che riguarda i sospetti reciproci nelle attività di tutti i giorni: non siamo adirati col nostro vicino se fa qualcosa secondo il suo piacere, né infliggiamo molestie che, pur non facendo del male, sono tuttavia fastidiose alla vista. [3] Mentre ci regoliamo nei nostri rapporti privati senza offendere, nella vita pubblica non ci comportiamo in modo illegale, soprattutto a causa del rispetto, perché diamo ascolto a coloro che di volta in volta sono in carica e alle leggi, specialmente quelle che sono stabilite per aiutare le vittime di ingiustizia e quelle che, senza essere scritte, portano a chi le vìola una vergogna comunemente riconosciuta.

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Percorso d’Autore: Francesco De Girolamo

16 novembre 2010
Dopo Gabriella Bianchi, un’altra voce poetica importante dell’attuale panorama poetico italiano: Francesco De Girolamo.

Francesco De Girolamo è nato a Taranto, ma vive a Roma, dove, oltre che di poesia, si occupa di teatro, come autore e regista. Ha pubblicato le raccolte poetiche: Piccolo libro da guanciale (Dalia Editrice, 1990), con introduzione di Gabriella Sobrino; La lingua degli angeli (Edizioni del Leone, 1997) ; Nel nome dell’ombra (Ibiskos Editrice, 1998) con una nota critica di Gino Scartaghiande; La radice e l’ala (Edizioni del Leone, 2000) con prefazione di Elio Pecora; Fruscio d’assenza -Haiku della quinta stagione – (Gazebo Libri, 2009); e Paradigma (LietoColle, 2010) con introduzione di Giorgio Linguaglossa.

È presente nelle antologie: Poesia dell’esilio (Arlem Edizioni, 1998), Poesia degli anni ’90 (Scettro del Re, 2000), Haiku negli anni (Empiria, 2005), e Calpestare l’oblio (Cento poeti italiani contro la minaccia incostituzionale, per la resistenza della memoria repubblicana, 2010).

Si sono occupate criticamente della sua opera, tra le altre, le riviste: “Poesia”, “Folium” , “Poiesis”. “La Recherche” e “Atelier”. Leggi il seguito di questo post »


Cosa esce da La casa viola di Marco Scalabrino?

14 novembre 2010

di Enrico Cerquiglini

 

Dopo aver letto La casa viola di Marco Scalabrino viene spontaneo chiedersi quale sia attualmente la situazione del dialetto in Italia. Quelle che potevano essere considerate, con Pasolini, ancora cinquant’anni fa, le “lingue della realtà”. In questi ultimi decenni hanno visto dissolversi la realtà. Il progresso tecnologico, l’industrializzazione – la susseguente deindustrializzazione del paese – e l’avvento di nuovi mezzi di comunicazione di massa (tra questi, le reti telematiche) che si sono affiancanti ai tradizionali (quotidiani, radio e, soprattutto, televisione) con relativi linguaggi, spesso tecnicistici e di matrice anglofona, hanno finito per relegare i dialetti in un privato sempre più ristretto e li hanno spesso irrimediabilmente corrotti con strafalcioni adattati dalla lingua nazionale da ridurli a sistemi comunicativi caricaturali o triviali, denotanti spesso una mancata scolarizzazione dell’utilizzatore. Permangono, ed è fortunatamente vero, isole dialettali laddove il sistema lessicale e morfosintattico dell’italiano non si sovrappone automaticamente a quello dialettale. In queste isole coesistono produzioni letterarie italiane e dialettali. Spesso, però, al versante dialettale si demanda il bozzetto, il pezzo di colore, lo sberleffo, la volgarità (un uso reazionario della scrittura, alla ricerca dell’idiotismo piuttosto che dell’arte) mentre al tema serio si riserva il codice linguistico dell’italiano letterario, quello, per intenderci, della tradizione e alta e/o accademica.

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